IL ROMANESCO...DALLE ORIGINI AD OGGI (parte I)

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Il romanesco come linguaggio.

Recenti ricerche, condotte da qualificati linguisti, hanno rafforzato l’ipotesi che il romanesco discenda direttamente dal linguaggio parlato dalla plebe di Roma in epoca imperiale: un latino alterato dai vocaboli e dai modi di dire originari dei gruppi etnici confluiti nella capitale dell’Impero da ogni angolo del mondo allora conosciuto.

Per le sue componenti eterogenee questo latino, sempre più contaminato e lontano dal modello classico e letterario, rappresentò per lungo tempo la piattaforma linguistica comune alla quale la maggioranza della popolazione di Roma, costituita da folte schiere di immigrati, fu costretta a ricorrere per dialogare e farsi capire. Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente la cultura e la letteratura di Roma e del Lazio divennero prerogativa della Curia pontificia, la quale, pur lasciando al latino la nobile funzione di lingua ufficiale della Chiesa, alle soglie del Mille incominciò a servirsi del volgare che si parlava a Roma per rendere più capillare la diffusione della dottrina e dei valori del cristianesimo tra gli appartenenti ai ceti popolari.

Proprio per queste sue origini proletarie il romanesco è l’unico, tra i tanti linguaggi locali fioriti in Italia, ad essere denominato con un appellativo differente da quello di chi lo usa. A tale proposito lo studioso di tradizioni romane Fernando Ravaro, nella “Premessa al suo Dizionario Romanesco del 1994”, ha osservato: “Napoletano, torinese, genovese, toscano, sardo, pugliese, veneto e via dicendo sono usati indifferentemente per indicare sia il nativo di una città o regione, sia il linguaggio nel quale si esprime. A Roma, invece, romano è colui che è nato nella città, mentre il suo linguaggio è il romanesco”. La presenza del suffisso esco, dal palese intento spregiativo, è una chiara testimonianza di come, per secoli, il dialetto di Roma sia stato parlato solo dagli strati più bassi della popolazione.

Tra i vari fattori che hanno caratterizzato nel tempo la formazione e lo sviluppo del vernacolo romanesco, ve ne sono quattro ritenuti fondamentali dai linguisti:

Il carattere sacro riconosciuto alla città di Roma dalle diplomazie europee.

Questa sacralità, ponendo la Città Eterna al centro di una regione “artificiale”, frutto di negoziati internazionali, impedì, nel Medio Evo, il costituirsi di più strati sociali nella popolazione e la nascita di nuclei abitativi nelle sue vicinanze. Di conseguenza, agli albori del Cinquecento, all’esterno delle mura aureliane e per un raggio di decine di chilometri, si estendevano solamente aree desertificate e paludose, con la sola eccezione della zona dei Castelli, peraltro scarsamente urbanizzata. Roma, pertanto, a differenza delle altre grandi città italiane del periodo medievale, non ebbe mai un retroterra popolato e dalla parlata omogenea.

Il fenomeno dei flussi immigratori.

Come sede del Papato Roma era una città che superava i suoi confini ed accoglieva persone provenienti da tutte le regioni italiane e dall’estero. Già dal Quattrocento queste incessanti correnti immigratorie (costituite in parte dal ceto popolare e dai dirigenti amministrativi e in parte da religiosi e porporati arrivati alla corte pontificia con potenti e numerose famiglie al seguito) non favorirono, a causa delle loro parlate eterogenee, la formazione di un linguaggio unitario.

La maggiore affinità, tra le parlate italo romanze meridionali, dell’antico dialetto di Roma col toscano.

Nel periodo iniziale, detto di prima fase, il romanesco apparteneva ai dialetti mediani. Il passaggio del romanesco di prima fase a quello di seconda fase, caratterizzato da una sovrapposizione della lingua toscana, venne segnato dal Sacco di Roma del 1527, che spopolò quasi del tutto la città. Papa Clemente VII fu costretto ad abbandonare Roma e a fare atto di sottomissione all’imperatore Carlo V.

Al termine delle ostilità, Clemente VII rientrò in una Roma che non raggiungeva i diecimila abitanti, con circa trentamila persone al seguito, per la maggior parte originarie di Firenze e del suo circondario. Ai cardinali e agli alti prelati con i loro numerosi familiari e servitori, agli impiegati pontifici e alle guardie papaline, arrivati a Roma insieme al Papa, si aggiunse subito dopo una nutrita schiera di architetti, artigiani e carpentieri, chiamati a riportare l’Urbe al suo antico splendore. Essendo quindi la corte pontificia e il suo seguito numericamente superiore alla popolazione romana rientrata in città, gli influssi toscaneggianti presero il sopravvento su tutti gli altri.

L’istituzione delle scuole popolari di lettura.

Aperte in gran numero nella sola Città Eterna sul finire del Cinquecento per volontà del potere ecclesiastico con l’intento di incrementare le vocazioni religiose, questo genere di scuole si rivelò un valido strumento anche per tenere sotto controllo la plebe cittadina. Già in quel periodo, quindi, a Roma era in atto l’italianizzazione del dialetto, dovuta all’uso della parlata toscana nel linguaggio quotidiano non solo da parte di estese fasce sociali, ma anche da parte dei ceti dirigenti.

(Continua)

Fonti: Gianni Salaris “I poeti romaneschi” dal 1600 ai contemporanei” - Daniele Piazza Editore 2017 - Fernando Ravaro “Dizionario Romanesco” - New Compton Editore 1994

Alessandro Palmieri

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