HONG KONG, ARRESTATO JIMMY LAI

L’attivista Wong: “Questa è la fine della libertà di stampa”

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Il regime di Pechino continua a perpetrare azioni di enorme gravità in quello che ormai si può definire l’ex-provincia autonoma di Hong Kong. Il magnate dei media Jimmy Lai, tra le figure di maggior rilievo del fronte democratico di Hong Kong, è stato arrestato perché avrebbe violato la nuova legge sulla sicurezza nazionale, con la stessa sorte che sarebbe toccata ai suoi figli Timothy e Ian, oltre ad altri quattro collaboratori (secondo le fonti ufficiali). In un’operazione con più di 200 agenti, la polizia ha anche fatto irruzione nella sede del tabloid Apple Daily, molto critico verso l’establishment pro-Pechino e la Cina. Il tutto è stato filmato dagli stessi giornalisti e pubblicato in diretta Facebook. Lai è accusato di “collusione con forze straniere”, che, in base alla legge liberticida sulla sicurezza contro la quale il movimento democratico di Hong Kong ha tanto lottato senza risultati, può portare persino all’ergastolo. Il portavoce principale del movimento pro-democrazia, Joshua Wong, ha commentato sconsolato la vicenda: “Questa è la fine della libertà di stampa e il giorno più buio per i giornalisti”.

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All’arresto del tycoon è seguita una mobilitazione online, con diversi post sui social media che chiedevano agli investitori di comprare azioni della sua società. Il risultato è stato pazzesco: le azioni della Next Digital hanno visto un’impennata fino al 344% nella borsa di Hong Kong. Questo significa due cose: che ci sono tanti imprenditori disposti a prendere il posto di Lai in questa enorme battaglia per la libertà di stampa, ma anche che, purtroppo, l’impressione generale è quella che l’editore verrà condannato nel più classico dei processi-farsa comandati dal regime cinese. Ormai, è evidente, la democrazia di Hong Kong sta cadendo sotto i colpi della dittatura pseudo-comunista cinese, decisamente troppo forte per gli avversari che si trova davanti, i quali non stanno ricevendo il supporto di cui avrebbero bisogno dalla comunità internazionale, dato che gli Stati che avrebbero la forza per intervenire hanno troppa paura di scatenare le ire della Cina, padrona del commercio mondiale.

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Uno dei massimi provvedimenti presi è quello del governo americano, che venerdì scorso ha imposto delle sanzioni su nove funzionari cinesi responsabili della limitazione dell’autonomia in teoria garantita a Hong Kong: decisamente troppo poco per scoraggiare la Cina. L’arresto di Lai, del resto, è solo l’ultima delle mosse di Pechino volte ad azzerare le libertà ad Hong Kong. Il tutto è partito mesi fa, proprio dall’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale. Prima di questa retata della polizia, la scorsa settimana la Chief executive di Hong Kong Carrie Lam, che serve il regime cinese, aveva annunciato il rinvio di un anno, ufficialmente per ragioni sanitarie, delle elezioni per il Consiglio legislativo (il parlamento locale), che vedevano i democratici favoriti nonostante l’esclusione ingiustificata di diversi candidati. Si va verso il prolungamento per un anno dell’attuale parlamento, controllato dai sottoposti di Xi Jinping: giusto il tempo di permettergli di completare l’opera di distruzione delle libertà.

Giulio Negri

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