GUATEMALA, RESPINTA CAROVANA DI MIGRANTI HONDUREGNI

Gli effetti di una crisi senza fine

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Proseguono incessantemente i massicci flussi migratori convergenti verso il nord America e con essi le conseguenti tensioni, acutizzate negli ultimi tempi da un ulteriore irrigidimento delle politiche migratorie e dei controlli alle frontiere, per le nuove esigenze legate alla crisi sanitaria che stiamo vivendo. Tra venerdì sera e sabato mattina, una carovana di circa 9000 migranti provenienti prevalentemente dall’Honduras, ha varcato la frontiera di El Florido, 200 km ad est della capitale guatemalteca, approfittando delle disposizioni favorevoli trasmesse ai corpi di polizia, considerando la presenza di donne e bambini. Diverso è lo scenario che si è presentato ieri ad una distanza di circa 50 km, in corrispondenza di un posto di blocco schierato nella città di Vado Hondo, nel dipartimento di Chiquimula, dove intercettato il gruppo di migranti lungo la loro rotta verso nord, un sottogruppo di circa 3.500 persone sarebbe stato coinvolto in scontri con la polizia. Secondo il servizio migratorio locale, infatti, alcuni di loro avrebbero forzato il passaggio del cordone di polizia prima di poter essere intercettati. Dopo aver richiesto loro documenti e test Covid, però, i migranti sono stati invitati a rimpatriare dalle autorità locali, che hanno messo a disposizione camion e autobus per effettuare il trasporto fisico verso la frontiera. Guillermo Diaz, Direttore generale delle Migrazioni, ha inoltre dichiarato all’emittente TN23, che il sistema di polizia sarà “rafforzato” e che non sarà più possibile un ingresso illegale di questo tipo.

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Tuttavia per quanto il tema del controllo dei flussi, oggi più che mai, rispecchi un interesse dello stato correlato a comprovate necessità di salute pubblica, non è possibile scorporare il fenomeno migratorio dal contesto economico e sociale in cui vertono paesi come l’Honduras, situazione profondamente aggravata dalla crisi sanitaria. Un fattore determinante è di certo quello dei rapporti stretti dall’attuale amministrazione honduregna con il presidente uscente Trump; ricordiamo che delegazioni dei due paesi si erano infatti incontrate nel settembre 2019 a Washington per negoziare la conclusione di tre accordi in tema di contenimento del fenomeno migratorio che attraversa l’America centrale verso gli States. In particolare il cosiddetto: “Asylum Cooperation Agreement”, avrebbe riconosciuto l’Honduras un “safe third country”, che nel linguaggio internazionalista indica i paesi il cui stato di diritto garantisce un certo grado di sicurezza a tutti gli individui che si trovino sotto la propria giurisdizione. In questo modo si sarebbe assicurata la possibilità ai migranti provenienti da Cuba e Nicaragua, di presentare richiesta di asilo in Honduras, disincentivando quindi, se non bloccando la prosecuzione del viaggio verso il confine con gli USA. Ma la situazione honduregna, è tutt’altro che safe.

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Lo scontro per la supremazia ideologica, che da anni divide il paese, in particolare in seguito al golpe che nel 2009 portò alla destituzione dell’ex presidente filo-chavista, Manuel Zelaya, a favore del Partito Nazionale di centrodestra, con l’attuale presidente Juan Orlando Hernandez, ha avuto ripercussioni gravi su una popolazione tediata dall’estrema povertà, dalla corruzione del sistema giudiziario e dei corpi di polizia, e dall’incredibile tasso di criminalità che rende difficile la vita delle comunità honduregne. Violazioni di diritti umani di tutti i generi sono all’ordine del giorno in Honduras; secondo i dati relativi al 2019, il tasso di omicidi in Honduras sfiorava il 43.6 ogni 100.000 abitanti, facendone uno dei paesi con il maggior numero di omicidi per anno al mondo, e considerando anche che tali dati sono successivi ad un considerevole calo percentuale, registrato tra il 2011 e il 2015, del 30%. L’imperversare di gang adite principalmente al narcotraffico è un forte fattore di insicurezza, soprattutto nei distretti più poveri dove i nuclei criminali esercitano un controllo tale da sostituire le istituzioni. D’altro canto la corruzione delle istituzioni giudiziarie, la scarsa preparazione delle squadre investigative e l’accumularsi di casi di violenza restati impuniti, uniti ad una mancanza di fiducia da parte della popolazione che per paura delle ritorsioni degli autori di tali violenze, si rifiuta di testimoniare, produce un circolo vizioso di cui si nutre la criminalità organizzata. Nonostante i risultati ottenuti in seguito all’istituzione della Commissione speciale per la pulizia e la riforma della polizia honduregna, i cui lavori hanno portato in 15 mesi alla sospensione e alla rimozione di più di 5000 agenti dalle forze di polizia, è richiesto un cambiamento radicale di un sistema marcio fin dalle sue radici, che richiede l’intervento di altri paesi soprattutto della regione americana, vicina ai temi trattati, non solo per basici interessi individuali volti a garantirsi uno scudo dalla carovana di disperati che fuggono da quello stesso sistema.

Federica Scippa

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