IL DNA CONTRO LE STRAGI

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Mentre ci si arrovella su tematiche pseudo culturali per stabilire se la Fallaci dall’altro mondo debba dettare ai legislatori occidentali norme in grado di far tabula rasa dell’Islam intero, qualcosa di più sensato si affaccia all’orizzonte e apre uno scenario dove sembra che la sicurezza di tutti, musulmani compresi, possa essere effettivamente garantita in misura maggiore rispetto ad ora, visto che i semplici controlli - ormai è chiaro - non evitano gli attentati per limiti oggettivi, per colpevoli svarioni o, peggio, per dolose connivenze, nonostante i proclami che si susseguono ad ogni strage all’insegna dei progressivi rigori secondo scale di all’erta il cui apice è ormai già raggiunto senza che molto sia cambiato. Questa maggior sicurezza dovrebbe essere garantita da una semplice legge Italiana che risale al 2009 e che solo adesso sta per essere applicata grazie ad un regolamento attuativo del Consiglio dei Ministri. Si tratta della c.d. “banca dati sul DNA”, che sarà istituita presso il Ministero dell’Interno per raccogliere i profili genetici di una serie di soggetti. Certo, l’impulso definitivo è collegato all’emozione per gli ultimi attentati sicché, come spesso accade, si chiude la stalla dopo che i buoi sono scappati.

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La stalla è molto grande, però, e di buoi ce ne sono ancora in quantità. Il software si sviluppa lungo due direttrici: la prima si dipana a livello nazionale e a fini investigativi, la seconda ha caratteristiche più orientate alla collaborazione internazionale di polizia. Le categorie di soggetti individuate sono: coloro che si trovano in custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari; coloro che vengono arrestati in flagranza di reato o sottoposti a fermo di indiziato di delitto; coloro che sono detenuti e/o internati per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo; coloro ai quali è applicata una misura alternativa al carcere, sempre per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo. È previsto un laboratorio centrale presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - direzione generale dei detenuti e del trattamento del Ministero della Giustizia -, dove sarà impiegato personale sia in ambito tecnico-scientifico e sia tra le forze di polizia penitenziaria, tutti sottoposti ad una specifica formazione. Altri laboratori, a livello periferico, saranno organizzati nelle carceri e raccoglieranno il materiale da inviare al laboratorio centrale. Il controllo sulla banca dati nazionale del dna sarà esercitato dal Garante per la protezione dei dati personali.

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Il periodo di permanenza dei dati è stato previsto in quaranta anni dall’ultima circostanza che ne ha determinato l’inserimento, mentre il campione biologico sarà conservato non oltre venti anni dall’ultima circostanza che ne ha determinato il prelievo. Naturalmente i dati saranno comunque cancellati e i campioni distrutti in caso di assoluzione definitiva. È anche previsto un archivio per le persone scomparse. I dicasteri dell’Interno e della Giustizia dovranno informare il Parlamento con cadenza annuale circa i risultati raggiunti con questi nuovi strumenti che si auspica abbiano un peso importante sia nella lotta al terrorismo che nella lotta alla criminalità organizzata, oltre che al contrasto dell’immigrazione irregolare. Tutti flagelli dei nostri tempi che, per essere arginati, meritano certamente questa inevitabile compromissione della privacy.

Nicola D’Agostino

Tags: terrorismo, dna

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