IL RAZZISMO AMBIENTALE DEL RICCO OCCIDENTE TECNOLOGIZZATO

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C’è una zona del mondo che potrebbe essere definita come la repubblica del rifiuto, formata da stati del continente africano sul cui territorio vengono ogni giorno scaricate tonnellate di rifiuti speciali, caratterizzati cioè da un alto tasso di pericolosità. Stando ai dati pubblicati da Oni, una ridottissima percentuale dei rifiuti elettronici di Europa e Usa, il 17%, viene correttamente raccolto e riciclato, tutto il resto viene spedito in Africa, continente che i governi del ricco e opulento occidente usano per riempire di scarti elettronici di ogni tipo (smartphone, stampanti, frigoriferi, pc, ecc.). Pochi si chiedono nel momento in cui decidono di liberarsi del loro cellulare, per esempio, quale percorso intraprenda, se e come venga riciclato. Il consumatore tipo abitante nella zona più ricca e fortunata del globo, difficilmente si porrà questioni di ambito etico, ma sarà più pratico e si libererà di quello che improvvisamente sarà diventato, dopo pochi anni di vita, un oggetto del tutto inutile alla sua vista e privo di fascino. Prima che il rimorso ci colga di sorpresa, il nostro smartphone ha iniziato un viaggio verso Nigeria, Ghana e il Golfo di Guinea per aumentare il volume della discarica dei rifiuti elettronici del mondo.

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Uno sguardo dall’alto sarà in grado di mostrare al capriccioso abitante di Europa e Usa le tonnellate di cosiddetto e-waste, ovvero cavi, schermi, vecchi telefoni, manufatti elettronici di ogni tipo e volume, che costituiscono un ingombrante paesaggio di Paesi già poveri di per sé e da qualche anno anche costretti a subire l’arrogante atteggiamento del ricco occidentale fautore della new economy. Secondo le stime prodotte per il 2019, nel mondo sono stati prodotti 53 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che se venissero messi in fila andrebbero a formare un’autostrada di oltre 125 chilometri, un mare di rifiuti difficili e costosi da smaltire e per questo destinati al mercato nero africano dove avviene lo smantellamento per recuperare preziosi fili di rame o altri materiali (mercurio e piombo) altamente nocivi per l’ambiente e la salute. Leggi e convenzioni internazionali sono abilmente aggirate grazie alla destrezza occidentale che etichetta i prodotti elettronici come non riutilizzabili, un razzismo ambientale di cui sono protagonisti i maggiori Paesi del ricco occidente, frutto di un capitalismo selvaggio e di un’economia che ha accorciato sempre di più la vita media degli oggetti elettronici per allungare i profitti delle ricche industrie produttrici.

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L’obsolescenza programmata è la filosofia di vita su cui si regge la maggior parte della produzione di beni messi a disposizione di masse sempre più disattente e capricciose. Figlia della società industriale, essa esiste da molti decenni, ma quella che ultimamente si sta affermando è, a differenza del passato, più sottile perché attuata costringendo tutti i possessori di un determinato cellulare all’aggiornamento delle app con i nuovi sistemi operativi, operazione che comporta inevitabilmente l’abbandono forzato dei vecchi e ancora funzionanti smartphone o Iphone non in grado di supportare continui e progressivi aggiornamenti. La risoluzione del novembre scorso del Parlamento Europeo per incentivare modelli di produzione e consumo compatibili con uno sviluppo sostenibile è indissolubilmente legato a una cultura del riutilizzo e della riparazione, dunque è volta a contrastare la spiacevole pratica dei produttori di beni di consumo volta ad accorciare il lorociclo di vita e ad aumentarne il tasso di sostituzione. La direttiva si rivolge in particolare ai prodotti elettronici, la cui durata è limitata a un tempo solitamente di poco dopo la scadenza del periodo di garanzia legale di conformità. L’intervento delle istituzioni rappresenta al momento la sola garanzia di contrasto a strategie di marketing favorevoli unicamente alle industrie produttive di beni tecnologici, infischiandosene della libertà di scelta del singolo e degli effetti negativi sull’ambiente e sulla salute.

Andrea Alessandrino

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