Gastronomia uber alles in diretta social

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Sarà a causa delle costrizioni domiciliari a cui ci stanno costringendo, sarà perché in fondo per gli italiani il cibo è sempre stato il primo pensiero, sarà forse perché molti sono caduti nel narcisismo più estremo con la scusa del distanziamento. Una cosa però è certa: siamo circondati e bombardati da video e tutorial con l’unico leit motiv di stili di cucina e ricette da insegnare. Razionalità economica ed emozione collettiva sono entrate in contrasto e hanno creato un black out con il risultato di un assalto ai supermercati e all’acquisto dei famigerati beni di prima necessità, come se l’indomani un asteroide ci dovesse definitivamente cancellare dalla faccia della terra. Presi dalla foga e da motivazioni di stampo conformistico, migliaia di persone hanno fatto incetta di ogni bene, spesso e solo per il gusto di stiparli nelle loro dispense e trarre giovamento e un senso di sicurezza. Chiusi nelle nostre case, abbiamo guardato sempre con attenzione che non mancasse mai nulla nei nostri frigoriferi, sempre perché del diman non c’è certezza. Poi, dopo questo primo momento di fobia e paranoia, siamo passati alla fase per cui l’emergenza è stata normalizzata ed è entrata in una routine in cui l’attenzione al cibo è diventata ossessione per la convivialità online.

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Amici, parenti, fidanzati condividono con le chat dei social media ricette e sperimentazioni culinarie in un infinito provincialistico cooking show che scimmiotta pateticamente i ben noti format televisivi dedicati all’arte culinaria. Noia, disperazione, mancanza di alternative hanno ricreato nelle cucine degli italiani dei set televisivi a costo zero in cui webcam e microfoni sono aperti e collegati sul cibo, il deus ex machina di interessi ed esperienze vissute. La spinta di una nauseante ridondanza di programmi televisivi a tema culinario ha fatto sì che aumentasse negli italiani la costruzione di fantasie enogastronomiche e di consumo forsennato di cibo; reality, format lifestyle e makeover hanno poi fatto da corollario a questa bulimia (!) di contenuti gastronomici dove diete, corpi in eccesso e gestione dell’adipe sono al centro dell’attenzione e della gestione del sé. Scontata dunque anche la deriva social di un tale televisivo profluvio di crostate, dolciumi, timballi e cotolette rivisitate in chiave vegana. Chef blogger e food influencer al grido di “hasta siempre cucina condivisa” si sono subito dimenati su fuochi e fornelli per guadagnare spazio e simpatie tra gli utenti a suon di piatti ricercati, rivisitazioni etniche, tradizioni di paese.

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L’emergenza pandemica è diventata allora una buona occasione per scimmiottare lo star system culinario tricolore contribuendo, se ce ne fosse bisogno, alla diffusione della foodie culture che ha come principali esponenti chef stellati plurimedagliati Michelin. Sui social è tutto un brulicare, in forma a volte professionale e altre artigianale, di esibizioni strumentali sulla preparazione attenta di primi e secondi piatti, con un’attenzione maniacale al consumo responsabile, al riciclo, alla salute e alla linea, imperativi categorici di un benessere psicofisico là dove anche un semplicissimo e proletario panino con la frittata diventa un ossimorico panino gourmet. È l’estremizzazione del cosiddetto Food Porn (si veda il libro di Luisa Stagi Food porn: l’ossessione del cibo in tv e nei social media), il puro piacere voyeristico del cibo che si nutre dell’attesa piuttosto che dell’esperienza del gusto e dell’assaggio. L’estetizzazione del piacere visivo passa anche per il cake design, opere d’arte digeribili solo alla vista e non al palato, in una deriva che oltre a vedere accrescere un pubblico sempre più semi specializzato e spesso improvvisato nella preparazione di piatti della tradizione e pseudo raffinati, ha come effetto un moltiplicarsi di immagini e video in cui il cibo è postato solo per la sua valenza visiva e per il suo impatto mediatico sulle confraternite di amici. Lo sconfinamento in cucina del rivelamento delle nostre intimità fa parte e si integra in un processo di continua connessione che aumenta vertiginosamente le nostre interazioni solo e grazie ai supporti tecnologici. A farne le spese sono le nostre vite emotive sacrificate sull’altare di un’esibizione narcisistica con fini egocentrici per aspirare a un successo effimero dedicato a produrre continue performance. Persino ai fornelli.

Andrea Alessandrino

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