INCENDIO DI LONDRA: COM’E’ POTUTO ACCADERE?

Già nel 2013, dopo una ristrutturazione sommaria, i residenti temevano per la propria incolumità

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Era l’una di notte dello scorso 14 giugno quando un palazzo di Notting Hill (zona residenziale ovest di Londra) si è trasformato, in soli 6 minuti, in una vera e propria trappola mortale. Un terribile incendio è divampato dai piani bassi dello stabile, percorrendo l’intera struttura con ampie lingue di fuoco. Un inferno da cui pochi sono riusciti a salvarsi: molti dei residenti – come i nostri connazionali 27enni, Gloria Trevisan e Marco Gottardi – non hanno potuto far altro che attendere la morte nel proprio appartamento, invaso dalle fiamme. Il bilancio, di 30 morti e 20 feriti accertati, è solo momentaneo: una squadra di 200 pompieri è ancora al lavoro per estrarre i corpi dei 76 dispersi. “Speriamo che il numero delle vittime non sia in tripla cifra”, questo l’unico commento espresso da Stuart Candy, comandante delle operazioni di soccorso.

cms_6507/2.jpgDella Grenfell Tower – questo il nome del grattacielo - è rimasto solo lo scheletro, completamente annerito dalle fiammate. Uno scenario desolante, dinanzi al quale sorge spontaneo chiedersi il perché di una tragedia tanto atroce. Le dinamiche della vicenda individuano in un vecchio frigorifero il “responsabile” dell’incendio: tutto è partito dall’appartamento 16, abitato da Behailu Kebede, tassista etiope di 44 anni. Resosi conto di ciò che stava accadendo nella sua cucina, l’uomo avrebbe immediatamente avvertito i vicini più prossimi. “Ha bussato alla mia porta e mi ha detto che c’era un incendio nella sua cucina. Era mezzanotte e 50, me lo ricordo perché mi ha svegliato. Nella stanza c’era poco fuoco; l’ho visto perché la porta era aperta. Non ha suonato nessun allarme” sostiene Maryann Adam, inquilina dell’appartamento 14. La mancata segnalazione dell’incendio in corso è una delle imperdonabili lacune del sistema di sicurezza, emerse nelle ultime ore non solo dai pareri degli esperti, ma anche dalle testimonianze di chi già profetizzava una tragedia del genere, considerando le precarie condizioni della palazzina. Costruita tra il ’70 e il ‘74, la struttura era stata sottoposta a una ristrutturazione piuttosto “superficiale”: nel 2013, un comitato di residenti aveva protestato per la scarsa qualità dei materiali adoperati e per la mancanza di un piano anti-incendio. Il dettaglio che più inquietava i proprietari era il rivestimento in alluminio verniciato a polvere e riempito di isolante plastico, altamente infiammabile. Il comitato - che nel frattempo aveva preso il nome di Grenfell Action Group – decise così di informare il Royal Borough of Kensington & Chelsea, municipio proprietario dell’edificio, e la KCTMO, organizzazione responsabile della sicurezza dei grattacieli. Fu persino aperto un blog, ma ogni richiesta d’aiuto rimase del tutto inascoltata: al gruppo di inquilini fu chiesto di rimuovere i post, assicurando che sarebbe bastato barricarsi nei propri appartamenti per scampare alle fiamme di un eventuale incendio. Tuttavia, le perplessità dei residenti trovarono ben presto conferma in una serie di sovratensioni di corrente elettrica, probabilmente dovute all’installazione di impianti difettosi. “Abbiamo avuto due settimane di sovratensioni, specialmente nelle prime ore del mattino e in serata. I computer si accendevano e spegnevano; le luci lampeggiavano, aumentando e diminuendo d’intensità nel giro di qualche secondo. L’11 maggio 2013 c’è stato un vero e proprio sciame di sovratensioni concentrate in un minuto, il mio computer è letteralmente esploso generando fumo nero e puzza di bruciato dall’interno”, questa la testimonianza di un inquilino.

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Quello che sembrava essere un drammatico incidente sta assumendo le sembianze di una tragedia annunciata, una vera e propria beffa nei confronti di quei “cittadini di serie B”, stipati come in un container ai margini della società. Salvare quelle vite sarebbe costato solo 5mila sterline in più, come confermato da un dipendente dell’azienda americana produttrice di pannelli ignifughi, la Reynobond. Inoltre, pare che il rivestimento in acciaio e plastica sia vietato dalle norme di sicurezza di parecchi Paesi, tra cui la Germania e gli Usa: una grave mancanza da parte del sistema britannico, chiamato ora a prendere provvedimenti di adeguamento delle normative. La premier Theresa May, unitamente a Scotland Yard, ha annunciato l’avvio di un’indagine penale, che vedrà certamente implicata la società a cui furono affidati i lavori di ristrutturazione. Non si è trattato di un incendio doloso, questo è vero, ma non si può nemmeno parlare di una tragica fatalità. “L’incubo di cristallo” affonda le sue radici nell’errore umano, o meglio, nella negligenza di chi non ha voluto approfondire una situazione “al limite”, incurante del pericolo corso dai residenti. Il destino ci ha messo del suo, ma i veri colpevoli della strage hanno un nome e un cognome, ed è necessario venirne a conoscenza quanto prima. Lo dobbiamo a quei corpi ormai carbonizzati, oscenamente decomposti dalle fiamme; a quelle vite spezzate, a cui il fumo ha voluto togliere il respiro. Lo dobbiamo a noi stessi, perché tragedie come questa – che avvengano nel Regno Unito, in Italia o in qualsiasi altra parte del mondo - possano restare solo un lontano ricordo, in un futuro di prevenzione e sicurezza.

Federica Marocchino

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