IL CASO NAVALNY E L’INNEGABILE INFLUENZA DEL CREMLINO

L’oppositore di Putin, rischia tre anni e mezzo di carcere

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Alexei Navalny, attivista e leader del partito Russia del Futuro, da tempo rappresentante di una dissidenza silenziata dalle forze politiche dominanti, è stato sottoposto ad arresto immediato in seguito al suo ritorno in patria la sera del 17 gennaio, dopo che la vicenda dell’avvelenamento risalente allo scorso agosto, lo aveva costretto ad un soggiorno di 5 mesi all’estero. L’episodio del collasso di Navalny lo scorso 20 agosto nel corso di un volo diretto Tomsk – Mosca, dopo essere entrato in contatto con un agente nervino altamente tossico, che lo ha ridotto in coma, ha puntato i riflettori sulla spregiudicatezza utilizzata dalla FSB, l’agenzia di sicurezza interna russa, discendente della vecchia KGB, nel conseguimento di fini opinabili, dell’interesse e integrità della reputazione del governo di Vladimir Putin. Ricordiamo, infatti, che già in quell’occasione, dopo i primi referti dell’equipe medica intervenuta sul posto in seguito all’atterraggio di emergenza a Omsk, che escludevano la presenza di segni di avvelenamento, e dopo due giorni di tensioni, le autorità russe autorizzarono il trasferimento di Navalny a Berlino. Effettivamente dalle analisi eseguite all’ospedale Charité di Berlino, non inficiate da fattori istituzionali, è risultato che l’attivista sarebbe stato avvelenato con un agente nervino; referto confermato in seguito anche da altri laboratori indipendenti e dall’OPCW, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

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Il racconto torna, se si considera che non era la prima volta che il governo russo aveva ostacolato e talvolta imprigionato Navalny, soprattutto per il suo ruolo chiave in certe inchieste giornalistiche che avevano portato alla luce importanti casi di corruzione, considerando che la sostanza in questione, emersa dalle analisi, sarebbe una nuova variante del Novichok, la tossina di produzione russa, reperita anche nel feretro dell’ex spia russa Sergei Skripal, avvelenato a Salisbury, nel Regno Unito. È sulla base di queste evidenze che la comunità internazionale ha espresso una condanna unanime. Mosca infatti dopo aver arrestato Navalny al suo ritorno, ha negato l’apertura di un’indagine sul tentato omicidio dell’oppositore, negando la sussistenza di prove a supporto dell’ipotesi di avvelenamento, sulla base di quanto riportato dalle perizie dei medici di Omsk. “Un’indagine accurata e indipendente sull’attacco alla vita di Alexei Navalny”, è quanto richiesto dalla presidentessa della Commissione europea Ursula Von der Leyen; richiesta a cui si accodano le più importanti cariche istituzionali dal presidente entrante Joe Biden, al segretario di Stato uscente dell’amministrazione Trump, Mike Pompeo. Intanto Navalny condotto al secondo dipartimento del Ministero degli Interni a Khimki, alle porte di Mosca, denuncia di aver assistito alla prima udienza in una stazione di polizia, ricevendo un risicato preavviso per i propri legali e senza la possibilità per molti addetti stampa di assistere, senza alcun ritegno dunque per le procedure e le norme fissate dal Codice penale.

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Secondo Mosca, con il suo trasferimento in Germania, Navalny, avrebbe violato le condizioni di una pena sospesa del 2014 a tre anni e mezzo per appropriazione indebita, la quale ora i servizi penitenziari russi, chiedono che sia convertita in detenzione effettiva. Al momento il giudice ha disposto 30 giorni di detenzione, in attesa della seconda udienza fissata per il 2 febbraio. In questo controverso scenario, Navalny, non retrocede nella sua battaglia e seppure probabilmente ridotto a capro espiatorio, la sua vicenda è una dimostrazione lampante di un certo modus operandi delle istituzioni russe, lontano da quello che dovrebbe essere garantito da un sistema democratico. Anche dalla sua detenzione Navalny continua a denunciare, non risparmiandosi attacchi frontali nei confronti del presidente Putin, con la pubblicazione di un’indagine esclusiva sul “palazzo segreto dello zar”, una dimora sulle coste del Mar Nero di 7500 ettari, di proprietà presidenziale. Intanto massicce manifestazioni sono previste per il 23 gennaio; “di cosa hanno paura questi ladri di bunker? […] delle persone che scendono in piazza a protestare, perché è il fattore politico che non puoi ignorare, è l’essenza della politica. […] Non tacete, resistete, scendete in strada, nessuno ci proteggerà tranne noi stessi”, queste le parole di Navalny dirette ai suoi sostenitori. Nel frattempo non ci resta che riporre speranze nella garanzia di indipendenza che dovrebbe essere propria degli organi giudiziari.

Federica Scippa

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