Il Giappone vuole versare in mare un milione di tonnellate di acqua radioattiva

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Dopo lo tsunami del 2011 - che aveva colpito diverse zone del Giappone, comprese tre centrali nucleari, tra cui quella di Fukushima -, il governo del Paese aveva deciso di versare in mare l’acqua radioattiva accumulatasi negli anni. Si stimano circa un milione di tonnellate di acqua radioattiva ancora da versare, conservata in 900 serbatoi. Una quantità ingente, che non solo rischia di inquinare il mare e le diverse specie ittiche che vi abitano, ma di creare delle fratture diplomatiche con altri paesi che si affacciano sull’Oceano pacifico, quali Corea del Sud e Taiwan. Molte associazioni ambientaliste si sono fatte sentire, chiedendo spiegazioni al governo in merito a questa drastica decisione. Infatti, ulteriori emissioni di acque radioattive nel Pacifico potrebbero causare l’ennesimo disastro ecologico.

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I dirigenti della Tepco (Tokyo Electric Power Company), la società che si occupa di questo smaltimento, hanno rassicurato la popolazione affermando che l’acqua radioattiva immessa in mare viene filtrata dai depuratori dell’Advanced Liquid Processing System diHitachi. Questo permetterebbe di eliminare gran parte delle sostanze radioattive in essa contenute, tra cui lo stronzio e il cesio. Indagini approfondite, però, avrebbero confermato che l’acqua contaminata non sarebbe mai stata depurata, mantenendo alti i valori di agenti radioattivi. Nonostante tutto, il governo e la Tepco hanno affermato di non esserne a conoscenza, confermando di aver effettuato tutte le infiltrazioni necessarie. I sistemi di depurazione dell’Advanced Liquid Processing erano stati fermati più volte nel 2013 a causa di alcune perdite di acido cloridrico e diversi malfunzionamenti ai reattori. Nel 2014 avevano poi ripreso a funzionare.

Dalle analisi svolte nel 2017 è emerso che i livelli di iodio e rutenio nell’acqua contaminata hanno superato in diversi campioni quelli previsti dalle normative ambientali del governo giapponese. Questi dati indicano che la salute delle persone che vengono a contatto con queste acque è fortemente a rischio. Infatti, lo stronzio può causare cancro alla tiroide e il rutenio, generato dalla fissione nucleare, è altamente cancerogeno.

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In seguito, arresasi all’evidenza di studi fatti e statistiche negative, la Tepco ha ammesso che quasi il 90% delle acque sono ancora contaminate, con concentrazione di stronzio 100 volte superiori ai valori stabiliti dalla legge.

Secondo i ricercatori che stanno seguendo questa vicenda, è necessario calcolare con precisione i valori delle sostanze radioattive presenti nell’acqua contenuta nei singoli serbatoi per stimarne l’impatto ambientale. Il pericolo maggiore è dovuto alla quantità di radionuclidi, ossia le sostanze rilasciate dalla fissione nucleare, che potrebbero contaminare soprattutto le specie ittiche presenti in mare. Lo stronzio potrebbe danneggiare i pesci che, serviti a tavola, a loro volta potrebbero favorire nell’uomo l’insorgere di varie forme di cancro, tra cui la leucemia.

Francesco Ambrosio

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