IL PERICOLOSO TRIANGOLO TRA GRECIA,CIPRO E TURCHIA

La riapertura di Varosha e la sospesa questione cipriota

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L’annuncio della riapertura della spiaggia di Varosha, nel quartiere fantasma della città di Famagosta, nella zona nord orientale di Cipro, rivela la sofferente eredità di un paese di giovane formazione, storicamente dilaniato dalle divisioni interne tra le due apparentemente inconciliabili fazioni, quella greco-cipriota e quella turco-cipriota. Dopo ben 46 anni infatti le autorità turche rimuovono il sigillo ad uno dei luoghi più emblematici del triste capitolo della storia dell’isola, quello dell’invasione turca del 1974, oggetto anche di condanne da parte della Corte di Strasburgo, che pronunciandosi nella sua sentenza definitiva del 2014, aveva imposto alla Turchia, l’erogazione di un risarcimento equitativo di 90 milioni per i danni fisici e morali apportati alla popolazione greco- cipriota, a causa delle violazioni dei diritti umani di carattere fondamentale, scaturite dall’intervento militare. Circa 180.000 sono i ciprioti costretti da tali circostanze ad abbandonare le proprie abitazioni per spostarsi nella zona sud dell’isola. Non a caso lo stesso nome “Varosha” starebbe a significare “sepolto nella sabbia”; espressione metaforicamente applicabile al generale status quo dell’isola, che dopo gli accordi di riappacificazione adottati in seno alle Nazioni Unite, verte in una situazione di stabilità provvisoria avvertita dalla popolazione con un senso di rassegnazione ma anche di rammarico. Ad oggi infatti un terzo dell’isola, corrispondente alla zona nord, continua ad essere controllata dalle truppe turche di occupazione, costituitesi nell’attuale autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord, priva di riconoscimento da parte della comunità internazionale, se non naturalmente dal governo di Ankara. Ad annunciare infatti la riapertura di Varosha, il primo ministro della Repubblica turca di Cipro del Nord, Ersin Tatar, sostenuto dall’amministrazione di Recep Tayyip Erdogan.

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Immediate le proteste degli ex residenti greci di quell’area, di cui si è reso portavoce il governo di Nicosia, che ha reagito parlando di “un’azione provocatoria e illegale”, sottolineando anche la slealtà di Ersin Tatar, che avrebbe compiuto in maniera evidente “un’interferenza elettorale” in vista delle prossime elezioni per la presidenza turco-cipriota, a cui concorre contro l’oppositore Mustafa Akinci, ritenuto moderato e sostenitore della riunificazione, il quale ha parlato di una mossa che "mette il popolo turco-cipriota in una situazione difficile sul piano internazionale". La questione è stata anche riportata all’attenzione del Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, e del Consiglio, che hanno assunto una posizione di contrarietà verso tutte le azioni unilaterali che potrebbero comportare un deterioramento dei rapporti tra Cipro e Turchia. Ma le tensioni nell’area del Mediterraneo orientale, legate a questa triade di paesi, non sono appunto circoscritte alla notizia della riapertura di Varosha. Recentissime le vicende legate alla nave esplorativa turca Oruc Reis diretta verso l’isola di Kastellorizo sotto l’amministrazione dell’isola di Rodi, oggetto di disputa tra Grecia e Turchia nell’ambito della cosiddetta “guerra del gas”. Senza ombra di dubbio l’area del mediterraneo orientale, ha costituito da sempre un centro di interessi economici, considerando la presenza di giacimenti e la posizione geografica che la rende punto nevralgico per gli sbocchi verso oriente e verso il Canale di Suez, stessi motivi per i quali sin dalla fine dell’800 ad esempio l’isola di Cipro, si è trovata sotto dominio britannico, dapprima come territorio amministrativo e a partire dalla Prima Guerra Mondiale, come vera e propria colonia.

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È ovvio è anche il fatto che l’abuso del principio del “divide et impera”, da una parte ha sfruttato e dall’altra ha alimentato le divisioni etniche pre-esistenti sul territorio, arrivate a costituire una separazione de facto. Urge quindi un interessamento maggiore da parte della comunità internazionale nei riguardi dei fragili equilibri che regolano i rapporti tra i paesi dell’area, talvolta turbati da violazioni della sovranità territoriale degli stessi, attraverso una presenza fisica e non autorizzata in particolar modo di imbarcazioni straniere nelle acque territoriali, si pensi alle periodiche ricognizioni turche nelle acque greche, già denunciate dallo scorso agosto. Questa situazione ha infatti un certo monito sul piano internazionale; a dimostrazione di ciò ad esempio figura il rifiuto del governo cipriota di Anastasiades di accettare le sanzioni per Lukashenko, avvalendosi del proprio diritto di veto in Commissione, per richiedere all’UE restrizioni più severe nei confronti degli illeciti turchi in tema di trivellazioni nelle proprie acque territoriali. Questione che ha anche procurato critiche ad Anastasiades, mancando della considerazione che è dovuta invece indiscriminatamente a tutti i paesi membri, forse anche con maggiore riguardo ai paesi più piccoli e meno influenti. La questione cipriota rimane ad oggi una ferita aperta, così come l’invasione turca un’immagine indelebile soprattutto negli occhi delle generazioni che hanno vissuto certi scenari; si pensi che ancora oggi il 15 luglio alle ore 8.20 e il 20 luglio alle ore 5.30, segnando i momenti esatti degli attacchi, risuonano per tutti i centri ciprioti sirene simboliche, che rimbombano per alcuni minuti nel silenzio di un’intera nazione. Dopo decenni di lotte Cipro rimane ancora l’ultimo muro permanente in Europa.

Federica Scippa

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