HONG KONG, 365 GIORNI DI PROTESTE

“Vogliamo la libertà. Non riusciamo a respirare”

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15 marzo 2019: l’inizio della fine per Hong Kong. Più di un anno fa iniziavano delle proteste che non accennano minimamente a fermarsi, sconvolgendo l’Oriente con una grande risonanza in tutto il mondo. La scintilla che ha fatto deflagrare il caos è stata l’approvazione del disegno di legge sull’estradizione di latitanti verso paesi dove non vi sono accordi di estradizione. Ma c’è di più. Alle cause si aggiungono: una presunta cattiva condotta della Polizia di Hong Kong contro i manifestanti (soprattutto dopo che le proteste sono degenerate a partire dal mese di giugno dell’anno passato), l’applicazione della legge anti-maschere (a partire dal 3 ottobre 2019) e l’approvazione di una legge sulla sicurezza nazionale da parte del Congresso nazionale del popolo a Pechino (maggio di quest’anno).

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Le proteste e le manifestazioni sono sorte per le paure che la legislazione sull’estradizione avrebbe suscitato: questa legge avrebbe violato la linea di demarcazione tra i sistemi legali-giuridici tra Hong Kong e la Cina continentale. Linea di demarcazione che definiamo come “un paese, due sistemi” e che ha incontrato le forti reticenze anche del Taiwan. In parole povere il superamento di questo limite costringe i residenti di Hong Kong e coloro che passavano per la città a sottoporsi alla giurisdizione dei tribunali controllati dal Partito Comunista Cinese. Nel momento in cui si scrive, quali sono gli esiti di quest’anno (e oltre) di proteste? Il ritiro completo della legge di estradizione, la liberazione dei manifestanti arrestati, l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sul comportamento delle forze dell’ordine, lo scioglimento e la riorganizzazione della polizia di Hong Kong.

Proviamo a tracciare una breve cronistoria. Il disegno di legge sull’estradizione è stato proposto e successivamente approvato nel mese di febbraio 2019 da John Lee, segretario alla sicurezza. Il 31 marzo si è tenuta la prima manifestazione, che ha coinvolto circa 12 mila persone, aumentate fino a più di 22 mila il 28 aprile. La protesta del 9 giugno, vero punto di ritorno di tutte le proteste, ha visto la partecipazione di oltre 240 mila manifestanti. Tre giorni dopo sono scoppiati i primi scontri violenti sedati con la forza dalla polizia, motivo di ulteriori manifestazioni sempre più aspre. I dati svelano che 2 persone sono rimaste uccise, 1 è morta accidentalmente (termine che dice tutto e non dice niente allo stesso tempo), 9 si sono suicidate e 2600 sono rimaste ferite; infine, gli arrestati ammontano a quasi 9 mila.

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Nelle ultime settimane la morsa della Cina su Hong Kong si è fatta sempre più stringente, con Pechino che ha sferrato il colpo di grazia: durante l’Assemblea del Popolo è stato proposta la legge sulla sicurezza nazionale, ed è stata ufficialmente approvata, consegnando praticamente Hong Kong alla Cina. Questa legge, inoltre, impedirebbe in qualunque misura manifestazioni non autorizzate, limitando conseguentemente la libertà di espressione. Come riportato anche dal sottotitolo, da più di 12 mesi, il coro delle proteste recita sempre la stessa antifona: la stessa governatrice Carrie Lam chiede più libertà per l’isola, asserendo che non è possibile sopportare un tale caos. Per i giorni venturi, eppure, solo il caos sembra regnare, da scioperi organizzati a ulteriori proteste in programma. La luce alla fine del tunnel non si vede ancora.

Francesco Bulzis

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