HANS KÜNG:DALL’ETICA MONDIALE ALLA FRATELLANZA UNIVERSALE (I^PARTE)

L’opinione del filosofo

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cms_26730/1.jpgHans Küng e l’etica mondiale

Noi confermiamo che nelle dottrine delle religioni si trova un comune patrimonio di valori fondamentali, che costituiscono il fondamento di un’etica mondiale”.

DICHIARAZIONE PER UN’ETICA MONDIALE DEL PARLAMENTO MONDIALE DELLE RELIGIONI

L’opera di Hans Küng si è fatta strumento di confronto fra le grandi religioni, in particolare, attraverso la DICHIARAZIONE DEL PARLAMENTO MONDIALE DELLE RELIGIONI PER UN’ETICA MONDIALE, in consonanza con la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948. La formulazione di un tipo di universalismo contestuale e policentrico quale quello perseguito dal Parlamento Mondiale delle religioni può in realtà costituire un modello e uno strumento perché il patrimonio della dichiarazione del 1948 non vada disperso.

cms_26730/2_1657428027.jpgIn seno al Concilio Vaticano II con il volume LE RELIGIONI COME TEMA DELLA TEOLOGIA, il teologo tedesco Heinz Robert Schlette avviava una nuova disciplina, che prende il nome di “teologia delle religioni”, al fine di interpretare in forma teologico-dogmatico le religioni, il cui problema riguarda i non cristiani e la non cristianità, considerando che la teologia non poteva più ignorare l’esistenza e il valore delle altre religioni accanto a quella cristiana. Più specificamente, le diverse confessioni non venivano più trattate come un insieme indistinto, ma riconosciute ed elencate con le proprie denominazioni.

In coincidenza con il processo di decolonizzazione, veniva riconosciuto il principio di autodeterminazione delle religioni mondiali; con l’irrompere sulla scena internazionale di nuovi paesi e di “nuove religioni”, era necessario un diverso strumento teologico, che si rapportasse con queste realtà in maniera dialogica.

Anteriormente il teologo austriaco Karl Rahner in una pubblicazione CRISTIANESIMO E RELIGIONI NON CRISTIANE, aveva considerato le religioni come “strutture religioso-sociali”, non più solo non-cristiane, ma, considerate sul piano della salvezza, precristiane, necessarie alla grazia. Sulla scorta di questo saggio, Schlette considera le religioni mondiali nella prospettiva del piano divino della salvezza e “hanno un diritto di esistenza provvidenziale relativo” nel senso di un prima teologico, cioè sul piano della salvezza.

Le religioni mondiali vengono considerate come vie di salvezza ordinarie, accanto alla via straordinaria costituita dalla chiesa. Attraverso questo percorso, Schlette giunge a definire la propria originale posizione teologico-religiosa, secondo cui le religioni sono autentiche vie di salvezza, indipendentemente dall’appartenenza ad un popolo o ad una chiesa.

Mentre il teologo cattolico non può prescindere dalla propria fede che si esprime nell’evento salvifico rappresentato dal Cristo, le diverse religioni vengono comprese nella loro fattuità e storicità, rappresentando altrettante vie che conducono al conseguimento della salvezza.

Il 28 ottobre 1965 veniva approvata la NOSTRA AETATE, in cui le religioni mondiali venivano finalmente riconosciute con la propria identità ed enumerate con i propri nomi, giungendo, attraverso l’ebraismo, a riconoscerle nel loro ruolo provvidenziale sul piano divino della salvezza.

Verso la metà degli anni 80, con i suoi studi sul cristianesimo nei suoi rapporti con Islam, induismo e buddismo, Hans Küng riprendeva la discussione sulla teologia delle religioni, riconoscendo che “la pace nel mondo dipende dalla pace tra le religioni”, interrogandosi sulla necessità di definire i criteri per giustificare la pretesa di verità delle singole religioni:

I confini tra verità e non verità - afferma Küng – passano anche attraverso la religione di ciascuno di noi…(…) neppure nelle religioni tutto è ugualmente vero e buono, anche nelle dottrine dogmatiche e morali, nei riti e nei costumi religiosi, nelle istituzioni e nelle autorità ecclesiali, ci sono cose non vere e non buone. Ciò vale, naturalmente, anche per il cristianesimo”. (Teologia in cammino).

Progetto per un’etica mondiale

cms_26730/3.jpgLa risposta a questi interrogativi è molto articolata e passa attraverso il PROGETTO PER UN’ETICA MONDIALE del 1990 e l’elaborazione di tre distinti criteri di verità.

Per tutte le religioni vale in primo luogo un criterio di verità inteso come autenticità o fedeltà all’origine, secondo il quale le sacre scritture e i testi classici conservano un carattere normativo in funzione critica. Il secondo criterio consiste nella valutazione delle religioni nel loro lasciar trasparire, tanto nei propri aspetti dottrinali quanto nella prassi, lo spirito di Gesù Cristo. Questo criterio di verità è per Küng al tempo stesso irrinunciabile e limitato. Irrinunciabile, perché il dialogo interreligioso sia possibile:

Che cosa resta – si chiedeKüng – se nel dialogo religioso gli ebrei e i cristiani non possono più richiamarsi semplicemente alla Bibbia (o i mussulmani al Corano, gli indù alla Gita o i buddhisti al loro canone) come autorità indiscutibile per essere nel diritto, nella verità di fronte agli altri?”

Per evitare che il criterio specifico di verità di una religione sia vincolante solo per essa, Küng propone dunque una doppia prospettiva: viste dal di fuori, le religioni corrispondono a determinati criteri generali sia etici che religiosi. Mentre per il cristiano credente c’è un’unica vera religione, esistono diverse vie di salvezza con diverse figure salvifiche, che possono avere influssi reciproci fecondi, per il raggiungimento di un unico fine.

Queste due prospettive non sono contrapposte l’una all’altra, ma come due sfere coesistono in ciascuno di noi per far fronte all’accresciuta complessità anche religiosa delle nostre società, evitando tanto i rischi dell’esclusione e dell’intolleranza, quanto quelli del relativismo e l’indifferenza, per coniugare le diverse identità con un senso di apertura.

L’humanum tra relativismo e universalismo

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Secondo un più ampio criterio di verità, le diverse religioni possono auto-comprendersi criticamente e valutarsi le une e le altre, su un comune piano etico. Questo criterio chiamato HUMANUM rappresenta il culmine della teologia delle religioni. Ciò che fa eticamente vera una religione è affermare l’HUMANUM – è tutto quanto in essa non ostacola e non opprime, ma difende e promuove la dignità dell’essere umano vivente.

In questo modo si può superare la dialettica fra relativismo e universalismo, in cui tutte le religioni possono riconoscere come elemento proprio e comune con le altre fedi, la salvaguardia e la promozione della dignità umana. Contemporaneamente l’HUMANUM apre alla consapevolezza che le diverse confessioni hanno la responsabilità di incorporare la DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO, come valori ed esigenze umane fondamentali, che acquistano una validità permanente e irreversibile e che si collocano giuridicamente come diritti umani fondamentali.

È proprio da questa consapevolezza che nasce nel 1990 il PROGETTO PER UN’ETICA MONDIALE di Hans Küng, che culmina nella DICHIARAZIONE PER UN’ETICA MONDIALE DEL PARLAMENTO DELLE RELIGIONI MONDIALI. Dichiarano i delegati: “Noi confermiamo che nelle dottrine delle religioni si trova un comune patrimonio di valori fondamentali, che costituiscono il fondamento di un’etica mondiale”.

“Vi trovano piena condivisione quattro imperativi fondamentali, sia nel loro aspetto di negazione, che nella loro affermazione: “dalle grandi tradizioni religiose ed etiche dell’umanità apprendiamo la norma “Non uccidere”, o in forma positiva: “Rispetta ogni vita”. (…) Essere veramente uomo, nello spirito delle grandi tradizioni religiose ed etiche, significa essere pieni di attenzione e disponibili all’aiuto, e precisamente nella vita privata come in quella pubblica. Mai dovremmo essere privi di riguardo e brutali. Ogni popolo, ogni razza, ogni religione devono dimostrare tolleranza, rispetto e perfino grande considerazione nei confronti degli altri popoli, delle altre razze e delle altre religioni”. “Un’etica mondiale non intende sostituire l’alta etica delle singole religioni con un minimalismo etico” - afferma l’etica mondiale. (H. Küng – K.-J. Kuschel, Per una etica mondiale)

La Dichiarazione per un’etica mondiale

cms_26730/5.jpgIn merito ai diritti umani, i delegati delle religioni mondiali dichiarano: “Noi siamo convinti della fondamentale unità della famiglia umana nel nostro pianeta. Richiamiamo perciò alla memoria la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, emanata dalle Nazioni Unite nel 1948. Quello che essa ha solennemente proclamato sul piano del diritto noi vogliamo qui confermare e approfondire alla luce dell’etica: la piena realizzazione dell’inviolabilità della persona umana, della libertà inalienabile, della fondamentale uguaglianza e della necessaria solidarietà e reciproca dipendenza fra tutti gli uomini”. (H. Küng – K-J. Kuschel, Per un’etica mondiale)

Nell’affermazione su scala mondiale dei diritti umani del secondo dopoguerra, incorporata anche dalle grandi costituzioni democratiche, il limite si manifesta nella difficoltà di trovare le risorse culturali e religiose perché questi principi e valori diventino universali e ciò si riflette a sua volta nelle nostre società multiculturali. La DICHIARAZIONE PER UN’ETICA MONDIALE rappresenta il modello di un percorso che, partendo da diversi universalismi, ha affermato un contenuto universalmente condiviso. Quello che le grandi costituzioni proclamano sul piano del diritto trovano nelle grandi religioni un partner privilegiato, per affermare le più nobili tradizioni etiche.

Un atteggiamento critico e dialogico può evitare quell’universalismo totalitario, che, in nome del relativismo etico, porta ad astenersi da qualsiasi giudizio di valore, sulla violazione dei diritti umani commessi ogni giorno in ogni latitudine.

Come afferma Levy-Strauss in “Lo sguardo da lontano”: “E’ indubbio che noi ci culliamo nel sogno che uguaglianza e fraternità possano un giorno regnare tra gli uomini, senza che la loro diversità sia compromessa”, e aggiungeva: “dubitare con saggezza, magari con malinconia, dell’ avvento di un mondo in cui le culture, colte da una passione reciproca, non aspirassero più a celebrarsi a vicenda, in una confusione in cui ciascuna perderebbe il fascino che poteva avere per le altre, e le sue proprie ragioni di esistenza”.

Nel suo “The Clash of Civilizations” del 1993, Samuel Huntington delineava “lo scontro di civiltà che dominerà la politica globale. Le linee di faglia fra le civiltà saranno le linee di battaglia del futuro”. L’elemento propriamente religioso ha nell’opera di Huntington un ruolo decisivo, che opera quella distinzione culturale che egli presumeva porterà allo scontro di civiltà. “Le grandi divisioni nell’umanità – insiste – e la fonte dominante di conflitto saranno di tipo culturale”.

Hans Küng cerca di rispondere alla sua maniera, sottolineando la corresponsabilità delle religioni mondiali nelle società in relazione ai diritti umani e alle precarie condizioni sociali del mondo di oggi, che richiedono di chiarire il rapporto fra la pace e il riconoscimento, la promozione e la tutela dei diritti. Il dialogo interculturale e interreligioso che dobbiamo perseguire per evitare lo scontro di civiltà fa leva, dunque, come la teologia delle religioni, nell’universalismo plurale in cui viviamo: ciò che dobbiamo perseguire è quell’etica che nasce e cresce sul comune patrimonio di valori fondamentali, che costituiscono appunto il fondamento di un’etica mondiale.

(continua)

Gabriella Bianco

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