I SIMBOLI NELLA PITTURA. (III)

ALLEGORIE E SIGNIFICATI NASCOSTI

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Francisco Goya- Ritratto dei duchi di Osuna con i figli

Il Ritratto dei duchi di Osuna con i figli è un altro dipinto a olio su tela di Goya, realizzato nel 1788 e conservato al museo del Prado di Madrid. I duchi sono ritratti in un quadro di vita familiare sereno, denotano intelligenza, serietà e compostezza, ciò che ci si aspetta da persone autorevoli, serie e temperanti: erano, infatti, molto colti, conducevano un salotto letterario frequentato da numerosi intellettuali e artisti, nonostante la sfilza di nomi e titoli e i modi raffinati, non erano altezzosi e men che meno opportunisti, tra i loro amici la famiglia dei conti d’Altamira a cui presentarono Goya. La duchessa fu l’emblema degli aristocratici illuminati della fine del XVIII secolo. Fu anche l’ideatrice di El Capricho a Madrid, come luogo di svago e di riposo dalle sue occupazioni: un autentico paradiso naturale frequentato dalle personalità più illustri dell’epoca e in cui lavorarono i più prestigiosi artisti e giardinieri. Oggi è uno dei giardini romantici più belli della città di Madrid.

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Francisco Goya- La contessa Chinchón- Museo del Prado- Madrid

Maria Teresa, contessa di Chichón, era figlia di Luigi Antonio di Borbone: fratello di Carlo III del quale doveva essere il successore ma preferì ritirarsi coltivando le sue passioni: la caccia e la coltivazione delle arti, della letteratura e delle scienze; venne definitivamente allontanato dalla corte dopo il matrimonio morganatico che lo escludeva anche dal diritto di portare il nome di Borbone. Tuttavia volendo i reali, in particolare Maria Luisa, far entrare nella prestigiosa casata il loro favorito e al contempo azzittire i pettegolezzi sul ménage a tre, Maria Teresa fu costretta a lasciare il convento per sposare Manuel Godoy. Forse fu pure felice all’inizio, aveva sedici anni, andava a corte ad impalmare un uomo affascinante alle vette del potere, il principe azzurro delle favole, ma non fu così. Il disaccordo tra gli sposi fu totale per via di Pepita Tudò che nel ruolo di amante bella e solare primeggiava. Si separò dal marito non appena fu libera di farlo, cioè quando Carlo IV fu costretto ad abdicare e il terzetto lasciò la Spagna per arrivare in Italia. Il ritratto fu realizzato nel suo terzo anno di matrimonio, nel 1800. Si spense a Parigi non ancora cinquantenne. Due giorni dopo la sua morte Godoy sposò Pepita.

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Goya ce la presenta elegantemente vestita con un abito madreperlaceo con minuscoli fiorellini, i vaporosi riccioli biondi, il volto serio, gli occhi volti a destra. La posa è aggraziata ma sembra frutto solo di un grande autocontrollo. Non si possono non notare le mani incrociare con dolcezza sul grembo dove una vita sta crescendo. La mano destra porta un grande anello con il ritratto del marito. Può significare qualcosa questo enorme anello? L’anello sin dai tempi lontani è stato l’arma nascosta, gli anelli velenosi rappresentavano all’epoca di Goya un oggetto piuttosto comune, adatto a contenere il veleno e al momento opportuno ad usarlo.

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Francisco Goya- Contessa di Altamira e sua figlia, Maria Agustina-1787-88

Sulla contessa Altamira le notizie sono poche, mi limito a descrivere ciò che ritrae Goya, il volto dolce, gli occhi scuri e intelligenti che guardano lontano, quasi fosse angelicata. È elegante, malinconica e pacata, presenta una bellezza che non ha niente da invidiare alla duchessa d’Alba che anzi al suo confronto pare troppo infiocchettata, non parliamo poi della sfarzosa regina Maria Luisa. L’abito di Ignacia Maria è semplicemente meraviglioso, con delicati toni rosa, le pieghe sono gonfie ed elaborate, la stoffa illuminata da sfumature cangianti. La parte inferiore del vestito è decorata con un delicato bordo floreale. Il divanetto azzurro esalta il rosa in un insieme di colori dolci e infantili. La contessa tiene con garbo tra le braccia la figlia di un anno, Maria Agustina che alza il piedino soddisfatta. Il dipinto del 1787-88, è soffuso di leggera tristezza, come se la contessa sentisse che la quiete stava per finire, infatti da lì a poco morirà Carlo III, non ci sarà più nessuno a tenere nei limiti chi covava risentimento. La contessa morì nel 1795 poco dopo la morte dei due figli. Nel dipinto ha in mano dei gelsomini azzurri, con cui gioca la piccola Maria Augustina. Il gelsomino azzurro, è originario del Sudafrica, ma era presente nel bacino del Mediterraneo già ai tempi di Plinio il Vecchio, il suo nome è plumago, traducibile in pianta del piombo perché si credeva che curasse l’avvelenamento dal piombo. Il piombo appare sovente negli avvelenamenti naturali. L’acqua tofana, a base di arsenico e piombo era in voga nel Settecento, era chiamata anche ‘ammazzamariti’ e ben conosciuta a Palermo, era impossibile scoprire le tracce di avvelenamento se somministrata in dosi di poche gocce ogni giorno, fino alla morte della vittima. La contessa Altamira ha la stessa grazia e dolcezza che più tardi appare nei dipinti delle donne dei carbonari italiani, che erano chiamate “le giardiniere” perché si incontravano nei giardini per aiutare i loro uomini negli scopi della società segreta, c’è un nesso?

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Francisco Goya- Vicente Joaquín Osorio de Moscoso -1787-Collezione della Banca di Spagna

Ventura Osorio de Moscoso e Fernández de Córdoba, conte di Altamira e di moltissimi altri titoli, morì a Madrid nel 1816 all’età di sessant’anni. Nel ritratto di Goya, il conte indossa sotto una giacca scura un abito rosso (coincidenza o caso?) è seduto su una poltroncina gialla accanto ad un tavolo con la tovaglia dello stesso colore quasi che lo stesso Altamira spargesse luce, appare autorevole e dignitoso, non notiamo nulla di strano eppure… il conte era considerato l’uomo più piccolo mai visto in società e più piccolo di tutti i nani. A corte c’era un aneddoto che girava, cioè che lo stesso Carlo IV si divertisse a ripetergli che era facile valere su di lui perché era molto piccolo, celia a cui il conte rispondeva, che a corte era così, ma nei suoi stati non lo era. La sua intelligenza era indiscutibile, era laureato in diritto civile e canonico presso l’Università di Granada, membro dell’Accademia di Belle Arti e uno dei fondatori del Banco de San Carlos, la Banca di Spagna, di cui divenne uno dei direttori semestrali, posizione che ricoprì dal 1783 sino alla morte. Era uno degli uomini più potenti e ricchi del suo tempo, secondo solo al re. Si può considerare come un uomo ragionevole in quanto stava in una via di mezzo, aveva idee filantropiche e liberali ma allo stesso tempo sosteneva la casata reale, e tutto andò bene finché sul trono rimase Carlo III. Nel 1788, le cose cambiarono, e il conte si trovò fra tre fuochi, da una parte criticato dall’aristocrazia per le sue idee liberali, dall’altra dagli illuministi per la sua moderazione, infine dall’avversione del nuovo re Carlo IV, di sua moglie Maria Luisa di Borbone e naturalmente del generalissimo Manuel Godoy. Morì in bancarotta per le grandi spese sostenute a seguito delle guerre e per sostenere il movimento popolare noto come Ammutinamento di Aranjuez: una rivoluzione popolare contro Manuel Godoy, in cui per porre fine alla rivolta e per salvare la vita di Godoy, Carlo IV decise di accondiscendere alle richieste dei rivoltosi e di abdicare in favore del figlio, Ferdinando VII. Quest’ultimo fu re di Spagna per pochi anni, di fatto fu l’ultimo sovrano per diritto divino. Ferdinando VII era talmente avverso a Godoy da cospirare fin dalla giovane età contro entrambi i suoi genitori, d’altronde non è che sua madre Maria Teresa parlasse bene del figlio perché in una lettera indirizzata al suo favorito Godoy scrive: “Che ne faremo di quel diabolico serpente di mia nuora e del maiale codardo di mio figlio?” Il conte è raffigurato col gesto di nascondere la mano sotto la giacca più o meno all’altezza del cuore, vezzo che era distintivo anche in Napoleone, sembra che tale posa abbia a che fare più tardi, coi gruppi segreti come la massoneria o anche la carboneria, legati al movimento illuminista che era sovranazionale e inteso a rischiarare il mondo attraverso la ragione, purtroppo pare che anche tali circoli fossero divisi tra di loro, una mia supposizione su tale gesto si basa sulla mano invisibile di Adam Smith che segna la nascita del liberismo economico estremo laisser faire, laisser passer, ponendola sul cuore forse è un richiamo ad un’attenzione anche alla solidarietà e all’altruismo.

Paola Tassinari

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