GRANDI UOMINI

Napoleone Colajanni. Figlio indimentiucabile di Enna

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C’è un altro modo per essere Napoleone. E sia consentito dire che trattasi di una maniera decisamente migliore, rispetto a quella del Corso, al quale è associabile l’ampiezza di progettualità e la pluridimensionalità d’impegno ma pure la conquista, la guerra, l’attacco alla Russia che lo accomuna a un austro-germanico del secolo successivo; insomma, migliaia di morti, lutti, distruzioni e il vizio dittatoriale dell’egemonia perlomeno continentale. Lungi dal dispensar mala sorte e dall’essere Bonaparte, v’è stato un modo siculo e proficuo per essere un Napoleone.

1cms_24296/1_Napoleone_Colajanni.jpgA Enna e dintorni, se pronunci tale nome, riecheggia solo un cognome: Colajanni.

Possibile che la Storia si sia dimenticata di lui?

Forse la sua figura non è ricordata come meriterebbe a cagione di una caratteristica che sovente si connette alle personalità più grandi, ovvero recare un pensiero non limitabile a una fazione, a un’epoca, a uno spazio, così da non esserne agevole l’impossessamento maldestro e strumentale. Se non stai esclusivamente di qui o di lì, e semplicemente ti posizioni in alto, corri sempre il rischio di divenire indigesto, incompreso o, semplicemente, obliabile.

Ricorrono, nel 2021, i cento anni dalla morte, avvenuta il 2 settembre 1921.

Partiamo già da un presupposto che rende Colajanni esemplare agli occhi di chi vive e alimenta i retti valori: in lui l’impegno antimafia e anticorruzione, lo svelamento di inconfessabili cointeressenze, il sostegno ai più deboli, trovano terreno fertilissimo.

cms_24296/3.jpgIl regno della Mafia in Sicilia – scrive Colajanni, concludendo il suo saggio “Nel regno della mafia, dai Borboni ai Sabaudi” – non cesserà se non il giorno in cui con una vera instauratio ab imis i siciliani acquisteranno la libertà vera, il diritto e i mezzi di punire i prepotenti, di mettere alla gogna i ladri e di assicurare a tutti la giustizia giusta!”. Ed ancora: “Per combattere e distruggere il regno della mafia è necessario, è indispensabile che il governo italiano cessi di essere il re della mafia!

Parole nette e dure. Parole che chiunque troverebbe di stretta attualità, pur se da adeguare, nel riferimento all’istituzione. Risuona una complessiva critica sulle ali del meridionalismo dell’epoca da opporre a compagini governative che l’autore riteneva quantomeno fin troppo sorde dinanzi alle invocazioni di aiuto delle popolazioni meridional-insulari, inglobate nel progetto unitario nazionale.

Più di un secolo dopo, con scandalo, abbiamo compreso come il fenomeno mafioso non sia solo la drammaticità dell’esplosione di colpi, di bombe e di odio, bensì anche la vergogna di prodromiche laiche componende, di un doppio-triplo-quadruplo trattare.

Chi le guardie e chi i ladri? Chi a capo di chi? Chi a braccetto di chi?

Con una diversa chiave ermeneutica, rileggere le riportate frasi di Colajanni potrebbe fare pensare a una penna “impegnata” dei nostri giorni.

Ci voleva ardimento a dire e scrivere certe cose! Basti ricordare che erano gli anni di efferatezze e di scarsa sicurezza personale. Non a caso, il ciato saggio esordisce ricordando il barbaro assassinio del commendatore Notarbartolo, il 1° febbraio 1893. Un omicidio politico-affaristico-mafioso, si direbbe oggi. Ha di sicuro rischiato, Colajanni: amato da tantissimi ma odiato da chi aveva mezzi e sostegni per farlo tacere per sempre.

cms_24296/4.jpgColajanni, però, era un combattente, per idee e pratico pugnare. Nessun tentennamento. Non fu il solo della sua stirpe a lottare con generosità per gli altri. Oltre al fratello Pompeo, che contribuì fortemente alla nascita, nel 1904, del Sindacato obbligatorio siciliano di mutua assicurazione per gli infortuni sul lavoro nelle miniere di zolfo, ricordiamo i pronipoti Pompeo e Letizia. Il primo è stato famoso partigiano e deputato comunista; quanto a Letizia, è stata la prima donna deputata nell’Assemblea Regionale Siciliana nonché una delle prime attiviste per i diritti delle donne e dei minatori. Infine, non va dimenticato l’omonimo nipote, importante dirigente nazionale del PCI e parlamentare dal 1968 al 1987, in qualità di deputato per una legislatura e di senatore per quattro mandati.

Era un ragazzino, appena tredicenne, quando dalla natia Castrogiovanni – antico nome dell’attuale Enna, graziosa città nella quale nacque il 28 aprile 1847 – cercò di raggiungere le Camicie Rosse di Garibaldi, giunte l’11 maggio 1860 a Marsala per quella che la storia avrebbe battezzato come prima tappa per la vicenda unitaria italiana e che, per i Borbone e per non pochissimi con loro, poteva a ben donde definirsi una invasione. Il giovanissimo Napoleone non riuscì nell’intento, poiché venne incontrato da un amico di famiglia, in quel di Villarosa, e ricondotto a casa – presso il padre Luigi, piccolo industriale dello zolfo, e la madre Concetta Falautano, proprietaria di solfatare – come si conviene per un bambino. Aveva percorso pochi chilometri. Si rifece nel 1862, arruolandosi adolescente nelle fila dei garibaldini e vivendone le traversie, compreso l’arresto per i fatti d’Aspromonte. Unità, entusiasmo, speranze, pistolettate e manette. Se Garibaldi fu ferito in una gamba, Colajanni offrì il tallone al piombo. Medaglie e cicatrici. Nel 1866, come volontario, combatté nella Terza Guerra d’Indipendenza; poi seguì Garibaldi nelle sue imprese risorgimentali. Chiaramente, tutto avveniva nel quadro savoiardo. Intanto, però, emergevano ideali repubblicani e sorgeva un marcato impegno socio-politico, rivolto verso gli strati più deboli della popolazione che, edificato il Regno d’Italia, non avevano registrato, nel Mezzogiorno, alcun beneficio e alcuna emenda da uno stato di soggezione e povertà, anzi potendosi ravvisare peggioramenti.

Prese forma il Colajanni delle grandi inchieste e denunce: sulla mafia imperante ma anche sulle imprese coloniali, sullo scandalo della Banca Romana, sulle giuste rivendicazioni di contadini e minatori. A tal proposito, egli divenne leader dei Fasci Siciliani dei Lavoratori nonché fiero oppositore delle politiche del siciliano Crispi, Capo del Governo.

cms_24296/5v.jpgNella visione globale, Colajanni evidenziò le inefficienze e le complicità di uno Stato Sabaudo incapace di garantire il minimo per la vivibilità delle popolazioni disagiate del Sud, le collusioni peggiori, le corruzioni più ignobili. Già combattente sul terreno, amplificò la divulgazione e l’orazione. La “questione meridionale”, con lui, assunse altissima visibilità nella dissertazione e nell’animazione del dibattito. La sua autorevole voce risuonò nella politica locale ma anche nella realtà parlamentare. Consigliere comunale, assessore e poi deputato del Regno d’Italia, dal 10 dicembre 1890 fino al 2 settembre 1921, giorno della sua dipartita. È facile immaginare quanto urticanti e indigeste potessero risultare le asserzioni di Colajanni, nell’ottica di quella classe dominante la quale, considerando la sua provenienza sociale, avrebbe gradito un affratellamento nell’esprimere idee conservatrici e nel garantire un ordine gattopardesco basato su antichi privilegi per pochi, a danno di molti. Classica spina nel fianco.

Uomo di impegno multiforme, nella sua opera “Le Istituzioni Municipali”, apprezzata da Turati, cristallizzò il suo pensiero federalista, in adesione all’ottica di Cattaneo, specificando non solo l’importanza dell’autonomia quale strumento per ridurre la disparità tra Nord e Sud – nel senso di un’autodeterminazione che superasse l’accentramento deleterio per il Meridione e delle Isole – ma pure ponendo in risalto la necessità che, nella costruzione in tal senso, fossero i comuni ad assumere il ruolo di primaria istituzione. La mente va ai più moderni principi – anche di fonte euro-unitaria – e, in particolare, a quello di prossimità.

In “Ire e spropositi di Cesare Lombroso” e in “Per la razza maledetta” – ripubblicati insieme, nel 2021, da “il Palindromo”, per la cura della Dr.ssa Valentina Rizzo, autrice di una significativa prefazione – si può apprezzare il Colajanni studioso, acuto, dissacratore di tesi scientifiche che erano considerate dogmi immarcescibili. Il prof. Lombroso concepisce figure criminali in connessione con determinate caratteristiche umane? Colajanni non ci sta e giudica irrazionali tali teorie, boccia ogni tesi orientata a schematismi aprioristici, a una predeterminazione biologica delle persone e delle collettività. I meridionali, i briganti, i disperati, non sono delinquenti per natura, per una qualche “fossetta” da ravvisare e a cui attribuire la scaturigine del male, in genetica. L’emarginazione, la cattiva politica, il proliferare del malaffare e della mafia crea(va)no le condizioni del sottosviluppo, a sua volta humus per predazioni e predoni. Fin tanto che si immagina che un territorio sia abitato da esseri malvagi o perfino sub-umani, chi si reputa “nella civiltà” si autolegittima a fare man bassa senza badare agli abitanti.

È valso per il Mezzogiorno, è valso e vale ancora per le terre abitate dagli ultimi del mondo, ove la civiltà e l’economia impongono di pensare a una superiorità misurata con la forza della moneta e agli abitanti possono rimanere poche e impalpabili briciole. Ha spiegato Colajanni, riferendosi agli anni successivi all’unificazione: “Lo Stato nuovo che doveva essere essenzialmente riparatore facendosi strumento ed organo della giustizia mancò completamente alla sua missione e non poté in guisa alcuna acquistarsi la fiducia della collettività e distrurre o purificare l’ambiente, che aveva creato e manteneva lo spirito della Mafia” (ancora la citata pubblicazione).

Colajanni è colui che analizza, difende, confuta, riscatta popolazioni per le quali, invece di destinare pane e occasioni di evoluzione, la lontanissima capitale pensava a soluzioni sintetizzabili nel “mettere a ferro e fuoco”.

Facendo perno sul pensiero del “figlio di Enna”, sono additabili le cause di una condizione di complessiva problematicità per il Meridione e la Sicilia. Le ragioni dell’arretratezza – questo è il punto – vanno ricercate, senza esentarsi da sacrosante autocritiche, nella “occasione perduta”: ormai da più parti è sostenuto, come già fatto da Colajanni, che la creazione di uno Stato italiano, nella seconda metà dell’Ottocento, non sia stata concepita, dall’alto, con la dovuta attenzione socio-economica.

Non è un lagnarsi per l’omissione di un “occhio di riguardo” per il Sud ma la rilevata carenza di un’indispensabile programmazione nel senso di un armonico sviluppo di tutta la nazione, senza scatti in avanti a scapito di zone da marginalizzare. La Sicilia ha contato una serie di possibili svolte mai rivelatesi tali. Lo stesso avvento della repubblica, nel secondo dopoguerra, avrebbe potuto costituire uno snodo; per non parlare, beninteso, del regionalismo, tra affermazioni di principio e non esaltante realtà.

cms_24296/2_1640832447.jpgLa città di Enna, di recente, ha idealmente riabbracciato il suo autorevole figlio, ravvivandone il ricordo delle opere e della figura, con tre “giornate di studio” – il 15, il 23 e il 29 novembre – sul tema “Napoleone Colajanni e il Meridione dai Borboni al Regno d’Italia”, su iniziativa della “Università Kore” e del “MedMez – Centro Studi per la Ricerca e la Documentazione sul Mediterraneo e il Mezzogiorno Napoleone Colajanni”, con il patrocinio dell’Assemblea della Regione Siciliana.

Sì, come si diceva in premessa, c’è proprio un altro modo di essere Napoleone. Al Napoleone francese che si batte principalmente per la sua sete di gloria e di potere, si contrappone il Napoleone siciliano. Entrambi accolti nella Storia; ma il siciliano, al contrario del francese, combatté per i poveri e con i poveri, per l’uguaglianza sociale e per la giustizia.

Lo immaginiamo percorrere le strade di Enna, passare da quella piazza in cui adesso c’è una statua a lui dedicata; lo immaginiamo respirare la vita della sua città, accarezzare le pietre secolari degli edifici dell’ombelico della Sicilia, ammirare il panorama dallo splendido Castello di Lombardia, trarre linfa ed energia per quel che ha fatto ed è stato. In alto e nobile, coraggioso e forte, come un’aquila. Nell’uomo c’è sempre tanto del luogo che l’ha cullato.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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