IL FASHION MADE IN USA SI DISSOLVE COME NEVE AL SOLE

Il non sense della New York fashion week Autumn-Winter ’21-’22

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La grande mela, con la sua fashion week, è stata da sempre il punto di partenza per la presentazione delle nuove collezioni, la città che dava il la al fashion month che avrebbe proseguito il suo cammino per Londra, Milano per poi terminare a Parigi. Quest’anno, per la presentazioni delle collezioni per il prossimo autunno-inverno, con grande sgomento, gli addetti ai lavori e fashion editor hanno potuto constatare che la fashion week non esiste più, o almeno non più a New York.

cms_21027/foto_1.jpgIl calendario della kermesse digitale, che ha visto un solo fashion show in presenza, ha cambiato nome e pelle in calcio d’angolo dal presidente del CFDA (Council of Fashion Designers of America), il designer Tom Ford trasformandosi in “American Collections Calendar”. L’intento, almeno secondo Ford è stato quello di globalizzare, in tempi di pandemia, la moda made in USA, sponsorizzando i designers americani non solo durante la canonica fashion week, ma in qualsiasi altro momento della stagione presentino le loro collezioni. La maison, per fare un esempio, Proenza Shouler ha presentato la sua collezione in piena London fashion week “violando” il tacito accordo di non ingerenza tra una fashion week e l’altra. L’amministratore delegato del CFDA, Steven Kolb ha tenuto a precisare che non è un abbandono da parte dei maggiori designer nel non presentare le loro collezioni durante la fashion week newyorkese, che resta il cuore del fashion USA, ma di ripensare ad un modo nuovo di intendere il fashion. La doccia fredda arriva, a stretto giro di posta, da chi doveva dare l’esempio come il presidente Tom Ford che ha annunciato, in corso d’opera, che presenterà la sua collezione il ventisei febbraio prossimo in piena Milano fashion week. Se non è una delegittimazione di New York questa, non so quale potrebbe esserlo! A mancare in questa straniante fashion week newyorkese sono state tutte le grandi maison a stelle e strisce, oltre a Tom Ford, nomi di peso che sono diventati macigni sulla grande mela, una defezione senza precedenti: Calvin Klein, Michael Kors, Tory Burch, Oscar de La Renta, Donna Karan, Tommy Hilfiger, Ralph Lauren, Alexander Wang, Marc Jacobs, Jeremy Scott, Coach. Le piattaforme dove è stato possibile vedere le cinquantasette sfilate (quasi tutti designers emergenti) e sarà possibile vedere le sfilate dei big fuori fashion week sono state due: quella del CFDA, Runway360 e quella di IMG. Una kermesse nella kermesse è stata la presentazione di undici collezioni dedicate alla moda maschile e gender fluid, sempre di giovani designers emergenti. Dopo questa fashion week disastrosa ha ancora senso parlare di New York come punto d’interesse per buyers ed addetti ai lavori? La New York fashion week è diventata una kermesse “locale” e sono in molti a porsi alcune domande: varrà ancora la pena, quando ci si potrà nuovamente spostare, volare nella grande mela per assistere a una kermesse che ha perso la sua allure e fashion appeal? La pandemia, oltre alla morte di milioni di persone, causerà la morte anche delle fashion weeks? La forzata digitalizzazione del fashion porterà definitivamente le maison a creare eventi privati non più legati ad un rigido calendario? New York, Londra, Parigi e Milano perderanno la loro leadership nel fashion system? Difficile rispondere a queste domande, solo il tempo e solo quando ci saremo lasciati definitivamente alle spalle questa maledetta pandemia sarà possibile dare delle risposte concrete. Una cosa è certa, New York aveva perso il suo smalto già in tempi pre-pandemia, il sogno americano era già appannato da tempo, la pandemia ha solo bruscamente accelerato un declino percepibile nel fashion system già da alcuni anni. Non ci resta che attendere le prossime mosse di Londra, Milano e Parigi per capire se sarà solo la tappa newyorkese ad essere cancellata dal fashion system o sarà in buona compagnia.

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L’unico fashion show in presenza è stato quello dell’emergente designer taiwanese, Jason Wu pupillo della temibilissima direttrice di Vogue America, Anna Wintour. La sua collezione è un inno alla perduta normalità, una merce rara in questa pandemia, il designer sceglie come location un posto frequentatissimo, forse perché quasi l’unico concessoci: l’interno di un supermercato. Jason Wu ha creato una collezione dove fashion e cibo fossero in stretto contatto, le sue due grandi passioni messe a confronto e scontro. E’ stata una collezione made in USA sino al midollo visto che il designer ha avuto libero accesso agli archivi del marchio americano per eccellenza: la Coca-Cola dove le iconiche bottiglie sono diventate una stampa per capi di sportwear di lusso. Jason Wu ha definito la sua una collezione pronta da portare, ed effettivamente è una collezione concreta, portabilissima, con pattern non invasivi, linee minimal e fitting comfy, senza inutili stravaganze da passerella. L’unico elemento frou-frou è dato dalle frange che svolazzano da capispalla, blazer e t-shirt oversize. Gli stivali sono gli accessori imprescindibili della collezione, in tinta unita, in discreta stampa cocco, in evidente stampa rettile, sarà stato un omaggio alla Wintour che spessissimo nei suoi outfit indossa gli stivali?

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I designers Jack McCollough e Lazaro Hernandez per la maison Proenza Schouler hanno presentato un lookbook della loro collezione, come già detto, fuori dalla fashion week newyorkese e, assieme a quella del designer Jason Wu, sono state le più credibili, le più contemporanee, le più funzionali ed aderenti alle nuove esigenze del mercato ai tempi di pandemia. Anche da Proenza le linee sono minimal, ha una palette colori non strillata, una collezione che mescola capi strutturati in pelle e capi morbidi realizzati con l’iconica maglia che ha reso famosa la maison nel mondo. Se per Jason Wu gli accessori imprescindibili sono gli stivali per Proenza sono le slippers in morbida eco fur o in velluto con maxi fibbia e punta affilata. A voi la scelta se indossare gli stivali o le slippers il prossimo inverno, anche se lo stivale batte le slippers dieci a zero per glamour e femminilità.

T. Velvet

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