GIOVANI VITE SPEZZATE DALL’ISIS

Lo Stato Islamico, con i suoi ideali di odio e intolleranza, continua a mietere vittime.

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Stava ultimando gli acquisti natalizi da portare nella sua Sulmona (L’Aquila), felice dell’imminente ritorno a casa, dove avrebbe potuto finalmente riabbracciare i suoi cari. Ma quel maledetto camion le ha spezzato la vita, cogliendola nel fiore dei suoi anni. E’ questa la triste storia di Fabrizia Di Lorenzo, vittima dell’ennesimo attentato jihadista insieme ad altre undici persone che lo scorso 19 dicembre stavano visitando i mercatini di Charlottenburg (Berlino). 31 anni, un sorriso radioso e due occhi pieni di sogni da realizzare: questa era Fabrizia, come testimoniato dalle tante foto che postava periodicamente sui social. Dopo aver frequentato il liceo linguistico Vico della cittadina abruzzese in cui era nata, aveva conseguito la laurea triennale in Mediazione linguistico-culturale alla Sapienza di Roma. Aveva poi continuato gli studi con la magistrale in Relazioni internazionali e diplomatiche all’Alma Mater di Bologna e un master in tedesco per la Comunicazione economica alla Cattolica di Milano, che l’aveva portata in Germania nel 2012, per un Erasmus alla Freie Universität Berlin. Dopo una breve esperienza a Vienna, nel 2013 aveva deciso di trasferirsi definitivamente a Berlino, allontanandosi da quell’Italia “in mano ai dinosauri”, come lei stessa scriveva nel suo ultimo tweet, citando una scena del celebre film “La meglio gioventù”. Aveva trovato impiego prima presso la multinazionale Bosch, poi in una ditta di logistica e trasporti. Sognava di arrivare in alto, di collaborare con le Nazioni Unite o con la Farnesina, che avrebbero certamente ripagato tutti gli sforzi compiuti negli anni universitari.

Fabrizia possedeva, come quei tanti giovani che decidono di partire per l’estero in cerca di una tanto meritata carriera lavorativa, una mente brillante e aperta. “Che errore sovrapporre il terrorismo all’immigrazione”, affermava in un altro post su Twitter, facendo eco alle parole del sociologo e filosofo polacco Zygmut Bauman. Era a favore della pacifica integrazione tra popoli e, di certo, avrebbe potuto aiutare tanti immigrati nel corso della sua carriera da mediatrice culturale, se solo quel camion non l’avesse travolta in pieno.

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Alla guida del mezzo, in quella serata di morte e terrore, c’era Anis Amir, tunisino di appena 24 anni. A differenza di Fabrizia, che si sentiva una cittadina del mondo, l’attentatore era cresciuto in un clima di odio e ostilità nei confronti dei cosiddetti “infedeli” occidentali. Nato a Ghaza(Tunisia), una morte precoce lo ha colto nel corso di uno scontro a fuoco con la polizia di Milano, che ha messo fine alla sua fuga da ricercato nella notte tra giovedì e venerdì scorso. L’attentato del 19 dicembre è stato solo l’ultimo di una lunga escalation di crimini in pieno stile jihadista: Anis (noto alle forse dell’ordine anche con altri due nomi, segno che si era procurato dei documenti falsi) aveva raggiunto l’Italia sette anni fa, senza regolare permesso di soggiorno, e aveva provocato un incendio in una scuola di Palermo, dove era stato condannato a quatto anni di reclusione. Uscito dal carcere, era stato trattenuto dal centro di identificazione ed espulsione di Caltanissetta. Per varie vicissitudini, il suo decreto di espulsione non è mai diventato esecutivo, permettendogli così di sbarcare in Germania nel luglio dello scorso anno. Dopo una detenzione di soli due giorni nel carcere di Friedrichshafen, il giovane islamico era tornato a piede libero, pronto a colpire ancora, stavolta con un gesto molto più devastante. Forse ispirato dall’attentato del 14 luglio a Nizza, aveva cominciato a progettare il suo “colpo”, portando avanti i folli ideali del fondamentalismo più oscuro. Pare che Anis fosse un “lupo solitario”, che avesse organizzato tutto da solo, senza alcuna direttiva da parte dei vertici dello Stato Islamico. Ma l’Isis, che ha in seguito rivendicato il gesto, aveva compiuto il suo lavoro già molto prima, plasmando la mente del giovane fin dalla tenera età, impartendogli quella “dottrina della morte”, che non ha nulla a che fare con l’integrazione tra popoli e la pace sognata dalla 31enne di Sulmona.

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Fabrizia e Anis, due vite all’opposto che, per un istante, si sono incrociate. Due vite che, seppur non avendo nulla in comune, hanno trovato fine nello stesso modo, in una morte che è arrivata troppo presto e che non trova motivazioni valide, se non nella follia di quanti vogliono che il mondo non sia più un posto sicuro, inneggiando a una surreale guerra tra popoli a dispetto della nostra natura, che ci rende fratelli. Il triste epilogo di questa storia può e deve gettare le basi per un futuro diverso, che sappia tutelare non solo quelli che stanno dalla parte di Fabrizia, ma anche coloro che impersonano i “cattivi” all’interno di questo assurdo scenario, ma che in realtà sono semplici marionette nelle mani di chi ha ben più alti interessi. Non basterà pregare per Berlino, per Parigi o per Nizza, come recitano gli hashtag che ciclicamente invadono i social. E’ l’umanità intera, avvelenata dal suo stesso individualismo misto a odio per il “diverso”, ad aver bisogno delle nostre preghiere.

Federica Marocchino

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