Gino Rossi in Venice. Dialogue between the collections of Fondazione Cariverona and Ca’ Pesaro

From 23 February to 20 May 2018

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The sensational Ca’ Pesaro avant-garde seen through the eyes of one of its most cosmopolitan and innovative exponents, seventy years after his death. The Fondazione Musei Civici di Venezia, together with the Fondazione Cariverona, presents at Ca’ Pesaro a collection of the most interesting masterpieces by Gino Rossi (Venice, 1884 – Treviso, 1947), selected from the collections of both institutions and in dialogue with works by Rossi’s Ca’ Pesaro contemporaries, among them Felice Casorati, Umberto Boccioni, Arturo Martini and Pio Semeghini.

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The exhibition celebrates the brief and intense parabola of an artist who in just twenty years, from 1907 to 1926, was able to anticipate the Italian avant-gardes before tragically ending his days in the Sant’Artemio asylum in Treviso. In Paris, where he went in 1907, Rossi breathed the atmosphere of the European artistic movements of the period and encountered the ideas of Gauguin, the Fauves and Cubism. On his return to Venice, he joined the inner circle around Nino Barbantini, the new director of Ca’ Pesaro, who promoted the latest artistic currents in opposition to the academic approach pursued by the first editions of the Biennale.

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Rossi’s work was immediately distinctive for its powerful portraits of the unfortunate and marginalised, for its sublimation of color in the dreamlike landscapes of the Venetian lagoon, and for its return to an original, almost archaic expressiveness. For Rossi, form was an ‘anti-graceful’ element and, as such, far removed from the affectation of so much early twentieth-century art and in open contrast with the decadent aesthetics of many of his contemporaries.

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These were the years when the island of Burano became his Brittany, an ideal place but absolutely not idyllic, where he spent long periods of time and also moved to live, experiencing hardship and absolute discomfort. Among the portraits on display at Ca’ Pesaro is Bruto (1913), one of the best examples of Rossi’s attention to the poor and the marginalised, juxtaposed with the sculpture Buffone (1913-14) by Arturo Martini: a large painted plaster bust, which, in a game of aesthetic references, clearly illustrates the affinity between the two artists and the similarities in their research.

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However, Ritratto di signora (1914) and Maternità (1913), with their non-existent context and decoration, are in total contrast to Felice Casorati’s large canvas Le signorine (1912), which presents young daughters of the bourgeoisie in a place filled with symbols and references to their lifestyle and social status. Even Rossi’s landscapes, characterised by a powerful expressionism, are strongly influenced by his first stays in Brittany, as in Douarnenez (1912) and Paesaggio nordico (1911), which herald the beginning of a new form of vedutismo in landscape painting.

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Rossi was irreversibly affected by the experience of the First World War: his hospitalisation in an asylum marked the end of his artistic life, leaving a profound question mark about how he might have continued. The catalogue published by Marsilio contains texts by Luca Massimo Barbero, Elisabetta Barisoni and Nico Stringa, who has devoted a long and in-depth study to Gino Rossi.

cms_8576/bandiera_Italiana_-_Copia.jpgProssime mostre a Venezia.

Gino Rossi a Venezia. Dialogo tra le collezioni di Fondazione Cariverona e Ca’ Pesaro. Dal 23 febbraio al 20 maggio 2018.

La ritrattistica si concentra sugli umili, sugli individui ai margini della società. Rossi sceglie come protagonisti i pescatori o le loro mogli, cogliendo con pennellata energica e materica lo spirito di ogni figura ed esasperandone i tratti più duri, imperfetti ed esteticamente spiacevoli. Tra i ritratti che saranno esposti a Ca’ Pesaro troviamo Bruto (1913) uno dei migliori esempi dell’attenzione dell’artista verso i poveri e gli emarginati. Le pennellate forti scavano i tratti del volto, esaltando i segni di una vita difficile resa in tutta la sua crudezza. Questo ritratto è messo a confronto con la scultura Buffone (1913-14) di Arturo Martini: un grande busto in gesso dipinto che esplicita, in un gioco di rimandi estetici, la grande affinità tra questi due artisti e le similitudini nelle loro ricerche. Allo stesso modo, le figure femminili si discostano dai ritratti di aristocratiche e borghesi, comuni a larga parte della produzione di quegli anni: le donne di Rossi sono popolane, spesso madri, spesso vestite di scuro e con abiti semplici, distanti anni luce dalle donne sofisticate fin de siècle.

In Ritratto di Signora (1914) e Maternità (1913) il contesto è inesistente, così come la decorazione, in totale contrapposizione con la grande tela di Felice Casorati Le Signorine (1912) che le affianca e che invece racconta di giovani figlie della borghesia, riprese in un luogo ricco di simboli e riferimenti alla loro vita e alla loro condizione sociale. In Rossi si percepisce un’impronta espressionista, che abbandona la piacevolezza estetica concentrandosi sulla crudezza come. La sua ritrattistica è, a tutti gli effetti, la risposta polemica al decadentismo floreale che troverà la sua conclusione solo con la Prima Guerra Mondiale. Anche i paesaggi sono improntati ad un forte espressionismo, e risultano fortemente influenzati dai primi soggiorni in Bretagna: Douarnenez (1912) e Paesaggio nordico (1911) risalgono proprio a quel periodo e segnano l’inizio di un approccio che lo porterà ad un nuovo vedutismo, ancora una volta in contrapposizione con le esperienze artistiche contemporanee.

Il soggetto prediletto, così come per molti suoi colleghi capesarini, è l’isola di Burano: lontana dal fasto decadente del centro storico, la piccola isola è un rifugio e un’inesauribile fonte di ispirazione. Barene a Burano (1912-13), insieme ad altri due paesaggi buranesi degli stessi anni, presenteranno al pubblico della mostra lo sguardo di Gino Rossi su questo ambiente primitivo ed ancestrale in cui uomo e natura si integrano in un legame indissolubile. A queste saranno affiancate le significative prove di alcune “sentinelle avanzate” del paesaggio moderno, cresciute sempre in ambito capesarino, come Pio Semeghini e Umberto Moggioli. Nelle opere degli anni Dieci, il colore assume per Rossi un significato profondo che non si limita alla sola trasposizione della realtà: i blu, i verdi, i toni caldi dei suoi paesaggi sono in netto contrasto con i toni scuri dei ritratti. Il non-finito diventa mezzo di espressione costante e permette ai vuoti e ai pieni di bilanciarsi, lasciando quel senso di precarietà e di sospensione, tipico dei grandi artisti nella fase più matura.

L’esperienza della Prima Guerra Mondiale segna per sempre Gino Rossi e tutta l’avanguardia artistica italiana: i lavori dopo il 1918 sono più articolati e strutturati, incentrati su forme e volumi che riprendono la lezione di Cézanne. In occasione di Gino Rossi a Venezia verranno esposti diversi studi su carta e linoleumgrafie che segnano un avvicinamento allo studio della composizione: in particolare in Studio per natura morta con violino e pipa (1922), un disegno a gessetti colorati, il soggetto si discosta da quelli trattati prima della guerra ma mantiene il tratto forte e sicuro. Poemetto della sera (1923), infine, conclude il percorso ideale tra i capolavori in mostra: una scena bucolica con animali al chiaro di luna, un senso di quiete precaria in cui il colore si fa più rarefatto e le forme diventano schematiche e archetipiche. Nel 1926 dopo solo 20 anni di produzione, Gino Rossi viene internato nel manicomio di Sant’Artemio a Treviso: non dipingerà mai più e morirà nel 1947, lasciando una grande incognita su come la sua ricerca artistica avrebbe potuto proseguire. Il catalogo, pubblicato da Marsilio, contiene testi di Luca Massimo Barbero, Elisabetta Barisoni e Nico Stringa e contribuisce con un importante approfondimento allo studio della figura di Gino Rossi.

Domenico Moramarco

Tags: Gino Rossi Ca’ Pesaro Fondazione Carivenrona Luca Massimo Barbero

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