Il tasso di occupazione nelle regioni italiane

Cresce con il dinamismo economico-sociale del capitale umano

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Di seguito si prende in considerazione il tasso di occupazione rilevato nelle regioni italiane per la popolazione avente una età compresa tra i 20 ed i 64 anni. I dati fanno riferimento al database ISTA-BES introdotto dal presidente Giovannini nell’ambito del processo di critica del prodotto interno lordo e di creazione di nuove misure per la misura del benessere. Anche se a tal proposito occorre considerare, come messo in evidenza dalla crisi, che la classe politica ed il movimento culturale che ha sostenuto a lungo la critica al PIL, mostra una certa debolezza nelle fasi di avversità del ciclo economico, come se effettivamente, durante le fasi di boom fosse più facile criticare il PIL mentre durante le fasi di recessione la critica al PIL diventi più complessa. I dati utilizzati fanno riferimento al periodo 2004-2018 su base regionale. L’analisi è condotta con l’utilizzo del metodo panel data con effetti fissi, panel data con effetti variabili, OLS e WLS. Il modello econometrico stimato è indicato di seguito:

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Modello econometrico stimato. Dati: Istat-BES.

I dati mostrano che il tasso di occupazione tra i venti ed i 64 anni è associato in modo:

  • Positivo alla presenza di NEET: l’occupazione tra i 20 ed il 64 anni cresce in corrispondenza con l’aumento del numero dei NEET. Si tratta di un dato dovuto in parte al fatto che i NEET sono i giovani che non studiano e non lavorano tra i 15 ed i 29 anni. Ne deriva che una parte dei NEET, ovvero quella compresa tra i 15 ed i 29 anni, risulta essere esclusa dal computo del tasso di occupazione delle persone tra i 20 ed i 64 anni. Di conseguenza, la componente di NEET demograficamente coerente con il tasso di occupazione è quella compresa tra i 20 ed i 29 anni. La relazione positiva è dovuta al ruolo numericamente marginale del cluster dei NEET compresi nell’età 20-29 anni rispetto al complesso della popolazione in età lavorativa compresa nell’età 20-64 anni. La relazione positiva è pertanto esistente fintantoché il numero dei NEET risulta essere relativamente basso rispetto al numero complessivo delle persone occupate nell’età compresa tra i 20 ed i 64 anni.
  • Negativo al tasso di mancata partecipazione al lavoro: esiste una relazione negativa tra il tasso di partecipazione al lavoro nelle fasce di età tra i 20 ed i 64 anni ed il tasso di mancata partecipazione al lavoro. In questo caso la relazione è abbastanza triviale dovuta al fatto che ovviamente se le persone mancano di proporsi nel mercato del lavoro anche il tasso di occupazione viene ad essere ridotto.
  • Positivo al part time involontario: esiste un valore positivo tra il part time involontario ed il tasso di partecipazione al mercato del lavoro delle persone aventi una età tra i 20 ed i 64 anni. La relazione è dovuta sostanzialmente a due fattori: da un lato al fatto che il part time involontario è pure sempre una metodologia di partecipazione al mercato del lavoro, dall’altro al fatto che il part time involontario è tipico dei mercati del lavoro evoluti e quindi manifesta l’esistenza di un certo tipo di attivismo della popolazione rispetto all’offerta del lavoro.
  • Positivo al reddito medio disponibile pro-capite: chiaramente la crescita del reddito medio disponibile è associata a quella del valore dell’occupazione nell’età 20-64 anni. L’aumento degli occupati è rilevato come incremento del reddito, ovvero come aumento del PIL. L’aumento del PIL rilevato esercizio per esercizio a popolazione costante manifesta sostanzialmente una crescita del reddito pro-capite. Il PIL è infatti definito anche come la somma dei redditi. La crescita dei redditi fa salire il PIL. In caso di periodo brevi a popolazione sostanzialmente costante, l’aumento del numero dei lavoratori comporta un aumento del PIL, che diventa una crescita del reddito pro-capite.
  • Negativo rispetto alla bassa intensità lavorativa: la bassa intensità lavorativa è associata da una riduzione del tasso di occupazione nell’età 20-64 anni. Essa è infatti tipica dei mercati del lavoro regionali aventi un livello di efficienza ridotto. La domanda di lavoro è tale da impedire ai lavoratori di lavorare in modo continuativo. La bassa intensità lavorativa è quindi un segnale di bassa efficienza del sistema economico del lavoro che può essere dovuto o alla bassa formazione del capitale umano oppure alla mancanza di una domanda di lavoro da imputarsi ad un sistema imprenditoriale-industriale privo di capacità produttiva. La bassa intensità lavorativa è un fenomeno grave in quanto inferisce la bassa produttività e la bassa produttività è tipica delle economie a bassa crescita.
  • Positivo rispetto all’attività di volontariato: il tasso di occupazione nell’età 20-64 anni tende a crescere con lo sviluppo delle attività di volontariato. In effetti il volontariato nelle sue varie forme tende ad essere molto presente nelle regioni che hanno anche dei mercati del lavoro molto attivi. Per esempio, la regione italiana che conta il maggior numero di associazioni, comitati, e no profit è la Lombardia, che ha anche l’economia più dinamica del paese, almeno sulla base dei dati pre-covi19. Ne deriva pertanto che le economie regionali caratterizzate da attivismo civico e sociale sono anche le economie regionali con i mercati del lavoro più dinamici ed in grado di assorbire al meglio l’offerta di lavoro, e probabilmente, hanno anche maggiori opportunità ed istituzioni rivolte all’arricchimento del capitale umano attraverso i percorsi di formazione e educazione graduate, post-graduate e tecnico-professionale.

Chiaramente non sono soltanto questi gli elementi che possono spiegare la partecipazione al mercato del lavoro e la crescita del tasso di occupazione nelle regioni italiane. Le regioni italiane sono molto diverse tra di loro, non solo lungo la traiettoria Nord-Sud quanto anche nella dimensione Est-Ovest. Infatti le economie adriatiche sono diverse dalle economie che si affacciano sul mediterraneo occidentale, le quali hanno maggiori opportunità di partecipare ai commerci provenienti dalle mobilitazione delle varie ZES marocchine, spagnole e del canale di Suez. Le regioni adriatiche possono certamente incrementare le proprie economie, nel commercio con i paesi dei Balcani soprattutto se questi ultimi entreranno nell’interno della zona euro. In ogni caso l’economia italiana risulta essere particolarmente accentrata in Lombardia, la regione che produce circa il 20% del PIL italiano e che ha il mercato del lavoro più dinamico. In questo senso occorre considerare che il PIL della sola Lombardia equivale approsimativamente al PIL del Sud e delle Isole. La crescita dell’occupazione nelle varie regioni italiane richiede delle politiche economiche di carattere regionale, che sappiano cogliere la relazione esistente tra domanda ed offerta del lavoro, riconoscere le particolarità del capitale umano e le caratteristiche tipiche delle imprese, e che però sia anche centrata sulla convergenza rispetto alle aree più produttive del paese, Lombardia in testa.

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Angelo Leogrande

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