I TENTACOLI INVISIBILI DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Continua la stretta su Hong Kong

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La stretta cinese sulla città-stato di Hong Kong continua ad infierire su una situazione di apparente stallo in cui l’ingerenza di Pechino è appena tollerata, in quanto concepita come un sentore di pericolo circa la conservazione dell’indipendenza hongkonghese. E’ fresca infatti la memoria del ritorno prorompente della Cina nel 1997 con la staffetta tra Regno Unito e Repubblica Popolare Cinese per la sovranità di Hong Kong; un trasferimento che pose fine a 150 anni di dominio coloniale britannico. Ad un anno dall’introduzione della legge sulla sicurezza, che provocò la violenta ondata di rivolte che investì Hong Kong, la tensione è ancora tangibile. Lo si percepisce da provvedimenti episodici che un passo alla volta stanno minando l’autonomia della città, circoscrivendo lo spazio d’azione delle libertà individuali e non, attraverso parametri centrati sulla sicurezza nazionale, oltre i quali Pechino stabilisce che si sfoci in atti di sovversione, secessione, terrorismo o collusione con forze straniere.

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Risale solo al 27 ottobre scorso l’approvazione di una serie di emendamenti alla legge sulla censura cinematografica, la cosiddetta Film Cersorship Ordinance, che mette un bavaglio all’espressione cinematografica hongkonghese, impedendo la proiezione e l’uscita di film contrari all’interesse della sicurezza nazionale, con corrispettive pene stringenti per i trasgressori. Arriva solo due giorni fa, inoltre, la notizia dello smantellamento e rimozione dell’iconica statua dell’Università di Hong Kong, disposti in seguito ad una valutazione legale esterna, che avrebbe sottolineato il rischio che il monumento rappresentava per l’integrità dell’istituzione universitaria stessa, in considerazione del contesto legislativo in cui è attualmente inserita.

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La statua in questione era infatti commemorativa delle vittime della storica manifestazione di piazza Tienanmen del 1989, un argomento che il PCC ha ancora problemi ad affrontare e accettare. Di certo le aspirazioni espansionistiche del vecchio impero, talvolta subdole, talvolta inclusive (si pensi al progetto della Via della Seta, mirato ad allineare le politiche per lo sviluppo di 120 paesi agli obiettivi a lungo termine cinesi), sono frutto di attriti con vari attori dello scenario internazionale. Gli Stati Uniti sono i primi ad avvertire gli effetti di queste dinamiche espansionistiche; tanto che seppure Biden abbia intrapreso sotto vari punti di vista un cambio di rotta rispetto alle politiche trumpiane, conserva un occhio di riguardo alla questione cinese e alla carta di Taiwan, avendo esplicitamente invitato Taipei ad una maggiore partecipazione nell’Onu.

Federica Scippa

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