GIORGIO ALBERTAZZI

Istantanee d’autore

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Giorgio Albertazzi è stato uno dei massimi protagonisti del teatro e della televisione italiani.

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Uomo di grande cultura e maestro di recitazione, secondo me non è mai diventato un vecchio saggio ed è sempre rimasto un inguaribile giovanotto.

Abbiamo parlato molto, l’ho osservato molto, ho cercato di penetrare quel forte carisma che lo ammantava e più volte ci sono riuscito, portandolo ad esprimere ciò che effettivamente era.

Tante volte ho lavorato con lui e tante volte ho approfittato dei pomeriggi di attesa e delle cene notturne per indagare il suo pensiero e cavargli fuori qualcosa su cui potessi riflettere.

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Scoprii molto tardi che abitava di fronte casa mia ma non glielo dissi mai per non carpirne un invito forse solo formale. E pur se passeggiavo spesso lungo la strada, non lo incontrai mai, come speravo invece che avvenisse per potergli dire informalmente che eravamo dirimpettai.

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Quando era arrivato agli 80 anni gli domandai cosa fosse la vecchiaia.

Mi rispose: “Non lo so. Ad un certo punto ti scopri somatologo, il tuo corpo ti chiede conto dei tuoi comportamenti, ti consente o ti proibisce di fare una cosa od un’altra.

E tu devi ubbidirgli, se non vuoi che si vendichi.”

Lui accettava della vecchiaia solo la maturità intellettuale e ne odiava le costrizioni.

Soffriva di dolori al nervo sciatico che lo rendevano intrattabile; più volte capitò prima di uno spettacolo e ciò mi creava molta tensione, sia per paura che si dovesse annullarlo e sia perché mi dispiaceva enormemente per lui.

Ma inevitabilmente andava in scena e, quando lo vedevo muoversi sul palcoscenico, restavo stupefatto di quella specie di “miracolo”: sembrava infatti che fosse nel pieno delle sue energie e della sua forma fisica e mentale.

L’adrenalina che accumulava durante la recita continuava al ristorante, dove ci sedevamo quasi all’una di notte.

Si, molti ristoranti hanno accordi con i teatri per aspettare gli attori ad un’ora così tarda.

Amava il buon cibo e il buon vino: entrambi li gustava con piacere.

In quelle situazioni era più loquace.

I suoi discorsi erano filtrati da quell’indomabile spirito sarcastico dei vecchi toscani e dalla sua abitudine a dissacrare i fatti percepiti in modo ingenuo dall’opinione pubblica, della quale scoprivo di esserne miseramente parte.

Lui li raccontava da testimone diretto o riferiti da fonti dirette.

L’ultima volta che ho lavorato con lui aveva 92 anni.

Recitava nel “Mercante di Venezia” ed eravamo al Teatro Romano di Minturno, il 16 di agosto.

Arrivò nel pomeriggio e sedette per ore su una poltroncina fuori la sua roulotte/camerino.

Rimasi con lui tutto il tempo di attesa; rispettando i suoi lunghi silenzi, parlavo solo quando mi interpellava, ma lo osservavo continuamente.

cms_26126/4.jpgEra l’immagine di un uomo che aveva vissuto una vita straordinaria ma che ora era ingabbiato dalla sua fragilità.

Era ad un metro da me ma era come se fosse su un palcoscenico o in un primo piano di un film; i suoi sguardi, la sua posizione, i suoi gesti quasi impercettibili sembravano l’interpretazione di un momento essenziale di un’opera e, come se ascoltassi un monologo, ne ricevevo molti insegnamenti di vita.

Il dettaglio che sto per riferire è indicativo della sua personalità.

La distanza tra il camerino e il palco era lunga e l’infermiere di un’ambulanza, presente per servizio, accolse la mia richiesta, pochi minuti prima dell’inizio, di accompagnarlo su una sedia a rotelle.

Quando si accorse che c’era un tratto scoperto, alla vista del pubblico, prima di raggiungere le quinte, urlò di fermarsi, scese dalla sedia e raggiunse il palco a passo spedito.

E poi fu un immenso Shylock, gratificato infine da una consueta standing ovation.

(Le foto sono di proprietà dell’autore)

Giacomo Carlucci

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