ISABELLA MORRA: SCRISSI CON STILE AMARO

Isabella è viva!

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Isabella Morra (1520-1546). Le notizie biografiche, ristrette nell’occasione in poche righe, si possono oggi ampliare grazie alla meritoria iniziativa del sito: https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/16/la-triste-storia-di-isabella-morra.

cms_20539/isabella.jpgNata a Favale, l’odierna Valsinni, vicino Matera, da famiglia nobile, condusse una vita infelice e inquieta nel castello di famiglia sognando la corte francese nella quale viveva il padre, costretto ad emigrare per aver parteggiato con gli sconfitti francesi contro gli spagnoli. Aveva otto anni, quando il padre divenne esule, portandosi appresso il primogenito. In quel maniero sinistro, sotto la tutela dei fratelli che la detestavano, ebbe come unico conforto la lettura dei classici, la composizione di poesie e il fantasticare. La madre pare soffrisse di nervi ed era sempre rinchiusa nelle sue stanze, lasciando abbandonata a se stessa la piccola Isabella.

Crescendo la sua tristezza e l’isolamento si acuivano sempre di più. Un canonico, suo precettore, per alleviare questa profonda solitudine, favorì la conoscenza e la corrispondenza tra Isabella e il cavaliere e poeta spagnolo Diego Sandoval De Castro, che aveva sposato per procura la nobildonna napoletana Antonia Caracciolo. Isabella aveva ventitré anni quando tra loro cominciò una fitta corrispondenza letteraria. Non si sa se i rapporti tra i due rimasero platonici oppure si concretizzarono in una relazione passionale, ma la gente cominciò a mormorare, e le dicerie giunsero alle orecchie dei fratelli di Isabella, che associando motivi di “onore” a quelli politici, attuarono una sanguinosa vendetta. I signori di Valsinni erano di parte francese ed ancor più soffrirono delle voci che riguardavano la vita sentimentale della sorella, legata ad un cavaliere della fazione opposta.

Per sdegno e per onore, uccisero il maestro di letteratura che Isabella riceveva. Questo le portava lettere di Diego, e gliele consegnava di nascosto. Subito dopo pugnalarono Isabella. Infine tesero un’imboscata a Diego Sandoval. Nonostante Diego sapesse bene di correre pericolo e viaggiasse sempre sotto scorta nei suoi tragitti da Taranto a Bollita, quando andava a trovare la moglie, l’agguato riuscì alla perfezione, in un bosco non lontano da Favale. Dopo una notte di attesa lo ammazzarono.

Una prima scelta delle sue rime compare a Venezia, nel 1552, cui seguirà l’edizione completa della sua produzione: un corpus esiguo di 13 componimenti (1559, Lucca; 1693, Napoli).

Furono ristampate anche nel secolo scorso (1907, 1929, 1947); citiamo soprattutto l’antologia curata da Luigi Balducci per Salani, ristampata nel 1975. Nei secoli passati la tragica esistenza di Isabella colpì a tal punto l’immaginazione dei critici tanto da oscurarne e travisarne la poetica, forse a causa della natura strettamente personale e intima dei suoi versi, che ha incoraggiato l’indagine della sua poetica in relazione con gli eventi della sua vita.

Ma non c’è dubbio che di vera arte si tratti, dal momento che più di un critico cita Isabella come “precorritrice delle tematiche esistenziali care a Leopardi, incluse la descrizione del natio borgo selvaggio e dell’invettiva alla crudel fortuna.” Quindi perché l’oblio? Isabella è viva ancora oggi in tutte le donne schiave e vittime di un ambiente ostile, che impedisce loro di esprimere liberamente sentimenti, scelte affettive, creatività. Isabella è viva perché le vicende umane (e femminili) tendono a ripetersi: conoscerle significa avere più spunti di riflessione sulle donne e sugli uomini del nostro tempo. Isabella era ottima poetessa, come anche affermò Benedetto Croce, “e stupisce che ella riuscisse a tenere lo stile letterario del tempo senza contatti con accademie e salotti letterari.” No invece: non stupisce affatto. L’arte, quella vera, non è fatta di salotti!

Scrissi con stile amaro, aspro e dolente
un tempo, come sai, contra Fortuna,
sì che null’altra mai sotto la luna
di lei si dolse con voler più ardente.

Or del suo cieco error l’alma si pente,
che in tai doti non scorge gloria alcuna.
e se de’ beni suoi vive digiuna.
spera arricchirsi in Dio chiara e lucente.

Né tempo o morte il bel tesoro eterno,
né predatrice e vïolenta mano
ce lo torrà davanti al Re del cielo.

Ivi non nuoce già state né verno,
ché non si sente mai caldo né gielo.
Dunque ogni altro sperar, fratello, è vano.

Raffaele Floris

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