GOVERNARE L’ITALIA.DA CAVOUR A DE GASPERI A CONTE OGGI

A settant’anni dalla nascita della Cassa per il Mezzogiorno

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Pubblicato lo scorso dicembre (Eurilink editore) è il recente libro scritto da Vincenzo Scotti e Sergio Zoppi, due firme la cui autorevolezza in ambito accademico è pari alla notorietà consolidata nel panorama politico.

cms_21333/2.jpgPer InternationalWebPost ho intervistato Vincenzo Scotti.

Presidente per vent’anni dell’Università degli Studi Link Campus University (da lui fondata nel 1999) e autore di numerose pubblicazioni scientifiche Vincenzo Scotti è stato uno degli uomini politici che ha segnato profondamente la vita politica del nostro Paese, coniugando l’attività di studioso con le responsabilità connesse all’esercizio dei mandati istituzionali che lo hanno visto ai vertici di vari dicasteri (dal 1978 al 1992).

Seppure essenzializzando il profilo dell’accademico e la statura dello statista convenzione imporrebbe che citassi i ruoli assunti e la produzione bibliografica. Consapevole che qualunque presentazione rischierebbe di sconfinare nel minimalismo aggiungo a quanto scritto che l’impegno politico di Vincenzo Scotti già in esordio (1954) muove da una competenza specifica (laurea in giurisprudenza con tesi in Economia dello Sviluppo e Regioni Arretrate) e tale impronta competenza/impegno è la nota biografica migliore per qualificare anche il pregio del libro.

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cms_21333/000.jpgNon ne faccio riserva mentale ed esterno il mio imbarazzo all’autore.

Gli chiedo: Professore? Onorevole? Come preferisce che la definisca?

“Come crede”, mi risponde.

“Bene. Allora.. Prof.”, rimando.

Sorride, lasciandomi intendere, già in prima battuta, che con la sua risposta inerziale percepisce la rotta che possono assumere le mie domande. Se le diacroniche storiche condivise dovessero essere foriere di opposti o diversi approcci esegetici non avverto il pudore di esprimermi o, peggio, di silenziarmi. Ho l’immediata percezione che la vasta cultura del mio interlocutore (“interlocutore” e non “intervistato”) corroborata dall’essere stato protagonista della storia italiana sono doti di un uomo che ama il dialogo.

Non avendo concordato l’intervista se non per il parametro temporale di inizio, il nostro incontro si snoda speditamente in una dialettica di oltre un’ora scevra da formalismi. Non a caso – va precisato – è dialogica la scelta espositiva adottata dagli autori, duttile rispetto alla forma ordinaria della saggistica e sicuramente indicativa della volontà di facilitare la lettura.

cms_21333/0.jpgConsiderando i tanti webinar in cui gli autori sono intervenuti all’indomani dell’uscita del libro li ho compulsati tutti per non scantonare nella clonazione di percorsi già battuti da chi mi ha preceduta. Riporto, dunque, i passaggi notevoli dell’intervista vulnerandone altri non meno degni d’interesse ma incompatibili con il rigore editoriale. Prendendo abbrivio dalla politica di Cavour incentrandosi sul dicotomia (preferisco non il termine dualismo per le sottese implicazioni di rivalità) tra le grandi aree economiche e sociali d’Italia (nord industrializzato e sud in balia delle politiche regionali) il libro focalizza in particolare la cosiddetta questione meridionale (locuzione emergente nella storiografia patria per la prima volta nel 1873) che rappresenta ancora oggi, e con non minor importanza in epoca di pandemia, una delle spine più dolorose con la quale si è sempre dovuto misurare il governo del Paese.

Professor Scotti, i padri dell’Unità d’Italia e i padri della Repubblica erano animati da alti ideali che si legavano e compenetravano nell’aura del mito della Patria, in cui il popolo si riconosceva e vi trovava una propria dignità di appartenenza. Essere popolo significava possedere maturità, discernimento, conoscenze, volontà, incorruttibilità. Per converso si deferivano alla massa disvalori quali incompetenza, mancanza di interesse, ignoranza e simili. Tali concetti, oggi forse anacronistici, danno, tuttavia, un chiaro senso della componente etica su cui si poteva fondare la governabilità del territorio. Secondo Lei, negli italiani oggi, prevale più il popolo o massa?

cms_21333/00.jpgPer evidenziare le differenze rispetto alle attuali politiche il prof. Zoppi ed io abbiamo scelto tre momenti della storia del Paese, rilevanti dal punto vista del governo ossia delle scelte di gestione adottate dalla classe dirigente ai fini del consenso. Il primo momento, rappresentato dal governo di Cavour, si pone come un riferimento di concretezza nell’adozione di un percorso volto a costruire il consenso nel Paese e in Europa, nonché l’assenso delle grandi potenze industriali. La priorità di Cavour era costruire l’Unità e “poi gli italiani”. Il prezzo che l’Italia avrebbe dovuto versare per l’Unità e la creazione di uno Stato stava nel ritardo nel traguardo rappresentato dal processo di industrializzazione. Guardando alla Francia e alla Germania orientate sulla strada del libero commercio, Cavour propende per una politica internazionale di libero scambio ma deve misurarsi con i freni inibitori imposti dal protezionismo e con la questione meridionale. Nasce in questo periodo il dualismo tra nord e sud e la questione meridionale si fa sentire in tutta la sua drammaticità. La politica protezionistica per favorire l’industria nascente italiana indebolisce ancora di più il meridione. Le criticità presenti in epoca risorgimentale e postunitaria si fanno sentire con caratteri peculiari nel secondo momento preso in considerazione nel libro, ossia negli anni 50-60. In tale periodo i governi mirano all’espansione dell’economia e hanno la consapevolezza che l’espansione debba passare attraverso la crescita delle regioni del Mezzogiorno e che il processo di unificazione economica del Paese debba avvenire espandendo verso il Mezzogiorno stesso la struttura del nord industrializzato e avviando un sistema di infrastrutture che consenta la nascita e potenziamento dei servizi pubblici . E’ in questo periodo che nasce la Cassa per il Mezzogiorno, un organismo dello Stato, che semplifica la strategia di programmazione e attuazione della rete di interventi non limitata a singoli regioni ma in una visione sistemica diretta a superare i confini regionali.

Mi permetta di interromperla…per una condivisione di pensiero sulla peculiarità economico-sociale dell’Italia negli anni dell’oro, età di crescita conclamata grazie alle scelte politico-istituzionali e alla diffusione della tecnologia fordista (in una visione generalizzata e coordinata con le economie europee di mercato), conviene che in quel momento nel nostro Paese - da Lei perfettamente descritto come periodo di grande interventismo da parte dei governi in termini di regolazione, di dimensione della proprietà pubblica e di politica industriale - sia stato mirabile il decisionismo nella classe dirigente nazionale. Le scelte gestionali adottate erano volte ad allineare/coordinare la nostra economia a quelle estere e ciò sebbene fosse l’Italia un caso ambiguo, non essendo né un’economia coordinata (sul modello tedesco) né un’economia di mercato (sul modello americano). Durante l’Età dell’Oro, l’Italia ha beneficiato di una crescita del PIL reale pro capite di quasi il 5% l’anno e nonostante una bassa scolarità media, il capitale umano si rivelava adatto alla progressiva adozione delle tecnologie importate che costituivano il principale canale di innovazione. In termini comparativi, l’Italia poteva usufruire di un numero elevato di buoni ingegneri, che hanno avuto un ruolo essenziale nell’organizzare i processi produttivi delle grandi aziende… oltre una forte componente identitaria tra istituzioni e politica e rappresentanti e rappresentati. La spina nel fianco della politica eppure c’era e di lì a qualche anno pronta a far collassare il sistema italiano ancora prima del “final death” del 1973?… Azzardo: l’anno terribilis, il 1963? Che cosa è accaduto perché siamo entrati in crisi prima tra decisori amministratori e politica cosa si è incrinato?

cms_21333/Alcide_de_Gasperi_2.jpgMettiamo punti fermi. La spina nel fianco ostativa allo sviluppo dello Stato era la questione meridionale che De Gasperi e i Padri costituenti assieme ponevano tra le priorità d’intervento. Per essi era ineludibile il dover ricostruire il Paese sviluppandolo, ossia facendolo crescere, non ripristinando ciò che era stato distrutto. In Italia non c’erano materie prime ma solo una capacità umana e tecnologica di trasformare materie prime importate in prodotti finali e conquistare spazi di mercato a livello mondiale. La visione di De Gasperi era improntata al realismo prospettico: decisione che significava far crescere il mezzogiorno e avviarlo all’industrializzazione perché uno sviluppo moderno passa attraverso la creazione dell’industria manifatturiera. La prima cosa fu realizzare un programma straordinario, un sistema di opere pubbliche in una visione intersettoriale e territoriale (costruire una rete idrica, ad esempio… pensiamo al dramma dell’acqua nel Mezzogiorno) ciò creava una domanda nuova che moltiplicava il valore dell’investimento. Non avevamo risorse per importare materie prime ma fummo soccorsi dall’aiuto americano inizialmente e poi da un sistema di finanziamento. De Gasperi ebbe la felice intuizione di creare una Cassa per finanziare le opere attraverso un disegno di legge fatto di pochi articoli semplici ed efficaci: un organismo accentratore nel panorama istituzionale che funzionò egregiamente (Corte dei conti e Consiglio superiore dei lavori pubblici avevano una delegazione interna ed esprimevano i pareri contestualmente all’approvazione dei progetti di intervento). In quel periodo c’era una classe dirigente notevole e ciò non va sottaciuto.

Il problema era lo stanziamento della somma iniziale (mille miliardi) per gli anni cinquanta sessanta che la finanza pubblica non era in grado di sostenere. La banca mondiale divenne un propulsore anticipando le risorse finanziare nazionale necessarie il finanziamento consentiva di rafforzare le risorse valutarie. Contemporaneamente la realizzazione di rete infrastrutturali consentì lo sviluppo produttivo negli anni 60-62 e cito Mattei per gli accordi con i Paesi del mediterraneo per avere risorse …

I fattori alla radice del catch-up sono variati nel tempo: la ricostruzione postbellica e la riduzione delle dimensioni del settore agricolo hanno svolto all’inizio un ruolo notevole, ma alla fine degli anni Sessanta la parte del leone l’ha fatta la riduzione del divario tecnologico. Il modello di crescita che ne derivò produsse risultati straordinari fino all’inizio degli anni Sessanta, anche per gli standard dell’epoca. All’inizio degli anni Sessanta i vincoli politici erano divenuti meno stringenti e la crescita aveva prodotto una quantità di risorse senza precedenti.

Verso la fine degli anni sessanta nella classe dirigente si fece strada una sorta di paura sulle prospettive del paese. Nel mondo anche cambiava qualcosa. I Paesi più industrializzati temono (sul Corriere della sera si apriva un dibattito a cura dell’economista Vera Lutz sulle prospettive in fieri c’è sul punto un saggio di Melograni sulla paura del cambiamento) la nascente industria di quelli emergenti e assecondano la crisi del 1973 creando un monopolio dell’offerta petrolifera attraverso un controllo della quantità estratta, prodotta e immessa sul mercato e facendo schizzare i prezzi finali. I Paesi emergenti si ritrovarono improvvisamente di fronte prezzi elevatissimi del prezzo del petrolio. Eppure in quei brevissimi tempi l’Italia riuscì a dare la sua risposta.

Professore la riforma del sistema bancario negli anni 1990-1993, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione e, in particolare, del sistema fiscale del tutto inadeguato all’emersione del sommerso e al contrasto all’evasione, i mancati investimenti nella ricerca e la svalorizzazione delle aree portuali incidono sulla crisi …la mancanza di strategie oculate, la debolezza (incompetenza?) della leadership politica sono tutti fattori inibitori… quale futuro?

cms_21333/0000.jpgSono d’accordo con lei.

Crisi economica dal 2008 e crisi sanitaria. L’Italia oggi ha un problema di ricostruzione e sviluppo simile a quello post bellico. Nel giro di pochi anni l’economia italiana ha subito un grave e prolungato shock. Il contesto macroeconomico nel quale si sarebbero dovute inserire le riforme è peggiorato rapidamente. Nel periodo compreso tra la fine dell’Età dell’Oro e l’attuale le politiche di sviluppo del Sud hanno incontrato difficoltà crescenti sconfinando nell’attuale arresto. Bisogna tornare ad alcune idee guida…Oggi dobbiamo creare un sistema di infrastrutture e valorizzare il sistema portuale Il cammino di convergenza durante l’età dell’oro è rimasto incompleto: i settori ad alta tecnologia si sono sviluppati meno di quelli delle altre principali economie europee, come risulta anche dai dati sull’interscambio commerciale. Bisogna concentrarsi e fare scelte importanti non governare i recovery fund ma implementare un unico disegno finanziamenti dello stato e europeo.

Non guardare alla singola regione frazionando il processo di sviluppo ma organizzare un programma obiettivo di interventi strutturali dove anche digitalizzazione e sfruttamento delle energie rinnovabili diventino leve del cambiamento economico sociale.

Governare è decidere. Ritiene l’assenza politica di sviluppo in una logica di responsabilità bipartisan decisori/amministratori sia dovuta incompetenza e lungimiranza o più semplicemente per un difetto di decisionismo?

cms_21333/00000.jpgLe debolezze storiche di tipo culturale, sociale, istituzionale ed economico sul governo del Paese (divario Nord-Sud, basso capitale umano e sociale, scarsa competizione nei mercati interni del prodotto e del lavoro, intermediazione finanziaria «foresta pietrificata», esili mercati di capitali, Pubblica amministrazione inefficiente e ricerca e sviluppo insufficienti, programmi di attuazione delle riforme incompleti, male applicati e distorti) si rivelano incredibilmente persistenti e fattori inibitori della crescita.

Nonostante i passi non marginali intrapresi occorre governare l’Italia, dunque.

L’Italia ha oggi l’occasione per destinare i finanziamenti e i contributi europei a un progetto di ricostruzione e di sviluppo del Paese che riprenda il disegno unitario che non si è riusciti a raggiungere, lasciandolo incompiuto. Il Governo deve attuare un progetto di sviluppo che faccia del Mezzogiorno la leva per l’Europa mediterranea.

Antonella Giordano

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