IL CAMMINO - III^

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Concludiamo il “cammino” iniziato due settimane fa e vediamo dove ci conduce.

Nell’articolo precedente, abbiamo analizzato dei termini importanti che ci hanno permesso di andare fino in fondo ai nostri interrogativi e alle nostre motivazioni.

Abbiamo inoltre analizzato il concetto di NECESSITÀ, emerso dalla domanda di Gesù: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,25).

Ripartiamo da qui, da questo interrogativo in cui si avverte un mal celato rimprovero.

Sì perché i discepoli conoscevano bene le Scritture, le studiavano fin da bambini e se ne nutrivano quotidianamente sia a casa che in sinagoga.

Allora perché erano così depressi?

Il misterioso accompagnatore li invita a far tacere il rumore delle emozioni per far emergere la voce della ragione: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.

Il Cristo riconduce i discepoli confusi all’interno di loro stessi, nel luogo in cui dimorano la ragione e la conoscenza. Li spinge a RICORDARE, nel senso etimologico del termine: “far emergere al CUORE” sede, secondo gli antichi, della memoria.

Li invita quindi a compiere un cammino ben più difficile di quello intrapreso con le loro gambe: quello dalla mente al cuore.

Un viaggio estremamente difficile che può durare tutta una vita e che, spesso, si risolve in una impasse.

Per percorrere questa strada è fondamentale viaggiare leggeri e spogliarsi di tutto il superfluo, per arrivare alla meta più ricchi di quando si è partiti.

Un paradosso? No di certo!

Lo abbiamo visto negli articoli precedenti. Le nostre idee preconcette, il nostro sapere fasullo, frutto - molto spesso - di un’indottrinamento sociale e culturale, le nostre ambizioni condizionate dalla volontà di primeggiare sugli altri anziché di stare bene con noi stessi, provocano confusione, amarezza e disillusione. Nel peggiore dei casi, disperazione e morte.

Gesù ci insegna che, in questi casi, è utile ritornare alla fonte per poter RI-CONOSCERE gli eventi, ovvero dargli un nuovo significato.

Ciò che abbiamo perso non era quello che cercavamo ma un avatar, un sostituto. Quello che troviamo, invece, è la verità: quella che rende liberi.

Dal sapere alla consapevolezza è un attimo, ma quale enorme sforzo dobbiamo fare per arrivarci!

Pochissimi sono gli eroi che sono pronti a dare la vita per la verità, non tanto in senso fisico ma in termini psicologici. Abbandonare le convinzioni di una vita, le abitudini, i progetti, a volte gli ambienti e le persone per ripartire da zero: chi si sente pronto a farlo? Non a parole ma in fatti.

È a questo livello che Gesù porta i due discepoli, per poi lasciarli riflettere in totale autonomia.

Non c’è forzatura, non c’è violenza alcuna né tantomeno obbligo.

Vivere nella verità è una scelta.

“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.” (Lc 24,28)

In questa frase possiamo osservare due cose estremamente importanti: da un lato la libertà di decisione - ovvero l’autodeterminazione - che il Cristo lascia ai due discepoli, dopo avergli dato tutti gli strumenti per poter elaborare un pensiero autocritico.

Dall’altro, l’espressione “come se” lascia intuire che qualunque cosa decideranno, lui non li abbandonerà.

Certo, se prenderemo una strada lontana dalla verità, faremo più fatica a percepire la sua voce, tanto che a volte ci sembrerà di camminare da soli. Ma la realtà è che ci siamo allontanati da noi stessi, dalla nostra vera essenza. Quel senso di malessere, di disincanto, di disperazione non sono frutto dell’abbandono di “Dio” ma del ripudio della scintilla divina che abita in noi, fatta “a sua immagine e somiglianza.” (Gn 1,26)

Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.” (Lc 24,29)

Ecco, una scelta è stata fatta. Non ancora sulle basi della comprensione razionale - i discepoli, infatti, non hanno ancora riconosciuto Gesù - ma su quella di una sensazione che ha insinuato in loro il DUBBIO.

Il dubbio non è qualcosa di negativo ma è un campanello di allarme che ci dice: “Ehi, attenzione, qui c’è qualcosa da rivedere”!

I discepoli lo accolgono prontamente proprio nel momento in cui scende la notte.

Nel buio, si sa, i nostri sensi - soprattutto quello della vista - non funzionano bene quanto in pieno giorno. O, per lo meno, sono poco affidabili.

In queste circostanze è quindi necessario affidarsi a sensi più sottili, volti non più verso l’esterno - ormai precluso - ma verso l’interno.

Ascoltare le proprie sensazioni, i moti dell’animo, gli interrogativi profondi, le vere aspirazioni del cuore ci porta inesorabilmente verso la verità.

Una verità che è da un lato universale, dall’altro assolutamente personale.

“Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.” (Lc 24,30-31).

Dei gesti precisi, riconoscibili. Dopo essere stati educati durante il cammino, dopo essere stati portati dall’esterno all’interno, il salto quantico è ormai imminente. Manca solo un passaggio: quello dalle parole ai fatti. Ed è di questo che si parla, qui.

Quando decidiamo di correre il rischio, cioè di accantonare il pensiero dominante per seguire le nostre intuizioni, può accadere di tutto.

La notte passa dall’essere una minaccia all’essere la promessa di una nuova alba.

I poli si invertono: il buio diventa luce, le parole cedono il posto alle opere e la paura svanisce dinanzi alla speranza.

“Prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”. È un rituale.

Questo termine si ricollega alla radice sanscrita “ri-“ che esprime l’azione dello scorrere, dell’andare.

Il rituale è quindi il cammino, l’evoluzione, il superamento tappa dopo tappa, di un percorso personale.

È quindi camminando, sperimentando e, soprattutto, ascoltandosi, che si arriva dapprima a percepire e poi a riconoscere la verità.

Quando ciò accade, ci sentiamo liberi, leggeri e forse anche un po’ sciocchi perché quella verità l’avevamo sempre avuta accanto ma non ce ne eravamo accorti.

Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».” (Lc 24,32)

Ecco, ora che non sono più condizionati dai loro pensieri e dai loro schemi mentali, riescono a dare un nome e un senso alle loro emozioni.

Chi mai ci ha insegnato che le emozioni sono fuorvianti o che sono qualcosa da combattere? In realtà esse sono la segnaletica spirituale del nostro personalissimo cammino di consapevolezza. Quindi, del nostro incedere verso la verità a la felicità.

Mollate gli ormeggi che vi tengono legati a terra e avanzate senza timore verso le profonde acque della conoscenza interiore, l’unica via che vi permetterà di incontrare voi stessi e di superare le vostre paure ancestrali.

“Partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.” (Lc 24,33-35)

A questo punto, inizia la missione.

Le persone cosiddette “risvegliate” non possono più tacere ma si sentono spinte a comunicare ciò che è loro accaduto. Qui non si tratta di indottrinamento ma di pura e semplice testimonianza.

Nulla è più convincente di un essere umano che ha affrontato i propri fantasmi e li ha vinti. Nulla è più incoraggiante dell’esempio di chi è passato attraverso il crogiolo del dubbio ed ha visto la luce. Nessun libro, nessuna dottrina sarà mai più convincente di un’esperienza di vita vissuta.

Addirittura il testo evangelico ci dice che furono questi due discepoli a far avanzare il “magistero”, simboleggiato dalla figura degli Undici.

Quindi, non aspettiamo che siano gli altri - magari una filosofia, una religione, una qualunque credenza anche politica - a dirci cosa pensare e come comportarci.

Ogni singolo essere umano che cresce in consapevolezza porta luce alla società intera e contribuisce al progresso universale.

Infine - dettaglio non trascurabile - i discepoli ormai illuminati, fanno dietrofront e tornano a Gerusalemme.

Cosa significa?

Che la vita non smetterà ci presentarci momenti difficili e prove da superare ma non ci sentiremo più soli, né li affronteremo con timore e angoscia. Al contrario, saremo noi a precedere la “croce”, consapevoli che essa non è altro se non la chiave della conoscenza e della porta del paradiso.

Simona HeArt

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