IL RECLUSORIO DELL’ISOLA DI SANTO STEFANO

UNO SCRIGNO DI STORIA DA SALVARE

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Il recupero dell’ex reclusorio di Santo Stefano sta per iniziare. Si tratta di una struttura di altissimo pregio storico, politico ed architettonico. Fu costruito per segregare gli uomini condannati per delitti comuni ma poi ospitò anche oppositori politici.

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Il reclusorio

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Il reclusorio mura di cinta

La nuova funzionalizzazione è opera complessa e straordinaria, quanto se non superiore alla stessa realizzazione del carcere. All’epoca il progetto fu subito chiaro, si costruiva una struttura in mezzo al mare, finalizzata alla detenzione. Prima il Regno delle due Sicilie con il Re Ferdinando IV, poi il regno d’Italia ed infine la Repubblica Italiana che la tenne aperta fino al 1965. Il carcere fu costruito da Francesco Carpi nel 1795, secondo un perfetto ricalco del teatro San Carlo di Napoli e le teorie illuministe del filosofo inglese Jeremy Bentham che per primo teorizzò il sistema panottico, una struttura circolare di detenzione e controllo. Dal corpo di guardia, posto all’ingresso del reclusorio, pochi sorveglianti potevano controllare un gran numero di persone, i cui movimenti erano registrati all’istante grazie al controluce di una finestra a “bocca di lupo” posta in fondo alla cella. Al centro del “Panottico” avevano realizzato una piccola chiesa: era l’occhio di Dio che in aggiunta a quello degli uomini, doveva esercitare la sorveglianza divina. Il Carpi aveva fatto scrivere sul frontespizio dell’ingresso: Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis victa tenet, stat res, stat tibi tuta domus.

Finché la SantaLeggetiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo Stato, e la proprietà. Era il controllo pieno dei corpi e delle menti.

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Lapide dedicata al ricordo dei reclusi

Ora, dopo due secoli, per la prima volta nella storia dell’edificio, si realizzano lavori che non perseguono la detenzione ma progetti culturali nei quali storia, formazione, ricerca, arte e benessere, segneranno una vita nuova e diversa di quei luoghi. Finisce definitivamente l’era e l’uso doloroso del “Panottico” e si apre la fase nuova della speranza e della conoscenza. Se Ventotene invera lo spirito del Manifesto di Spinelli, Rossi e Colorni e la testimonianza degli uomini liberi, tocca ora a Santo Stefano porre fine alla storia della segregazione degli uomini “tristi”, condannati al carcere duro, spesso innocenti e responsabili solo per aver difeso, a prezzo di sofferenze inaudite, il diritto di essere liberi. E Santo Stefano, in antitesi all’inferno che era e che Settembrini chiamava la tomba dei vivi, sarà memoria ed esempio di coloro che per primi osarono ribellarsi alla dittatura fascista e si batterono per ridare la libertà e la democrazia al popolo italiano.

A distanza di 70 anni dalla detenzione di Luigi Settembrini (recluso per nove anni, 1851-1859) e di Silvio Spaventa, furono chiusi Sandro Pertini, Umberto Terracini (che vi rimase per oltre tre anni), Giuseppe Romita, Mauro Scoccimarro, Rocco Pugliese ed altri, che in alcuni casi non ne uscirono vivi, come già era accaduto all’anarchico Gaetano Bresci, condannato per l’uccisione del Re Umberto Primo di Savoia. Non sarà solo storia del nostro Paese e dell’Europa, ma anche studio, natura, cura dell’anima e ricerca del benessere psicofisico. Per quest’ultimo aspetto, il luogo si presta benissimo, anzi oserei dire che resta eccezionale.

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Lapide dedicata a Sandro Pertini

Per questo è opportuno riprendere, tra le altre ipotesi, l’idea di un luogo in cui imparare la Resilienza, “che non serve solo ad imparare a gestire le sfide quotidiane in modo più equilibrato e sostenibile, comprendendo i propri sentimenti, bisogni e confini personali, ma è utile anche a pensare in modo più chiaro e ad identificare le proprie emozioni e a saperle gestire”. Se prendiamo in considerazione questi aspetti possiamo affermare che è proprio questa la sfida in cui si ribalta il “Panottico” creato apposta e invece per il controllo e la segregazione delle menti.

Le grida feroci, la violenza cieca, gli assassinii che descrive Settembrini, lasceranno il posto al buon vivere, alla conoscenza, alla bellezza della natura e del sapere. Questo è il progetto e occorre realizzarlo senza più alcun indugio. E’necessario fermare il degrado della struttura ed essere pronti nella primavera del 2021 ad aver espletato il progetto concorso e definito quello esecutivo.

Nel frattempo, bisogna procedere con la messa in sicurezza della struttura. L’Amministrazione comunale di Ventotene, con le pochissime risorse di cui disponeva, ha tenuto aperte le visite guidate, ha cercato di por mano al dissesto degli approdi e ad alcune criticità delle mura del reclusorio.

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Il reclusorio fotografato dalla parte del piccolo cimitero. A destra si vede la palazzina della Direzione. Dove ci sono gli alberi, tra la palazzina e il vialetto attraverso il quale si arriva al cancello d’ingresso, c’è "Piazza della Redenzione".

Concludo questo mio intervento, proponendo un ultimo tema di straordinaria importanza qual è la gestione della struttura una volta riqualificata. Se non la useremo subito, ricominceranno l’abbandono ed il degrado ed è per questo che già da ora dovremmo realizzare la forma di gestione, approfondendo adeguatamente il tema della sostenibilità economica. Non potrà più essere solo la mano pubblica ad occuparsi della struttura così come è stato nei due secoli precedenti. Per questo va pensata una gestione partecipata pubblico/privato da realizzare innanzitutto con il Comune di Ventotene, la Regione Lazio, il Governo Italiano e l’Unione Europea.

Si dovranno reperire altre risorse, magari attraverso il fund raising, l’ART-bonus oppure contratti di valorizzazione. Il Comune di Ventotene è pronto. Si farà ogni sforzo affinchè questa straordinaria impresa si arricchisca del contributo di quanti, ricercatori, studenti, associazioni, soggetti imprenditoriali, intendano contribuire alla rinascita di Santo Stefano.

Francesco Carta

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