IL DIGITALE COME SPAZIO INTERDISCIPLINARE

Una sfida possibile per le scienze umanistiche

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Cogliere nella civiltà digitale nuove prospettive culturali improntate ad una sinergica interisciplinarità è l’interessante tema - che propongo con piacere ai tanti lettori interessati all’argomento - affrontato dal prof. Mario Morcellini, Presidente del Consiglio scientifico della Fondazione Sapienza.

“Nell’era del trionfo all’apparenza incontrastato del digitale e della quarta rivoluzione industriale, un radicale cambiamento attraversa la dimensione delle scienze umanistiche dopo le stagioni del faticoso riconoscimento di un loro specifico statuto identitario. Porre questo tema al centro di un’inderogabile riflessione critica significa accettare una difficile sfida culturale non certo con l’obiettivo di individuare vincitori e vinti di un’inutile e altrettanto anacronistica competizione, quanto piuttosto di disegnare le coordinate di una necessaria interdisciplinarità. Si tratta di individuare nella civiltà digitale un orizzonte culturale nuovo, volgendo la sfida al futuro con il vantaggio di sintonizzarsi con i giovani europei di oggi e di domani.

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Mario Morcellini

Abbiamo vissuto a lungo in una prospettiva pronta a delineare discutibili tassonomie e gerarchie epistemologiche. Come se alle humanities potesse essere riconosciuto un effettivo diritto di cittadinanza nella società della conoscenza a condizione che fosse possibile dimostrare oggettivamente una loro identità scientifica dal sapore “algoritmico”.

Ma accettare una tale pretesa significherebbe un asservimento a un’idea di scienza certamente à la page per questa generazione, ma che sarà senz’altro rimessa in discussione dalla prossima moda. E’ dunque necessario provare a superare quanto prima un clima di sospetto e di minorità attribuita, se pretendiamo un pieno riconoscimento della specificità intesa come requisito identitario delle diverse scienze.

Abbiamo avuto più volte la riprova che il nostro tempo ha bisogno di idee generali e di un approccio interdisciplinare al sapere, senza cui le stesse scintillanti scoperte tecnologiche e comunicative rischiano che il festival dell’innovazione nasconda criticità ed effetti sociali di lungo periodo, inevitabilmente intrecciati alla geometrica bellezza del nuovo.

Rivendicare un’indispensabile alleanza fra le scienze significa allora collocarsi in un punto molto sfidante della storia del pensiero, che impone l’archiviazione di polemiche provinciali e la capacità di dimostrare la propria assoluta alterità. Se le discipline umanistiche fossero state riconosciute da subito e serenamente come scienze, d’altra parte, la loro autonomia ne sarebbe uscita certamente rafforzata, pronta a risplendere al di sopra dell’effimero luccichio di un’innovazione tecnologica che non sempre mantiene le promesse, anche se è indubbia la sua capacità di produrre un benessere del resto ampiamente reclamizzato.

Da ciò consegue la necessità che, almeno a livello di annuncio, le singole Aree della scienza debbano partire e procedere alla pari. Il clima culturale dominante favorisce invece una sorta di rassegnazione nei militanti dell’umanistica, spinti di fatto ad una vera e propria soggezione rispetto a poteri culturali percepiti come più forti e moderni.

Ma non manca neppure una specie di attendismo per improbabili tempi migliori, senza contare l’amara presa d’atto di non pochi indotti a pensare che ci siamo meritato un tempo percepito come il «sipario calato» su una visione paritaria dei saperi.

Si tratterebbe di una dichiarazione di resa che nega un giacimento rilevante della nostra identità nazionale, rivelatasi galvanizzante sia a livello di conoscenza elaborata che di impatto sulle esistenze. Il nodo, diciamolo chiaramente, non è certo l’esagerata réclame delle culture STEM, peraltro così organiche ai processi di globalizzazione che naturalmente attraversano la scienza e le tecnologie. La questione è invece essenzialmente percettiva, e riguarda dunque un ripensamento del ranking relativo alla disputa tra i saperi.

Prendiamo atto che siamo dentro un clima culturale non entusiasmante nei confronti dell’area umanistica. Non stiamo ovviamente parlando del rimpianto per un tempo in cui le epigrafi della scienza erano al risparmio, ma è indiscutibile che la disordinata operazione di congestionamento dei paradigmi disciplinari, senza un preciso bisogno di semplificare le architetture scientifiche, finisce per favorire la logica del rancore caratteristica di qualunque condominio.

La stessa diffusione di parametri quantitativi, come valutazione di impatto, ranking, citation index e via misurando, rappresenta di per sé un’abdicazione semantica e posturale se additata come unica matrice fondante e giudicante. Del resto occorre far notare ai cultori del «fondamentalismo scientista» che molte scoperte – elemento chiave della logica spettacolare della loro comunicazione pubblica – sono per definizione progressive e «a scadenza programmata», facendo dunque dimenticare quelle immediatamente precedenti, peraltro osannate come risolutive.

In questa rassegna di criticità e patologie la cui presa in carico è già il primo passo di un ripensamento, non mancano tuttavia risposte attive dell’umanistica e inedite capacità di alleanze e invenzione di nuove relazioni. E’ l’inizio di una reazione intelligente che si rivela tanto più gratificante quanto più avviene a distanza dai saperi vicini di casa. Dall’analisi finora condotta si percepisce anche troppo bene che l’umanistica ha essenzialmente problemi di autorappresentazione e conseguente valorizzazione, che si potrebbero risolvere più facilmente di quanto si pensi proprio in un’ottica di interdisciplinarità.

E a questo fine è giusto citare il caso di Antonio Ruberti, ingegnere appassionato del proprio settore, ma anche vero e proprio pioniere e ideatore di una svolta epistemologica che ha messo al centro la riflessione sul capitale immateriale, edificando con straordinaria lungimiranza e capacità di visione ponti, non solo metaforici, fra il sapere scientifico-tecnologico e quello umanistico.
Ad ispirare l’attività del fondatore del Ministero dell’Università, come sottolinea Gianni Letta nell’importante Introduzione al recente libro curato da Mario Alì e dedicato ad Antonio Ruberti, c’era la convinzione che proprio «l’insieme delle competenze e conoscenze costituisse una nuova, e oggi la più importante, ricchezza delle Nazioni, al pari della ricchezza finanziaria». In altri termini, nello scorrere di un decisivo passaggio d’epoca, abbiamo un ulteriore ed efficace messaggio sulla necessità di un improrogabile Risorgimento culturale ed etico. Ad esso ho fatto esplicito riferimento nel capitolo che ho firmato per quel libro dedicato al lascito culturale e innovativo di Antonio Ruberti, raccolto oggi dalle voci dei tanti studiosi che esplorano prospettive non convenzionali riguardo ai rapporti trasversali fra le discipline, rinunciando finalmente ad ipoteche ideologiche e corporativismi epistemologici.
Ciò significa, in altri termini, frequentare più convintamente gli spazi liminari delle scienze, aprendosi concettualmente a possibili punti di incontro, ricercando una collaborazione riflessiva e riconoscendo intime implicazioni e relazioni tra saperi sempre più connotati da «geometrie variabili». Nessuno può d’altra parte nascondersi la difficoltà di un’operazione culturale protesa verso il superamento degli specialismi e orientata alla ricerca delle radici comuni della conoscenza.

Non si tratta certo di un puro gioco retorico o intellettualistico dal sapore veterotestamentario, ispirato alla volontà di ritrovare un’impossibile e perduta innocenza prebabelica, antecedente alla moltiplicazione linguistica ed epistemologica delle scienze.

Il punto è un altro. Le evidenze nel mondo scientifico e nello stesso dibattito culturale pubblico indicano ormai in modo inequivocabile un radicale cambiamento dei centri di gravità e di influenza che si presentano come decisivi nella descrizione del mondo contemporaneo. Sembrano infatti radicalmente nuovi i saperi che più energicamente si candidano a strutturare le Weltanschauung, i paradigmi e gli stessi lessici chiamati in causa per leggere il cambiamento.

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Ricostruire la Pangea delle scienze significa allora far proprio l’approccio di un nuovo Umanesimo, non indifferente ai suoi fondamenti etici e indisponibile al “totalitarimo tecnologico”, che si preoccupi di ritrovare finalmente l’integrità della formazione dell’individuo, facendo ricorso a “quello sforzo di tenere insieme, a quella attitudine a generare significati attraverso le relazioni che costituisce il segreto della capacità creativa del genere umano”[1]. L’alternativa, senza voler cedere ad inutili e anacronistici teoremi apocalittici, è una condizione che molti analisti connotano come “post-umana”: una “realtà del tutto nuova, in una inedita osmosi tra uomo e tecnologia e con una progressiva perdita di autonomia e di libertà, che comporta per buona parte dell’umanità il diventare un mezzo e non un fine e l’annullamento della dimensione estetica in un’etica dominata dell’efficienza fine a se stessa, priva di consapevolezza sociale, di significato e di scopi, generando quindi un’esistenza sostanzialmente anestetica, in cui emozioni, scelte e sentimenti consapevoli vengono visti come un intralcio”[2].

In altri termini, tra incertezze diventate dilaganti e ritardi o inadeguatezze nella capacità di inseguire i fili del nuovo, diventa ogni giorno più acuta l’esigenza di un sapere in grado di funzionare da facilitatore tra le tante competenze richieste dalla complessità, anche nella prospettiva di una divulgazione della scienza e della tecnologia che diventi finalmente un modo naturale di essere di docenti e ricercatori. E’ già un primo segnale per implementare di contenuti il concetto di interdisciplinarità, nell’ottica dei nuovi diritti ad una conoscenza socialmente utile. Solo una sapiente ricomposizione e armonizzazione delle conoscenze, tanto più necessaria in un’epoca ad alto tasso di tecnologia, è in grado di avvicinare sponde culturali e continenti scientifici colpevolmente abbandonati ad una deriva autarchica e irrazionale.

E’ venuto il momento che questo clima «culturale» sia rigorosamente verificato nelle sue basi di attendibilità e sottoposto a un bagno di umiltà e parità per tutti. Non è secondario annotare che alla politica italiana è mancata invece troppo spesso la visione di un universalismo chiamato a sostenere un progetto di uomo e di società finalmente al centro della pubblica discussione.

Deve essere allora questa la premessa di una fase nuova. E non c’è dubbio che a partire dal lavoro della Nussbaum[3] si sia vivacizzato il dibattito contro la retorica della maggior utilità dei saperi tecnici e sull’importanza della cultura umanistica. E’ riconducibile a tale filone anche un importante testo di Lorenzo Tomasin secondo cui stiamo assistendo al “crescente prestigio di discipline tecniche e all’influenza di una classe dirigente culturalmente depauperata e sempre più suggestionata dai miti della tecnologia trionfante. Un passaggio fondamentale verso questa situazione è consistito in uno scivolamento nel quale la cultura umanistica e alcuni suoi ispiratori e teorici novecenteschi hanno gravi responsabilità. A loro si deve, in larga parte, la convalida di un modello binario in cui alle scienze umane si è contrapposto un blocco, a lungo guardato con altezzosa superiorità, composto da una confusa ammucchiata tecnico-scientifica, che ha finito per essere sempre più tecnica e sempre meno scientifica, almeno nella percezione e nella banalizzazione che ne ha fatto una parte della società”[4].

A proposito del digitale inteso come nuova ed irripetibile chance di rilancio per la centralità del comparto umanistico, Tomasin osserva che nella ricerca scientifica “la tecnologia ha portato negli ultimi anni aria nuova, schiudendo vie inesplorate alla conoscenza e offrendo metodi e strumenti innovativi. Il rischio, tuttavia, in questo campo è che i mezzi – cioè in concreto gli strumenti di lavoro – siano scambiati per i fini, cioè per gli oggetti precipui di una ricerca che non verte sulle macchine, ma appunto sull’uomo e sulla sua cultura, di cui le macchine sono solo uno dei molti prodotti secondari. In troppi casi, al giorno d’oggi, una ricerca umanistica che stenta a credere all’autonoma dignità e alla vitale importanza dei suoi contenuti si attacca al carro della tecnologia tentando così di affermare la propria attualità e spendibilità”[5].

Sull’onda di questi stimoli e avviandoci ad una conclusione operativa, si tratta allora di rovesciare il paradigma individuando nella civiltà digitale un orizzonte culturale nuovo che per l’umanistica deve rappresentare un’assunzione di responsabilità altrettanto intensa quanto il bisogno di non licenziare il passato. Occorre cioè volgere la sfida al futuro e già questa nuova postura presenta il vantaggio di sintonizzarsi meglio con le generazioni anche studentesche attuali e prossime venture, riducendo così le distanze linguistiche.

Con loro, ma soprattutto con nuove abitudini di consumo, i benefici per il rinnovamento della didattica sono ancor più marcati, poiché il valore aggiunto della comunicazione digitale è quello di innovare il ruolo del docente, stringendo un legame più forte con le classi fisiche e virtuali, persino più intenso che in passato. Non c’è dubbio, infatti, che gli stakeholders della didattica possono sfruttare tutte le potenzialità espressive del digitale a livello di multimedialità, interattività, ipertestualità e accessibilità a corpora testuali infiniti.

Da tutto questo può discendere un nuovo ciclo di opinione intorno al loro valore, aggiornando così la funzione di servizio pubblico della formazione e rendendo più chiara e convincente la funzione sociale delle Scienze umanistiche.

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Riassumendo tutte le discussioni e gli stimoli finora allineati, si può assumere anzitutto che l’umanistica deve dimostrare ad ogni costo la forza di uscire dai propri confini, peraltro largamente sottoposti ad erosione e tentativi di annessione da aree diverse. Solo abbandonando l’eccesso di sicurezza che le proprie conoscenze regalano, si può da un lato incontrare altri saperi e, dall’altro, sperimentare nuove e feconde interazioni. Si tratta, in altre parole, di stare sui confini dei settori: è una scelta che può diventare decisiva, perché significa appartenere a diverse stirpi e tipologie di sapere.

Tale nuova postura significa un’intransigente conversione all’interdisciplinarità e alla complessità della conoscenza. Se è vero che quest’ultima è più di una presa d’atto, quasi l’ingrandimento di una lente più che un assunto concettuale, resta la circostanza che gli studiosi della complessità riescono a rintracciare più vie per la spiegazione e l’incontro tra discipline diverse, aprendo dunque a una nuova creatività.

Si può addirittura sostenere che l’interdisciplinarità sia l’unica postura che consente la realizzazione del sapere contemporaneo, esaltandone la sua dimensione di misurabilità e cumulabilità. Inutile aggiungere che tutto questo comporta una serie di conseguenze per la didattica disciplinare, che si risolvono se l’insegnamento si intreccia più strettamente alle continue acquisizioni della ricerca scientifica e tecnologica.

L’umanistica è dunque di fronte a una sfida che può serenamente accettare se pensiamo alla grandezza del lascito intellettuale cui ci ha abituati. Muoviamo dal potente promemoria di Braudel: “Per essere bisogna essere stati”.

L’impegno si rivela strategico: si tratta di diventare responsabili del sapere del paese, contrastando e disarmando l’ignoranza pubblica che trova le sue radici nell’aumento dell’individualismo e del rancore. Solo così vivremo una stagione che oltrepassa le singole persone e gli stessi intellettuali: vivere in una società della conoscenza degna di questo nome. E’ un obiettivo cui dobbiamo assolutamente tendere, ricordando che il dibattito sull’identità degli studi scientifici è finalizzato ad educare ad una visione di tutto il sapere, con un’ampiezza e libertà culturale che possono incentivare la capacità di sintesi. La competizione, o meglio la separazione percettiva delle scienze, indebolisce la conoscenza pubblica, rende partigiana l’euforia per le scoperte e le innovazioni tecnologiche e, in conclusione, sembra il contrario della vita. Ma, soprattutto, allontana l’aspirazione a ritrovare la strada di un nuovo Umanesimo”.

Questo saggio è debitore di uno studio redatto per un numero monografico della Rivista Paradoxa (3/2022), curato da Adriano Fabris dell’Università di Pisa e dedicato allo spazio delle Humanities nell’era tecnologica. Maggiori approfondimenti al link DiCultHer https://www.diculther.it/rivista/, la meta-rivista open access per promuovere l’educazione alla Cultura Digitale e le ricerche sul digitale applicato al patrimonio culturale.

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[1] E. Morin, Una testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, R. Cortina, Milano 2000.

[2] Cfr. R. Benini, Rivoluzione umanista. La cura italiana al disagio globale, Donzelli, Roma 2020.

[3] M. C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, Bologna 2014.

[4] L. Tomasin, L’impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia, Carocci, Roma 2017.

[5] L. Tomasin, L’impronta digitale, cit.

Antonella Giordano

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