IL PARADISO PERDUTO

Via libera ai cercatori d’oro nella foresta amazzonica

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E’ ormai ufficiale: la riserva naturale dell’Amazzonia aprirà le porte ai cercatori d’oro, pronti a sfoderare le loro devastanti trivelle. Mercoledì scorso, il presidente brasiliano Michel Temer ha firmato l’abolizione della National Reserve of Copper and Associates (Renca), l’area protetta istituita nel lontano 1948 dall’allora regime militare del Paese. Una manovra volta, forse, a catturare le simpatie degli imprenditori, che da tempo premevano per avere accesso a quel “paradiso economico”. L’area – che misura ben 46.000 chilometri quadrati – è infatti celebre per i suoi sterminati giacimenti di oro, ferro, nichel e altri minerali più o meno pregiati; una manna dal cielo per tutti coloro che inseguono fortuna e soldi facili, nonché per le aziende (spesso grandi multinazionali) che desiderano investire nel settore. “La misura punta ad attrarre investimenti nel Paese e a creare nuovi posti di lavoro, nel rispetto della sostenibilità ambientale. Nove aree della riserva continueranno a essere protette” ha fatto sapere con una nota il ministero per l’Estrazione e l’Energia brasiliano. Rassicurazioni che non sono bastate a placare l’ira degli ambientalisti, che l’hanno definito “la peggiore catastrofe degli ultimi 50 anni”. A destare preoccupazione non è solo la sorte degli ettari di foresta in pericolo, ma anche e soprattutto il futuro delle popolazioni indigene che, finora, non hanno mai avuto contatti con il resto del mondo, garantendo la sopravvivenza di affascinanti e antichissime culture.

cms_7041/2.jpgPer quanto il governo brasiliano possa limitare i danni, la sola presenza dei macchinari e del personale addetto ai lavori andrà a destabilizzare l’equilibrio degli indios, già minacciato dalle alterne vicende dei Paesi limitrofi. I dati raccolti dal Wwf non fanno che alimentare tali timori: secondo alcuni rilievi, i principali giacimenti di oro si troverebbero proprio a ridosso della Riserva Biologica di Maicuru, dove risiedono varie popolazioni autoctone.Dinanzi alle feroci proteste degli ambientalisti, Tomer ha fatto presente che l’area soggetta alle trivellazioni sarà pari al 30% dell’intero territorio; un’inezia rispetto alle infinite distese di verde che siamo abituati a conoscere. Nessun cenno, tuttavia, ai dati diffusi dall’Inpe (Istituto di ricerca sull’Ambiente brasiliano): pare che, tra l’agosto del 2015 e il luglio del 2016, siano andati distrutti ben 8.000 chilometri quadri di vegetazione, con un tasso di deforestazione che sfiora il 29%. Che ne sarà di quell’enorme polmone verde tra qualche anno, quando 20.000 siti minerari verranno selvaggiamente trivellati?

“Nessuno ignora l’importanza dell’attività mineraria per risollevare il Paese. Ma se il governo tirerà dritto, senza valutare le conseguenze sull’ambiente e sulle comunità locali, andremo incontro a una catastrofe annunciata” ha ribadito Michel de Souza, coordinatore di Wwf Brasile. Dello stesso tenore il commento del senatore Randolfe Rodrigues: “Questo decreto è il più forte attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la costruzione della Transamazzonica è stata così distruttiva, nessuno immaginava che il governo Temer potesse osare tanto”. Sui social ha letteralmente spopolato l’hashtag #sosAmazonia, che ha visto impegnate nella campagna ambientalista anche diverse celebrità, come la supermodella brasiliana Gisele Bündchen.

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Il disboscamento della foresta amazzonica è un problema che coinvolge direttamente l’intera popolazione mondiale: troppe le conseguenze negative sulla salute del nostro pianeta, a cominciare dal totale annullamento della biodiversità, che condurrebbe all’estinzione di molte specie animali e vegetali. Dal canto suo, anche l’uomo si troverebbe in grave pericolo, a causa dei bruschi cambiamenti climatici su vasta scala, dei disastri naturali e del rischio idrogeologico dovuto alla mancanza di vegetazione: gli alberi ricoprono un ruolo fondamentale nell’ecosistema globale perché, oltre a produrre ossigeno necessario alla vita, grazie alle loro possenti radici contribuiscono a tenere ben saldo e compatto il terreno, scongiurando eventuali frane e smottamenti. Il ridotto assorbimento di anidride carbonica, inoltre, contribuirebbe ad acuire il problema dell’effetto serra. Di questo passo, si raggiungerà presto il limite del surriscaldamento globale, con conseguenze potenzialmente distruttive per l’intera specie umana: tra gli scenari possibili, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari con sommersione delle zone costiere, diffusione di malattie tropicali, frequenti ondate di calore alternate con periodi di violente precipitazioni, la fusione delle calotte polari e il totale disgelo della tundra, i cui ghiacci sprigionerebbero tonnellate di anidride carbonica e metano. Insomma, presto o tardi pagheremo le conseguenze di questa folle gestione del pianeta. A nulla varranno i fondi economici accumulati, le risorse minerarie e le miniere d’oro depredate. Quella natura che tanto sbeffeggiamo si prenderà la sua rivincita, sottraendoci il bene più prezioso di cui ci abbia mai fatto dono: la vita.

Federica Marocchino

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