HORST TAPPERT

Istantanee d’autore

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Due giorni con l’ispettore.

Per decenni ha avuto una doppia vita.

In una era Horst Tappert e nell’altra era l’ispettore Derrick.

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281 episodi di questa fortunata serie che dalla Germania ha invaso 120 Paesi del mondo.

Li ho visti tutti ma più per l’effetto soporifero che aveva su di me a fine giornata.

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Ritmi lentissimi, molti dialoghi da film esistenzialista: quanto di più lontano ci potesse essere dai gialli tradizionali.

L’ho incontrato solo una volta, trascorrendo con lui due giorni a Cattolica, dove era stato invitato per il “Mystfest”.

Solo per pochi momenti sono stato con l’uomo/attore Tappert; il resto del tempo ero convinto di stare con l’ispettore.

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Sono certo, infatti, che non abbia fatto altro che essere se stesso interpretando Derrick.

Chiacchierando con lui nelle attese, ho potuto sapere molte cose sul suo conto.

Non perché fosse portato a parlare molto, ma davanti ad una birra qualcosa veniva fuori.

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Prima di tutto mi meravigliai quando mi disse che potevo prenderlo a Lignano Sabbiadoro per andare a Cattolica.

Poi scoprii che lì aveva una casa dove qualche volta trascorreva un pò di vacanze.

Ma durante il viaggio mi confessò che lui aveva due mete privilegiate per le sue vacanze: l’Italia e la Norvegia.

Da noi andava spesso in Sardegna, dove aveva un’altra casa e in Liguria da amici tedeschi.

In Norvegia si recava per lunghi periodi sull’isola di Hamarøy, oltre il circolo polare artico, dove aveva una casa in una riserva di pesca, sua passione.

Gli chiesi come gli fosse capitato quel ruolo e se gli aveva condizionato la vita.

Mi raccontò che, come per tutti i giovani di allora, era obbligatorio prestare servizio militare, che lui svolse in infermeria, sul fronte russo.

Lì strinse amicizia con un commilitone, Herbert Reinecker, quello che poi diventò l’autore della serie e che lo preferì ad altri attori candidati.

E si, la sua vita era molto condizionata: dovunque andasse era cosciente che la gente lo trattava come se fosse l’ispettore Derrick, ma non ha mai vissuto questo fatto in maniera negativa, anzi, lo considerava la conferma che stava facendo un buon lavoro.

Quindi si era anche abituato ad assumere naturalmente un certo comportamento, sapendo con quale riguardo era considerato dall’esterno.

Sorridendo mi disse anche che spesso aveva sperimentato una certa “confusione” mentale andando a lavorare come poliziotto e non come attore.

Una certa ironia su quella condizione in cui si era ritrovato era una caratteristica del Tappert privato che notai in quei giorni, quasi che la frequentazione con l’Italia lo spingesse ad uscire un pò dall’immagine stereotipata del tedesco tutto d’un pezzo.

Durante una conferenza giocò più volte a fare il simpatico, quasi a voler sottolineare che stavamo in effetti tutti giocando in un “gioco delle parti” piuttosto sopra le righe, visto ciò che era capitato a lui sotto questo aspetto.

Come è di norma però, le tragedie non risparmiano nessuno.

La sua fu quella di non aver più rivisto suo figlio, fuggito dal Paese perché travolto dai debiti e destinatario di un mandato di cattura.

Non gli chiesi nulla su questo argomento ma è come se vedessi affiorare questo spettro tutte le volte che c’erano dei lunghi silenzi.

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Un caso irrisolvibile per Derrick, una vicenda paradossale nella sua drammaticità.

Nel viaggio di ritorno ebbi modo di dirgli che conoscevo Monaco, dove lui viveva ma dove vivevano anche le Kessler che frequentavo.

Mi rispose che se in futuro avessi preferito la compagnia di un vecchio signore a quella di due belle donne, avrei potuto andare a salutarlo e mi avrebbe offerto una Sacher viennese preparata da un suo amico pasticcere.

Da allora non l’ho più rivisto perché incontravo le Kessler o a Roma o a Milano, e non più a Monaco.

Ma ne parlerò nella prossima istantanea.

(Foto di proprietà dell’autore)

Giacomo Carlucci

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