IL PORTO DELLE NEBBIE

MINO PECORELLI

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20 marzo 1979. Roma, via Orazio. Alle ore 20,30 il giornalista Carmine “Mino” Pecorelli, lasciata la sede del suo settimanale, O.P., in via Tacito, entra nella propria autovettura, una Citroen CX Pallas. Appena messo in moto, quattro proiettili, usciti da una pistola con silenziatore, lo colpiscono. Non riesce a prendere la pistola nel cruscotto e la vettura, senza controllo, si schianta contro una saracinesca. Mino Pecorelli è morto. Molta gente tirerà un sospiro di sollievo, qualcuno sarà soddisfatto dell’esecuzione, per altri invece quella morte sarà una tra le tante, in un momento politico particolare. Ma chi era Mino Pecorelli? Perché doveva essere eliminato? Era un personaggio scomodo, questo è certo, un avvocato ed un giornalista, conosceva militari e politici, sapeva analizzare le notizie, sapeva divulgarle nei tempi e nei modi giusti, e per non avere veline o veti da qualcuno, decise di fondare una sua testata: O.P. Osservatore Politico, che guarda caso significa anche Ordine Pubblico. Un caso, forse, ma certo si era fatta strada l’ipotesi che ricevesse finanziamenti dalla P2, forse per screditare possibili nemici della loggia massonica più potente d’Italia. E poi Pecorelli era anticomunista fino al midollo, non amava la deriva che aveva preso la politica nazionale, perciò voleva essere efficace nello scrivere, preciso.

cms_6305/2.jpgRaccoglieva informazioni dettagliate, e collegava gli eventi e il suo giornale veniva letto da chi stava in alto, da chi dava ordini e da chi li eseguiva. E poi aveva il vizio, quando il caso lo richiedeva, di riesumare storie dimenticate, dossier sepolti dal tempo. Pecorelli è anche colui che coniò il termine “divo Giulio”, per riferirsi a Giulio Andreotti, da lui visto come cinico, spietato, un dominus in grado di arrivare ovunque, duramente attaccato durante il periodo del sequestro Moro. Tra i suoi articoli si ricordano quelli relativi al contrabbando di petroli nella seconda metà degli anni 70, che vide coinvolti diversi ufficiali di alto livello della Guardia di Finanza. Inoltre scese molto in dettaglio riferendosi allo scandalo Italcasse. L’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane, raccoglieva la liquidità in eccesso delle casse di risparmio nazionali, ma vennero scoperti fondi neri destinati a svariati politici ed imprenditori, e proprio rivolgendosi direttamente ad Andreotti, la prima pagina di O.P. del 14 ottobre 1977, titolava “Presidente Andreotti, a lei questi assegni chi glieli ha dati?”, includendo nell’articolo una lista di assegni presumibilmente incassati da Andreotti e da altri personaggi, tra i quali i fratelli Caltagirone, esposti verso l’istituto per 209 miliardi di lire dell’epoca, e che a seguito di questo scandalo dovettero fuggire in America, per evitare di essere arrestati.

cms_6305/3.jpgPecorelli seguì da vicino tutto il rapimento Moro, anzi, arrivò ad individuare i falsi comunicati delle BR, parlò del ritrovamento del suo memoriale e di come era stato manomesso, stralciandone le parti relative alla corruzione di Andreotti e ai legami della politica con Sindona e ancora con Caltagirone. Conosce tante cose Pecorelli, di tante parla, di altre scrive, preparando pezzi che poi vengono cambiati dopo averli fatti ricevere ai diretti interessati, ma poi 4 proiettili lo raggiungono e la sua vita finisce. Proiettili particolari, difficili da trovare anche per i criminali, ma casualmente dello stesso tipo utilizzato dagli appartenenti alla Banda della Magliana. Alcune voci tirarono in ballo Massimo Carminati, ma non si arrivò a nulla. La Procura di Perugia, incaricata dell’inchiesta, mise insieme Andreotti, la DC, la P2, Claudio Vitalone, e poi ancora la mafia, con le rivelazioni del pentito Buscetta. Si provò ad unire dati, fatti, nomi, come in una tela di ragno invisibile, ma le corrispondenze, le testimonianze, tutto perse di consistenza quando, nel 1999, venne pronunciata la sentenza di assoluzione per tutti, da Andreotti al mafioso Badalamenti, per non aver commesso il fatto. Inoltre tra l’omicidio e la sentenza uscirono fuori anche la tessera di adesione di Pecorelli alla P2, si indagò, guardando agli ambienti di estrema destra, ma al fuoco c’era troppa carne e la Corte di Cassazione, nel 2003, non poté che confermare l’assoluzione per gli imputati. Carmine “Mino” Pecorelli è morto senza che sia stato trovato un mandante. Aveva sfidato troppe persone influenti, troppi uomini senza scrupoli e l’unico ad andarci di mezzo è stato lui. Gli altri nomi coinvolti sono rimasti al loro posto, alcuni sono anche tornati dal volontario esilio, ed il suo invece sarà dimenticato, perso, tra le nebbie del tempo.

P. V.

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