IL TEMPO NEL PENSIERO FILOSOFICO

Da Zenone ad Heidegger: storia dell’evoluzione di una concezione

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La parola “tempo” racchiude in sé vari significati e varie definizioni, ma la più corretta è senza dubbio quella fornita dalla scienza: “il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi”. È quindi una dimensione, la quarta per l’esattezza (che va ad affiancarsi alle tre spaziali) e può essere misurata con le unità che tutti conosciamo. Secondo la fisica il tempo è “iniziato” quando è nato il nostro Universo e, presumibilmente, “terminerà” con la morte dello stesso. Qualunque cambiamento viene descritto in ottica “spazio-temporale”, e non solo “spaziale” o solo “temporale”. L’esempio più famoso è il moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole: il nostro pianeta si muove sia nello spazio che nel tempo. Tuttavia, mentre gli spostamenti e i cambiamenti spaziali sono ben visibili, quelli temporali no. Anzi, è più corretto affermare che siano difficilmente “percepibili”.

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Fisica e filosofia hanno sollevato due questioni cui stanno ancora cercando di dare una risposta. La prima: “il tempo senza cambiamento è concettualmente possibile?”. La seconda: “il tempo scorre oppure l’idea di passato, presente e futuro è completamente soggettiva?”. Zenone di Elea (filosofo greco classico) è tra i primi a tentare di dare una risposta tramite i suoi famosi paradossi, tra cui spicca “il paradosso di Achille e la tartaruga”: secondo questo ragionamento, l’eroe greco (nonostante sia indubbiamente più veloce di una tartaruga), se fosse partito più indietro, non avrebbe mai raggiunto l’animale. Questo perché, attenendoci alle regole logiche, nel tempo che Achille avrebbe impiegato per raggiungere la tartaruga (supponendo che avesse una velocità dieci volte superiore), la testuggine avrebbe percorso un decimo di quella distanza in più, allontanandosi dall’eroe greco. E così all’infinito.

Nella sua Poetica, Aristotele accenna a come i Greci concepivano il tempo: per i classici non esisteva la definizione di “futuro”, poiché vedevano il tempo come un circolo, dove gli eventi sono destinati a ripetersi. In questa sorta di uroboro (l’immagine mitologica che descrive il serpente che si morde la coda) ciò che c’è “prima” è uguale a ciò che c’è “dopo”. Nella Metafisica (concetto ripreso poi da Hegel ne La scienza della logica) Aristotele enuncia come il trascorrere del tempo (inteso come “aumento”) modifichi la qualità della nostra vita: per fare un esempio, se si beve un bicchiere d’acqua si sta bene (per una questione di ricambio cellulare e simili) ma se diventano cinquanta (aumento della quantità nell’arco di tempo) si finisce all’ospedale (modifica della qualità).

È Sant’Agostino a suggerire la prima idea di futuro, nel Libro XI de Le Confessioni: il padre della Chiesa riflette su cosa facesse Dio prima della creazione del mondo (così come raccontata nella Bibbia). Secondo il santo nulla, poiché prima di quel momento il tempo non esisteva (assunto anche dalla fisica moderna, al di là delle sfumature religiose). Sant’Agostino chiude la terzultima parte della sua opera massima con l’affermazione secondo la quale esistono tre tempi: il “presente del passato” (la memoria), il “presente del presente” (l’intuizione) e il “presente del futuro” (l’attesa). Il tempo inizia ad assumere una forma geometrica ben definita: diventa una linea, che parte dalla creazione e va verso un ipotetico infinito. Non a caso, nella meccanica quantistica, si parla molto spesso di “linee temporali” (il concetto alla base della “teoria delle stringhe” sul multiverso).

Con Sant’Agostino ci si rende conto che l’uomo occidentale è “imbevuto” di mentalità giudaico-cristiana (anche Martin Heidegger lo accenna nel suo Essere e Tempo): il futuro è visto come una dimensione “migliore” rispetto al presente e, soprattutto, al passato. Quando finiamo un libro o usciamo da un cinema, ad esempio, e mettiamo i piedi sulla realtà, vogliamo che il futuro sia migliore. L’uomo è proiettato verso un costante miglioramento, come descritto sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento: si parte da un passato di “peccato” (la Genesi) per andare incontro a un futuro di “redenzione” (l’Apocalisse). Attenzione a questo termine: “apocalisse” non significa affatto “distruzione” bensì (seguendo la radice greca che la presenta come apokalypsis) “rivelazione” o “disvelamento dell’occulto”. I segreti promessi quando tutto ha avuto inizio si mostreranno all’uomo in maniera epifanica.

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È possibile, adesso, “aggiornare” la concezione aristotelica del tempo: non è più un cerchio, ma una linea dove gli eventi si ripetono senza che si possa fare nulla per impedire che si ripetano. Anche se definire un qualcosa uguale a qualcos’altro (a maggior ragione quando si naviga in ambito di percezione soggettiva), così direbbe Immanuel Kant, è un “giudizio”. Nella sua Critica del Giudizio, il filosofo tedesco definisce due concetti che chiameremo “processo” e “risultato”, tramite le famosi definizioni di “bello” e “sublime” (due giudizi definiti “estetici”). L’uomo, molto spesso, fa qualcosa per ottenere un risultato (poiché “innamorato” di esso), definito solitamente con i due aggettivi di poc’anzi. La concezione del tempo, invece, permette di focalizzarci su ciò che permette di arrivare a quel risultato. Il processo è ben ancorato allo scorrere del tempo: “immergersi” in esso consente di non pensare a come sarà quanto tutto sarà finito, bensì di arrivare ai migliori risultati (giudicabili in questo modo), poiché diretta conseguenza di ciò che li porta.

Se il tempo fosse un’entità (intesa come un qualcosa di visualizzabile e tangibile) probabilmente ragionerebbe così: si cambia senza accorgersene, si cambia impiegando un lasso più o meno lungo, però ci vuole tempo affinché avvenga un qualsivoglia cambiamento. E sulla base di questo concetto si delineano passato, presente e futuro: i tre “tempi” agostiniani esistono per il confronto, per analizzare come si era, come si è ora e immaginare come si sarà. Il cambiamento è un processo, finalizzato ad un risultato che, però, arriva da sé. Se ci si focalizza su quest’ultimo, ciò che porterà a loro non sarà al massimo delle potenzialità. Gli scienziati cognitivisti definiscono questo come un trarre un piacere “intrinseco” da ciò che si sta facendo, senza concepire lo scorrere del tempo come ciò che “allontana” dal risultato. Anche perché il tempo stesso (e con esso l’Universo) non sa quale sarà il “risultato” del suo “processo” (esistere, scorrere): si ipotizza la fine, ma può anche darsi che questa fine non arrivi mai, e il tempo continuerà a scorrere all’infinito. Perché “le risposte che cerchiamo fanno parte dell’esperienza della vita”.

Francesco Bulzis

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