IL SENTIR DANTESCO E DINTORNI UNIVERSALI

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È il sentimento che spinge all’agire, muovendo all’attacco la falange del mondo interiore, variegato, variopinto, nutrito di pensieri, di emozioni, della traccia lasciata da ogni accadimento, immagine, parola, suono, riflesso che l’ordito raggomitolato come scrigno prezioso e misterioso custodisce, trama della vita intima. “Trama” che naturalmente si rapporta all’esterno, esplode, come magma incandescente a lambire col fuoco le sponde del tempo cronologico, le cui lancette umane si muovono mutevoli a velocità differenziata… ma che anche sgorga come sorgente, quale impeto passionale, a modellare col pathos la creta umana grezza, dandole quella forma che riproduce mimeticamente, interpreta, ricrea l’essenza finita del mondo, innestandole una scintilla divina… o che si sprigiona con dolcezza, con tutti i colori della natura, specie le tinteggiature tenui dell’aurora che annuncia l’arrivo del carro del sole, accarezzando i sensi, particolarmente con il mite zefiro, rigeneratore del perpetuarsi della vita.

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A parlare di sentimento, in questo periodo, non si può non “sentir” quello di Dante, che, pur innalzando la vela del sapere enciclopedico, universalistico, verticistico verso l’Uno, lascia la scia sulle onde del basso mar sulla barca del proprio sentimento, quello che caratterizza la finitezza umana, nel bene e nel male; tal dicitura sempre in rapporto ad un criterio di moralità che non si riveste della nudità, quella lontana dal relativizzarsi ad un punto di riferimento, in base al quale si emettono giudizi. Dante, un sentimentale, moderno rispetto alla ingessatura dottrinaria medievale, rivoluzionario nell’andar fuori da schemi precostituiti, allontanandosi dall’obbedienza al sistema del suo tempo. Sentimentale nel senso che egli segue la verità dei sensi, della percezione della parola divina, spesso stravolta, contaminata dal “tornacontismo” corrompente e corrotto degli uomini. È per questo che egli non si pone alcun problema nel sovvertire quanto di ufficiale, nella sua parvenza, corrisponde alla non verità fattuale. Sfilano nell’immenso universo dell’oltretomba dantesco personaggi spodestati, in quanto non degni, da troni regali, papali, artistici, legislativi, smascherati nella loro sozzura, nelle malefatte, nella violenza, nell’agire ignominioso… così come vengono riabilitati e salvati per il loro sentir di pentimento, schiere di personaggi condannati dal credo dottrinario cattolico come gli scomunicati ingiustamente, in rotta con l’ufficialità “clericale”... così come sono fatti risplendere nella bellezza della luce nelle danzanti e sonore sfere celesti, coloro che brillano del sentir della gioia e letizia, che destano in sé e negli altri. “Sensibile” Dante per il suo sentir competitivo, per il suo rivalersi orgoglioso, acuito dalla rabbia di subire il torto di un’accusa infamante, con il cui rigetto dignitoso si consegna all’esilio… quanta poesia albeggia dal mare dei suoi versi, dettata dalla nostalgia dell’esule, che non può respirare il profumo della sua terra nativa, dall’amarezza dell’ingoiare il brutto rospo del chiedere ospitalità, dall’ira destata dalla constatazione delle ferite laceranti che causano il desiderio di potere, la corruzione per il denaro, l’egoismo, la sopraffazione, la rivalità. Quanta poesia di sentimento dolcissimo si sparge nel mare dell’umiltà, della semplicità, pur dell’incertezza, del dubbio tipici del sentir imperfetto umano, lo stesso del nostro Autore, che sfidando le proprie colonne d’ercole non può non esaltare laicamente l’ulisside insaziabile sete di conoscenza dell’uomo, di contra elogiare la bellezza della povertà, attraverso l’omaggio sentito al suo promulgatore Francesco, con un’operazione di scardinamento della linea conventuale, fondante la sua forza rinnegante le radici spirituali dell’ordine anche sull’impressionismo affreschista giottesco… e ancora la poesia dell’amore, motore di tutto, che mette le ali al pensiero e crea un girotondo di armonia sensuale nelle sfere celesti in cui tutte le sfumature possibili di tale sentimento si ritrovano ad acclamare il senso peculiare dell’essere umano e di quello soprannaturale. Con i fili del sentimento della dignità, del rispetto dell’avversario, dell’amor di patria sono tessuti i suoi scritti a regalarci vesti che fatte indossare alla nostra anima la impreziosiscono.

Del sentir dell’amicizia pullulano i versi di Dante, in quel ribollir del suo sodalizio amicale nella circolarità dell’univoco provar ed esprimere ciò che “ditta dentro”… nel meraviglioso scoprire ed inaugurare il dolce stil novo, denotato dal connubio gentilezza e amore, imprescindibile legame nel coniugare il sentimento per eccellenza. Senza gentilezza, modus vivendi cortese, riguardo, quindi rispetto, non può esserci amore, essendo tutt’uno. Il termine “rispetto” deriva da respicio, respectum: volgersi indietro, guardare una seconda volta, perché si è stati colpiti da ciò che fa sbocciare l’amore. Amore, motore dell’essere!

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                                       Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ’ntenerisce il core

lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more.

(Purgatorio, Canto VIII)

In appena due terzine, si coglie il fiore che profuma di sentimento, nelle varie sottigliezze che le pieghe dell’anima ci donano, il desiderio, la tenerezza, la dolcezza dell’amicizia, la tristezza dell’addio, la sofferenza della privazione dell’amore, il dolore dell’allontanamento, il pianto dell’universo per il venir meno della luce della natura, che allude alla morte, il pensiero oscuro intrecciato indissolubilmente a quello lucente della vita dell’uomo.

Cettina Bongiovanni

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