IL CAMMINO - I^

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È trascorso solo un mese dall’inizio dell’anno ma luci ed ombre si sono già schierate. Si tratta ora di intraprendere il nuovo percorso, con il coraggio e l’entusiasmo dell’esploratore.“Ma quale strada percorrere?”, si chiederanno in molti. E, soprattutto, come riconoscere il giusto cammino? Ecco, vorrei accompagnare il percorso del prossimi undici mesi con una meditazione sul CAMMINO, ispirandomi al vangelo di Luca 24,13-34: i discepoli di Emmaus. Sia chiaro, la mia non è una riflessione legata ad una confessione religiosa - in questo caso cristiana - ma un’esegesi a partire da un testo che si presenta ricco di spunti.

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Leggiamo innanzitutto il testo.

Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus,e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.” (Lc 24,13-34)

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La prima cosa che notiamo in questo testo è che i viaggiatori discutono animatamente tra loro dell’accaduto. La loro mente, i loro sensi e i loro stessi corpi sono totalmente presi dai fatti svoltisi in quei giorni. Non vi è spazio per il ragionamento, per l’analisi, per il discernimento: sono completamente presi dall’emozione.

Già questa osservazione sarebbe sufficiente ad aprire un’ampio capitolo: come intraprendere un percorso di vita o deliberare su qualsiasi cosa, fin quando la “schiuma” delle emozioni ci pervade l’anima? Quasi mai una decisione presa “a caldo” si è rivelata quella giusta.

Ma proseguiamo.

I discepoli di Emmaus stanno tornando da Gerusalemme, luogo in cui si sono svolti i fatti di cui discutono.

Cosa è accaduto esattamente?

Gesù, il profeta su cui avevano tanto puntato, è morto. Non se l’aspettavano, o meglio, non ci volevano credere.

Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” - dicono allo straniero che si è unito a loro. E questi, di rimando: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”

Quante volte nascondiamo la testa sotto la sabbia perché affrontare la verità - quella che rende liberi (Gv 8,32) - ci fa paura o, peggio, non risponde alle nostre aspettative?

Eppure questo è un passaggio obbligato: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. Cioè, non bisogna forse affrontare le sfide della vita per poterle vincere? A meno che non si preferisca condurre una vita da codardi.

Gerusalemme è il luogo mistico della “salita”, quindi della sfida da affrontare. Ma è anche - non dimentichiamolo mai - il luogo della vittoria, dove riceveremo la medaglia al valore dei buoni combattenti.

Nessuno dice che sarà facile ma rinunciare all’escursione per paura o perché ci si è fatta un’idea diversa del percorso, potrebbe precluderci infinite vittorie su noi stessi e, chissà, la scoperta di paesaggi inaspettati.

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Il nostro viaggio da e verso Gerusalemme è sicuramente impegnativo e poco ci importa che qualcuno - compresa la Religione - ci dica che questa è la strada per la felicità. Potremmo perderci d’animo dinanzi alle difficoltà che ci si presentano, facendoci decidere di rimanere a metà strada o, peggio ancora, di tornare indietro.

Negli Atti degli Apostoli, Luca descrive diversI percorsi che conducono alla città santa. Alcuni sono mal indicati sulla cartina, altri sono deserti, altri ancora sono in discesa. Potrebbe sembrare che questi ultimi siano più convenienti ma l’apostolo ci dice che chi li usa è sulla strada sbagliata. Non sempre il cammino più facile è il migliore; anzi, spesso nasconde tranelli ben più pericolosi.

Il compositore e poeta francese Didier Rimaud scrive: “Guarda dove rischiamo di andare, voltando le spalle alla collina delle tue torture.”

È proprio qui, al crocevia che conduce al luogo del dolore e della gloria, che succede l’imprevedibile: qualcuno si avvicina.

“Gesù in persona si accostò e camminava con loro”. (Lc 24,15)

Quando il cammino si fa impervio e ci si aprono dinanzi più strade, mandandoci in confusione, ecco che si presenta il “fattore X”: l’incognita.

In matematica, l’incognita è la grandezza non nota di un problema, la cui determinazione è la soluzione del problema stesso.
In questo caso, invece, l’incognita è colui che cerca di risolvere il problema, ma che non ci riesce perché si rifiuta di averne uno. Egli ha di fronte sé la soluzione ma NON LA RICONOSCE.

“Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”. (Lc 24,15)

La soluzione è lì, a portata di mano. Può essere il consiglio di una persona di fiducia o semplicemente la nostra voce interiore che ci dice di riflettere, di prenderci il tempo di razionalizzare, dando un nome e un senso agli avvenimenti che ci turbano.

“Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” (Lc 24,17)

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Questa frase è un invito a fare il punto della situazione, a cogliere il senso profondo di quel tormento interiore che ci sconvolge il cuore e la mente.

Ma è fraintesa.

“Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? Domandò: «Che cosa?” (Lc 24,18-19)

Segue una lunga lista di eventi: è successo, questo, quello e quell’altro. Un po’ come quando recitiamo la nostra “litania di sfighe”, senza cercare il reale motivo per cui ci accadono certe cose. Il problema è “fuori” di noi, è legato a dei fatti indipendenti dalla nostra volontà e che sfuggono al nostro controllo.

Ed è proprio questo il punto: la nostra volontà e il controllo.

I discepoli di Emmaus sono abbattuti non tanto per ciò che è successo ma per la delusione che stanno vivendo. “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24,21).

Noi speravamo.

Sono delusi, inebetiti, arrabbiati e confusi. Elencano i fatti ma non riescono a reagire. Non ricordano le profezie, le Scritture e nemmeno riescono a credere a quanti hanno visto Gesù risorto. Eppure sono persone fidate, sono “alcune donne, delle nostre” (Lc 24,22).

Sono ancora imbevuti delle loro idee, dei loro sogni, dei loro piani.

Finché dimoreranno in questo stato di incoscienza (di non-coscienza) non potranno riconoscere la verità.

(a seguire)

Simona HeArt

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