IL GUSTO AMARO DELLE LEGGI IMPERFETTE

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La vita in Parlamento scorre veloce, nel tentativo di adeguare la Legge italiana alle trasformazioni di una società sempre più “fluida”. Spesso, però, il convulso valzer di modifiche, rimpalli e “approvazioni a metà” rischia di non sortire i risultati sperati, generando malcontento e ulteriori tensioni. E’ quanto accaduto proprio questa settimana, con due “eventi legislativi” che hanno lasciato l’amaro in bocca: l’approvazione della legge sulla tortura e la bocciatura del ddl in tutela degli “orfani di femminicidio”.

La giornata di mercoledì scorso ha segnato la definitiva introduzione del reato di tortura all’interno del codice penale, grazie all’approvazione di entrambe le Camere. L’evento avrebbe certamente suscitato festeggiamenti ed entusiasmo generale tra l’opinione pubblica (ancora scossa dall’influenza mediatica del caso Cucchi), se non fosse per il testo di legge, ben lontano dalle aspirazioni collettive. L’articolo 613-bis impone la reclusione da 4 a 10 anni per chiunque cagioni sofferenze fisiche o traumi psichici “verificabili”, inscritti in una serie di condotte che denotano un trattamento inumano e degradante, a soggetti privati della propria libertà personale o sottoposti a situazioni di minorata difesa (affidati cioè alla custodia, vigilanza, podestà o assistenza di terzi). Il 613-teris, invece, fa chiarezza sulle sanzioni legate a circostanze aggravanti: commettere il reato in qualità di pubblico ufficiale o di incaricato a pubblico servizio comporta solo un lievissimo “slittamento” del periodo di detenzione, da 5 a 12 anni; una pena che potrà inasprirsi solo nei casi in cui il crimine avrà causato lesioni personali “comuni o gravissime” non derivanti dall’esecuzione di legittime misure privative/limitative dei diritti. Una serie di condizioni – o, per meglio dire, restrizioni – che conferiscono al testo scarsa applicabilità, come evidenziato da più parti. Perché punire solo in caso di condotte prolungate nel tempo, laddove gran parte delle violazioni si configurano come episodi isolati? E ancora: com’è possibile identificare con esattezza e imparzialità le cause di un trauma psichico? I dubbi in merito al testo di legge sono tutt’altro che infondati, come confermato dalle parole del deputato Pd Luigi Manconi, primo promotore del disegno originario: “Il 15 marzo del 2013 presentai un ddl sulla tortura. Quanto accaduto in questi anni ha portato allo stravolgimento di quel testo, che ricalcava lo spirito cardine delle convenzioni e dei trattati internazionali sul tema. Le modifiche oggi apportate lasciano ampi spazi discrezionali perché, ad esempio, un singolo atto di brutale violenza di un pubblico ufficiale su un arrestato potrebbe non essere punito. […] Tutto ciò significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio a danno delle persone private della libertà, o comunque affidate loro”.

La seconda “sconfitta” per il Parlamento è giunta giovedì scorso, con lo stop al ddl sul femminicidio da parte del Senato. Il testo prevedeva una serie di agevolazioni a supporto di tutti quei minori rimasti orfani a seguito di crimini domestici: il diritto alla pensione di reversibilità e all’eredità del genitore vittima di violenze, risarcimento danni (grazie al sequestro conservativo dei beni dell’indagato), istituzione di un fondo di solidarietà in grado di finanziare apposite borse di studio, piani di reinserimento lavorativo e reti di supporto medico-psicologico. Contestualmente, si disponeva anche un inasprimento delle pene per chi si fosse macchiato dei reati di violenza domestica, fino all’ergastolo. Una proposta che avrebbe messo tutti d’accordo, se solo si fosse rivolta esclusivamente ai figli di coppie eterosessuali: il motivo del veto, secondo quanto sostenuto dagli esponenti di Forza Italia, starebbe proprio nel riferimento ai “figli delle unioni civili”, inteso dai senatori come un “tentativo di ‘far entrare dalla finestra’ un tema ancora caldo e, soprattutto, già affrontato in altra sede”. “Stiamo facendo quanto serve per giungere a una rapida approvazione della legge sugli orfani di femminicidio – ha fatto sapere Mara Carfagna, parlamentare Fi – ma il nostro lavoro è lontano dalle photo opportunity, dalle strumentalizzazioni e dalla ricerca di visibilità. Al contrario, è interamente dedicato alla salvaguardia dei diritti di donne e bambini”.

Obiezioni e continui rimaneggiamenti da parte di più indirizzi di pensiero contribuiscono a garantire l’equità di una legge ma, in questo caso, la critica mossa dal centrodestra suona come una pericolosa discriminazione: perché non tutelare anche coloro che sono stati cresciuti da una coppia omosessuale, e che sfortunatamente hanno subito il dramma di un crimine domestico? Tralasciare i bambini nati nelle unioni civili condurrebbe a una legge “monca”, proprio come accaduto al provvedimento sul reato di tortura. E’ il rischio che si corre quando l’iter legislativo non è colto nella sua vera essenza – cioè come un momento di estrema responsabilità, di scrupolosa riflessione e analisi – bensì come occasione per esprimere la propria superiorità politica, in un “braccio di ferro” tra partiti che può solo nuocere al benessere del Paese.

Federica Marocchino

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