IL MIO INDIRIZZO PERMANENTE - ROMA

Nikolaj Gogol’

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Sandro Botticelli: Primavera (1480 circa)

Il mio indirizzo pernamente - Roma

(NikolajGogol’)

Italia, magnifico paese!

Per te l’anima geme e si strugge:

Tu sei un paradiso, sei piena di gioia,

E in te smagliante l’amor è primavera.

Assorta l’onda fugge, fluttua

E prodigiose rive bacia;

Luccicano bellissimi i cieli,

Avvampa il limone e spira l’aroma.

Da ogni parte ti avvolge l’ispirazione,

Dovunque l’impronta dei tempi riposa.

E il viaggiatore si affretta

Da paesi nevosi, già ardendo,

E il grande creato contempla.

L’anima ferve; intenerir si sente,

Trema negli occhi una lacrima improvvisa:

Assorto nel cuor sognatore

Attinge l’eco di antichità.

Del mondo qui la fredda vanità inabissa,

Non si snatura l’orgoglioso ingegno;

In iridato nimbo di bellezza

Più caldo e acceso il sol va per il cielo.

Mirabili suoni, mirabili sogni,

Qui il mare calmo all’improvviso ti ispira;

Transito vivo di nubi lo svaria,

Il verde bosco, e la volta celeste.

Ma notte, notte, in estasi respiri:

Come dorme la terra, inebriata e adorna!

Appassionato il mirto la culla;

E tu, alta sul mondo, luna

Fulgida guardi, e meditando ascolti,

Come mormorii d’acqua sotto il remo,

Come su dalle aiuole si espande un concerto,

Che incantevole lontano risuona e fluisce.

Terra d’amore e mare di magie!

Come nel deserto un giardino di luce!

Giardino dove nelle nuvole dei sogni

Vivono Torquato e Raffaello!

Ti potrò vedere, trèpido d’attesa?

Radiosa l’anima e sgorganti i pensieri,

Mi brucia e seduce il tuo soffio,

Io nel ciel tutto palpito e suono!..

Questa romantica ed enfatica poesia, dal titolo “Italia”, è stata pensata e scritta da un giovane studente del Ginnasio superiore di Nežin, Nikolaj Gogol’ ed è stata pubblicata nel mese di marzo del 1829 nella rivista “Il figlio della Patria”. Poesia dedicata, con amore, ad un Paese che è vissuto prima nella sua fantasia e che il destino volle che lui lo vedesse e conoscesse realmente dopo quasi dieci anni. In questo periodo, sicuramente nessuno avrebbe scommesso che il giovane, timido, romantico, con la testa fra le nuvole, sarebbe diventato un giorno l’autore della grande opera “Le anime morte” e che ne scrivesse una gran parte proprio in Italia, dove arrivò nel 1837.

Gli anni precedenti, a San Pietroburgo, li trascorse alla totale ricerca del suo essere, per capire quale fosse il suo vero talento e quale dei tanti valesse la pena di dedicarsi completamente. Dopo aver provato diversi mestieri, come impiegato statale, attore, pittore, scrittore, trovò la verità nel capire quanto gli desse soddisfazione lo scrivere e decise così di perfezionarsi. Ma solo dopo aver completato e pubblicato l’opera folcloristica «Veglie alla fattoria presso Dikan’ka» ed aver assaggiato il successo, capì che la sua strada, tanto cercata, l’aveva trovata.

Nel 1836 il giovane scrittore era arrivato alla massima considerazione nel mondo letterario: era all’apice, ben voluto negli ambienti di San Pietroburgo, frequentati da tutti gli scrittori più famosi, tra i quali spiccava il grande Puškin. Inoltre, era diventato per tutta la Malorossia (oggi Ucraina) e la regione di Poltava, quasi un eroe nazionale. Ma presto la sua stella, così brillante, cominciò a perdere la luce.

Tutto iniziò a San Pietroburgo, alla premiere della commedia, da lui ideata, “L’ispettore generale” che non ebbe giudizi positivi dalla critica e fu addirittura definita “un fiasco”. Dopo un breve periodo, i componenti dell’ alta società si resero conto che l’opera poteva essere accettata, nonostante il tipo di satira esercitata. Diventò così un successo, ma non per l’autore, deluso e depresso. La sua ambizione era di arrivare a far intendere e capire alla massa la verità sul sistema politico, marcio fino all’osso: fu invece intesa come un’opera compiuta per creare ilarità.

Fra molti critici ci furono alcuni che cominciarono ad infierire, lanciando frecciate avvelenate a Gogol’, e lui, essendo molto sensibile,cominciò ad avere molti dubbi sulla propria capacità letteraria. L’ultima goccia che fece traboccare il vaso della sua resistenza a quanto stava succedendo, fu la lettera ricevuta dalla madre dove lesse parole che lo fecero stare peggio: “Non nasconderti, umiliato e modesto, dietro uno pseudonimo inutile “Baron Brombeus”, qui tutti i lettori dei tuoi romanzi hanno ben capito che è Gogol’ lo scrittore”. Ancor più demoralizzato da questa notizia, si infuriò, pensando a quanta gente avesse creduto che lui potesse scrivere cose di così basso livello, come quelle scritte da “Baron Brombeus”, dietro al quale si nascondeva il suo peggior nemico e critico letterario Osip Senkovskij. Caduto nel più grande sconforto e depresso, decise di allontanarsi dalla Russia… Allora non esistevano pastiglie antidepressive o strutture dove poter trovare cure; secondo lui, l’unica buona medicina era la fuga da un ambiente tanto ostile nei suoi confronti e il grande desiderio di andare dove nessuno lo avrebbe riconosciuto.

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Aleksandr Sergeevič Puškin (1799 – 1837)

Parti per l’Europa nell’estate del 1836, ma in Germania, Austria e Francia non trovò quel calore e quella ospitalità che desiderava. Proprio mentre si trovava a Parigi, nel gennaio del 1837, lo raggiunse una missiva molto triste, che gli comunicava la tragica scomparsa del suo più grande Amico, Maestro ed idolo letterario, Aleksandr Puškin, ucciso da un ufficiale francese, D’Antes, durante un duello. Questa notizia lo colpì profondamente e di conseguenza, unitamente alla sua depressione, si ammalò in modo molto serio: era vicino alla possibilità di “seguire” la fine di Puškin. Trascorse dei giorni terribili, con la mente sempre rivolta al suo caro amico perduto. Aveva, tra gli altri, un pensiero che riuscì, con molta fatica, a trascrivere sulla carta:

“Tutto ciò che vi è in me di buono, lo devo a lui, anche il mio lavoro attuale (Le anime morte) è una sua idea. Mi fece giurare che l’avrei scritto, e nessuna riga è mai stata scritta senza che lo avessi davanti agli occhi. Mi confortava il pensiero di come ne sarebbe stato soddisfatto, intuivo che gli sarebbe piaciuto, e questa era la mia unica e sola ricompensa. Ormai questa ricompensa non mi appartiene..

Che cosa vale il mio lavoro? Che cosa vale la mia vita? Vivo da circa un anno in terra straniera, vedo cieli meravigliosi, un mondo ricco d’arte e di umanità. Ma sono incatenato indissolubilmente a ciò che mi è troppo caro, al nostro mondo, povero e scialbo, le sue case storte e le nostre distese; io preferisco i cieli più splendidi, che mi salutano allettanti. E con tutto ciò potrei non amare la mia patria? Tu non potrai comprendere fino in fondo le mie sofferenze. Io sono senza una casa, le onde mi sballottano, mi percuotono, posso solo aggrapparmi all’ancora dell’orgoglio che forze superiori mi hanno insediato nel petto. Mi toccherà morire lontano dalla mia patria…”.


1 Lettera a M. Pogodin

(da “Indirizzi romani di Gogol, versione italiana del libro “Po rimskim adresam Gogolj pubblicato in Ucraina ad aprile 2009, tradotto dall’autrice - Valentina Vinogradova)

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Valentina Vinogradova

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