IL RISCHIO A PORTATA DI SMARTPHONE: QUANDO UN SELFIE DIVENTA LETALE

I nuovi trend diffusi sui social mettono a repentaglio la vita dei più giovani

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Negli ultimi tre anni, circa 150 adolescenti nel mondo hanno perso la vita investiti da un treno in corsa. Nessuno di loro stava tentando il suicidio, e per nessuno si è trattato di un tragico incidente. Ognuno di quei 150 ragazzi si trovava su quei binari per “gioco”. Stiamo parlando del Daredevil selfie, il nuovo e rischiosissimo trend che consiste nello scattarsi delle foto in situazioni estreme. A lanciarlo fu il free climber russo Alexander Remnev, con i suoi selfie scattati in bilico sui grattacieli più alti del mondo. Lo spirito di emulazione, unito alla potenza persuasiva dei social network, ha fatto sì che esperienze del genere si trasformassero in una vera e propria moda per i giovani di tutta Europa, senza eccezioni per l’Italia. Attualmente, il Daredevil selfie più in voga è proprio quello scattato sui binari, inquadrando il treno che sopraggiunge a tutta velocità per poi mettersi in salvo a qualche secondo dalla morte, correndo via dalle rotaie carichi di adrenalina. La foto realizzata viene puntualmente condivisa sui social (in primis Facebook e Instagram), diventando fonte di orgoglio per l’adolescente. La rete fornisce a questi giovani approvazione e senso di appartenenza, spingendoli a osare sempre di più.

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Quando i tempi non sono calcolati alla perfezione, o quando le gambe non reggono, la tragedia è dietro l’angolo: in Italia l’ultimo presunto caso di Daredevil selfie finito male risale allo scorso 8 marzo, quando un tredicenne è stato investito da un treno alla stazione di Soverato (Catanzaro), mentre si trovava in compagnia di due amici. I compagni giurano che non si sia trattato di una gara di selfie estremi, bensì di una semplice “passeggiata” sulle rotaie, di una scorciatoia per raggiungere prima il centro città. La polizia sta effettuando accertamenti sul cellulare del ragazzo per ricostruire le dinamiche dell’accaduto.

“Ogni sera alla fermata di Tricesimo San Pelagio vedo alcuni ragazzi sostare sulle banchine dei binari (gli ultimi appena 20 minuti fa). Spesso, quando passa il treno, si appostano vicino ai binari facendosi fotografare dagli amici. Vorrei chiedere ai genitori di questi ragazzi di istruirli sui reali pericoli che corrono, magari facendogli leggere questo post. In quel punto i treni vanno dai 100 ai 160 km/h e il rischio di essere risucchiati dai vortici d’aria creati è molto grande. [...] Una piccola bravata può costare LA VITA”: questo il disperato appello pubblicato sul gruppo Facebook “Sei di Tarcento se..” da Alessandro Radivo, macchinista della tratta Udine-Tarvisio.

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Come se non bastasse, più recentemente stiamo assistendo all’affermarsi di un’altra pericolosa moda made in Russia: il Blue Whale Challenge , una serie di prove dalla crescente pericolosità, da sostenere per 50 giorni consecutivi. Guardare film horror per 24 ore, svegliarsi alle 4:20 del mattino, incidersi sul braccio con un coltello la sagoma di una balenottera: questi sono solo alcuni dei “comandi” a cui attenersi, in una escalation di atti autolesionistici da condividere sui social giorno per giorno, con maniacale devozione. La 50esima sfida si configura come una vera e propria istigazione al suicidio: la prova (che, stando al Siberian Times, avrebbe già ucciso 130 giovani russi) consiste nel saltare dal palazzo più alto della città, senza alcuna precauzione, per mostrare a tutti il proprio coraggio.

L’ideatore del Blue Whale Challenge, il 21enne Budeikin Phillip, è stato arrestato dalla polizia russa per il reato di istigazione al suicidio; le indagini, tuttavia, sono ancora in corso. Il Ministero degli Interni russo si è visto costretto a emanare una “guida al selfie sicuro”, visto l’elevato numero di incidenti e suicidi legati ai trend di cui stiamo parlando.

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Fermare questo macabro fenomeno virale non è certo facile: i teenager si lasciano andare ad azioni che mettono a repentaglio la loro salute (e la loro stessa vita) lontano dagli sguardi di genitori e insegnanti, chiusi nelle loro camere o per strada, in compagnia del gruppo di amici. La vita virtuale, che alimentano con costante pubblicazione di foto e altri contenuti, li unisce solo apparentemente ai loro coetanei: dietro quei profili si cela una profonda solitudine, legata allo smarrimento tipico di un’età “di transizione”. La rete può trasformarsi in un demone capace di dominare la vita dei ragazzi, consumando lentamente il loro animo in assenza di solidi valori di riferimento e di ideali “costruttivi”. I “riti di iniziazione” sono sempre esistiti nella storia dell’uomo: la sperimentazione, entro certi limiti, aiuta i ragazzi a formare la propria identità, a trovare il proprio posto nel mondo. Ma l’era 2.0 non concede più quelle piccole e quasi “sane” trasgressioni di un tempo; tutto deve risultare ingigantito e drammatizzato all’estremo. Non basta più marinare la scuola o fumare una sigaretta per sentirsi accettati dai pari: ci si deve far male per mostrare di essere forti, tirandosi via la pelle fino a estrarne l’anima, fino alla morte. E’ una tragedia che si consuma sotto i nostri occhi, di cui nessuno si accorge: spesso gli stessi genitori sono a loro volta impegnati a nutrire il loro alter ego virtuale. Gli adulti dovrebbero invece, in un periodo complesso come quello che stiamo vivendo, vegliare sulle vite dei ragazzi, aiutandoli a far fiorire le loro personalità. Meno sguardi incollati agli schermi, più dialogo: è questa la ricetta da seguire, senza mai dimenticare che, nel XXI secolo, il rischio è sempre “a portata di smartphone”.

Federica Marocchino

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