ITALIA MIA, QUANTO LAVORI!

I dati Istat confermano il calo della disoccupazione, ma il Paese sembra non essere davvero pronto a ripartire

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Di lavoro in Italia si parla tanto: lavoro che manca, che non dà sicurezze, che ti salva la vita oppure ti uccide. E’ quasi sempre in cima alla top list degli argomenti di conversazione dell’italiano medio, dalla semplice chiacchierata tra amici al bar fino ai dibattiti TV. Ma quanto ne sappiamo davvero? La risposta è nel rapporto Istat pubblicato ieri, casualmente a circa un mese dalla festa del 1° maggio.A colpo d’occhio, pare che la situazione sia in netto miglioramento rispetto a qualche mese fa, sebbene molto controversa. Cominciamo con una buona notizia: a febbraio, il tasso di disoccupazione è sceso dell’11,5%, pari a 1,7 punti percentuali in meno rispetto al mese precedente e 3,6 punti in meno in confronto al febbraio 2016. Bene anche la disoccupazione giovanile, che si attesta al 35,2%, il minimo storico dal 2012. Un innegabile miglioramento, come ha evidenziato il presidente Gentiloni sul suo profilo Twitter: “L’impegno per le riforme ottiene risultati. E continua”.

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D’altra parte, non è tutto oro quel che luccica. Il resoconto dell’Istituto Nazionale di Statistica parla anche di una occupazione che non cresce, attestandosi a 57,5%. Una percentuale che spacca in due il Paese: mentre i lavoratori ultra cinquantenni sono aumentati di 60mila unità, quelli al di sotto dei 49 anni sono drasticamente diminuiti. Le fasce d’età 25-35 e 35-49, infatti, hanno registrato rispettivamente una riduzione di 19mila e 33mila lavoratori; un paradosso venutosi a creare per effetto dell’aumento dell’età pensionabile, e che vede gli ultra cinquantenni dominare il mercato del lavoro, con 8 milioni di occupati complessivi (pari al 35% del totale).

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Un capitolo a parte meritano quei cittadini che, pur essendo nelle condizioni di trovare un lavoro, rinunciano a cercarlo: stando alle stime, ben 83mila italiani rientrano in questa categoria, escludendo i giovani “inattivi per definizione”, ovvero coloro che sono ancora impegnati negli studi. Cosa si nasconde dietro numeri tanto sorprendenti? Malcelata rassegnazione o semplice indolenza?

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Le percentuali servono solo a delineare un quadro generale del lavoro in Italia; per comprenderne gli anfratti più segreti è necessario entrare con passo felpato nella vita dei lavoratori. Secondo un’inchiesta condotta dal Corriere della Sera, l’Italia vanta il maggior numero di ore di lavoro (per l’esattezza, 1725 ore medie annue) nel novero dei Paesi più sviluppati, superando di gran lunga Francia, Germania e Spagna. Un bene? Non del tutto. Si tratta, in realtà, di un segnale d’allarme: si lavora di più per compensare quelle carenze che ci portiamo dietro da decenni e che vanno a minare la nostra produttività. Parliamo di un’organizzazione poco efficiente, di macchinari obsoleti, di servizi e prodotti che non si adattano alle richieste di un mercato in continua evoluzione: tutti elementi che contribuiscono a fare dell’Italia un’eterna bambina, ostacolandone la crescita, che è sostanzialmente ferma agli anni ’90. Ancora una volta, il Belpaese risulta scisso in due fazioni: da una parte ci sono gli “stacanovisti obbligati”, che vedono lievitare le ore di lavoro ma assottigliarsi la busta paga; dall’altra i disoccupati, i cassintegrati e gli inattivi. Il risultato? Un Paese che non garantisce benessere e stabilità né alle famiglie né alle imprese, impantanato in un circolo vizioso di errori e mancanze. Il decremento della disoccupazione può solo fare da palliativo a una situazione che va approfondita e risolta “dall’interno”. Via i cerotti dalle ferite: il sistema del lavoro va riformato nel profondo, estirpandone il “cancro” che lo ostacola nello sviluppo, divorandolo da dentro. Solo così, l’Italia potrà trovare in sé la forza di ripartire, pronta a intraprendere la sua corsa verso il futuro senza pesi sulle spalle.

Federica Marocchino

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