IL FALLIMENTO DELLA SUPERLEAGUE

Non sarà stato fatto un passo più lungo della gamba?

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Dopo il terremoto, la scossa di assestamento. Probabilmente la scala Richter non avrebbe potuto stabilire una magnitudo sufficiente a descrivere lo scossone che il mondo del calcio ha vissuto negli ultimi due giorni. Riavvolgiamo il nastro: alla mezzanotte di domenica dodici top club europei annunciano, come un fulmine al ciel sereno, la creazione della Super League, concretizzando un’idea sempre paventata ma costantemente smentita. Juventus, Milan, Inter, Barcellona, Real Madrid, Atlético Madrid, Liverpool, Tottenham, Manchester United, Manchester City, Arsenal e Chelsea si erano riunite in un circolo esclusivo, iniziando a progettare un campionato europeo solo per i più grandi. Con l’eccezione dei presidenti dei club coinvolti, e di qualche altra opinione sparuta, la reazione del mondo del calcio è stata veemente e fortemente contraria. Si sono espressi il presidente della UEFA Aleksander Ceferin e quello della FIFA Gianni Infantino, oltre ai capi delle leghe nazionali e addetti ai lavori. Ma la voce più importante è stata quella dei tifosi, che si sono prodigati in manifestazioni di impatto, tra striscioni e cori molto poco lusinghieri. Dunque arrivano gli abbandoni, uno dopo l’altro, col progetto che inizia lentamente e inesorabilmente a naufragare.

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A livello nazionale la bufera si concentra giocoforza sulla Juventus, già protagonista della sua stagione più complicata nell’arco degli ultimi dieci anni: rimbalzano le notizie delle dimissioni di Andrea Agnelli come presidente del club bianconero, poi rumorosamente smentite. Ma l’ex-presidente dell’ECA, l’associazione delle squadre europee, deve comunque fare i conti con dei pesanti rossi in bilancio: passivi, appartenenti anche ad altri team, erano uno dei principali motivi alla base dell’istituzione della Superlega. Le cifre trapelate promettevano un’iniezione di capitale non da poco, manna dal cielo per delle aziende sofferenti a causa della pandemia. Non va dimenticato che il calcio è la più grande multinazionale mondiale, muove un flusso di denaro senza eguali, e forse per questo era stato trasformato già da anni in un business. Un insieme di affari in cui la componente sentimentale veniva lentamente soppressa, in cui la voce dei tifosi e dei calciatori non veniva quasi più ascoltata. Il grande fallimento della Superlega, le cui dichiarazioni di intenti promettevano un qualcosa che avrebbe fatto bene al movimento pallonaro, si riassume qui. Oltre ad una campagna comunicativa frettolosa e disastrosa, costata l’immagine pubblica ad Agnelli e Florentino Perez.

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Perché sì, la Superlega avrebbe risanato dei conti sanguinanti e dato lustro a partite che stavano perdendo di attrattività. Certo, pensare a un Olimpo accessibile solo per pochi anziché ad una UEFA Champions League rivoluzionata in peggio ma aperta a tutti faceva storcere il naso ai tifosi; ma il fallimento della Super League è il trionfo della politica che nulla ha a che vedere con questo sport e dell’ipocrisia che caratterizza il calcio europeo: se il Fairplay Finanziario fosse applicato correttamente non si sarebbe dovuto ricorrere a soluzioni drastiche per salvare un mondo che sarebbe collassato su se stesso, con i tempi correnti che stavano soltanto aggravando i danni. Si era dovuti ricorrere a un cambiamento troppo repentino e troppo spaventoso per un popolo, quello del pallone, attaccato alla tradizione e restio ad aprirsi al cambiamento. Detto che la novità ha dovuto sacrificare anche gli ultimi residui di quel romanticismo che ha sempre caratterizzato questo sport. Il calcio non viveva un cambio così grande dal 1950, quando fu creata la vecchia Coppa dei Campioni e ancor prima dal 1929, quando furono istituti i campionati a girone unico, abbandonando i gironi regionali. Si è cercato di emulare l’Eurolega della pallacanestro, forse con tempi troppo acerbi. Ma la certezza è che l’eco di questa vicenda non si fermerà di certo qui.

Francesco Bulzis

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