FRANCESCA MIRABILE MANCUSIO

Vite che fanno la storia

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Ci sono tanti modi di essere donna e tanti modi per favorire, con l’esempio dato dalla propria vita, la parità di genere. In verità, l’assenza di eguaglianza è qualcosa di innaturale, derivante dalla pochezza storicizzata di un sesso maschile che tanto forte non deve poi essere quando concepisce la presenza femminile in ruoli marginali, secondari, non oltre la dimensione domestica.

Ti faresti operare da un chirurgo donna? Siederesti tranquillo in aereo se sapessi che a pilotarlo fosse una signora e non un signore? Accetteresti il verdetto reso da una donna in terzietà di processo? E un cartellino rosso, tu, campione celebrato, lo potresti ammettere, da un arbitro di sesso femminile? … . Sciocchezze di tempi andati, parrebbe (o si spererebbe).

Donna al volante, pericolo costante” … Aggiungiamo pure questa. Avete presente Maria Antonietta Bellan, la luminosa signora veneta che negli anni Venti del secolo scorso partecipò alla prima edizione della sicilianissima Targa Florio? Ecco, immaginiamo di esprimere perplessità, sulle sue capacità automobilistiche, a questa pioniera delle corse: una risata, un colpo di acceleratore e le vetture dei maschi a mangiare la polvere, come risposta eloquente.

Pensando alle donne e alle loro battaglie verso la verità e la dignità – ovvero consacrare una parità naturalissima – ma pure a spontanee loro dimostrazioni di capacità, in piccoli o grandi aspetti della vita quotidiana, si può proprio restare nell’ambito delle quattro ruote e pensare a una signora siciliana che, a inizi del secolo scorso, teneva ben stretto il volante di un’automobile così come con saldezza reggeva le redini della propria esistenza.

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Francesca Mirabile Mancusio, detta Nella, è stata la prima patentata d’Italia ma soprattutto, nella modernità della sua figura, si può scorgere l’anticipazione di istanze femministe, sociali e culturali. Nacque da nobile e ricca famiglia in quel di Caronia, località dei Nebrodi nella provincia messinese, il 10 novembre 1893. Nel 2013, gli è stato intitolato il lungomare di Marina di Caronia, adiacente alla sua dimora “Villa Maria Giovanna”, riconosciuta dalla Regione Sicilia come luogo dell’identità e della memoria.

Il padre, cavalier Luigi Mancusio di Capizzi, nobile e benestante, fu anche sindaco di Capizzi oltre che uomo generoso e benvoluto, ricordato ancora oggi con stima e simpatia. Per via materna, discendeva della famiglia Caracciolo, una delle più prestigiose famiglie nobiliari della storia d’Italia.

Francesca vide la luce nello stesso anno in cui “nacque” la targa automobilistica. A Parigi, il 14 agosto 1893, l’amministrazione comunale rese infatti obbligatorio, per tutte le vetture pubbliche, l’utilizzo di una modalità di riconoscimento. Una coincidenza che induce al sorriso, pensando alla storia di Nella. Dal 1903 al 1910, Francesca fu allieva in uno degli Educandati più illustri d’Italia, istituito a Palermo nel 1779 da Ferdinando III di Sicilia e dal 1863 intitolato alla Regina Maria Adelaide di Savoia. Vi operavano insegnanti di grande prestigio che donavano il loro sapere ad allievi che rappresentavano il meglio dell’aristocrazia siciliana. Francesca, per esempio, ebbe come docenti Giuseppe Pitrè e Giovanni Alfredo Cesareo (per inciso, furono, oltre che illustri letterati, anche senatori del Regno d’Italia). Non era da meno la direttrice dell’istituto. Sì, una donna. A lei, Erminia Bordiga, si deve l’aver guidato l’Educandato, con mano ferma e decisa, dal 1884 al 1930, tra l’altro introducendo lo studio dell’inglese, del francese e del disegno, fin dalle classi elementari. Una donna alla guida, con mano ferma e decisa, si diceva: la giovane Francesca apprese anche questo tipo di lezione, evidentemente.

Nel 1909, dunque giovanissima, sposò il notaio Ignazio Mirabile ed ebbe due figlie, Maria Giovanna e Luigia. Come dono di nozze ebbe dal padre l’Isotta Fraschini AN20/30HP, un dono insolito ma molto gradito. Per molte donne, all’epoca, la biografia personale si fondeva indissolubilmente con le vicende maritali, diveniva mera porzione ideale della storia della famiglia creatasi. Non per Francesca.

Francesca Mirabile Mancusio, infatti, non resta “la figlia di”, “la moglie di” o “la madre di”, come pur sembrava normale in quell’epoca. Brilla per una sua significativa, esemplificativa, abilità: il 5 giugno 1913, divenne la prima donna patentata d’Italia. Sempre nel 1913, in Italia, l’evento storico più importante fu l’esordio dell’elezione a suffragio universale. Universale nel senso del superamento di taluni limiti ma non certo nell’ottica del coinvolgimento femminile! Per le donne si è dovuto attendere il 1946: una enormità inconcepibile!

Il 23 marzo 1913, si aprì a Palermo il Salon Automobilistico, con risonanza internazionale. Probabilmente, per Francesca fu questo il fatto più interessante dell’anno, tanto più che il celebrato suffragio universale non la coinvolgeva. Il Salon si ebbe grazie alla famiglia Florio e al sostengo di industrie automobilistiche italiane e straniere: Isotta Fraschini, Minerva, De Dion, Renault, Lancia, Overland, Itala, Pirelli, Ford, De Vecchi, Fiat. Tutta la classe aristocratica siciliana apprezzava la velocità e le automobili, di gran moda nei primi anni del secolo scorso, anche sull’onda della corrente culturale del Futurismo e delle prime edizioni della Targa Florio che si svolsero, a partire dal 1906, nel panoramico circuito delle Madonie, con grande partecipazione di pubblico, italiano e straniero, eterogeneo e unito nella passione. L’automobile affascinava le nobildonne siciliane, tanto che ben tre di loro ottennero la licenza per la conduzione di veicoli nei primi anni del ‘900: Franca e Giovanna Florio nel 1907 e la marchesa Adriana Bosurgi di Messina nel 1906. Licenza comunque diversa dalla patente di guida che si conseguiva dopo un esame più approfondito.

cms_25673/2_1650159151.jpgPer conoscere meglio Francesca, abbiamo seguito, in diretta streaming, l’evento “Francesca Mirabile Mancusio – viaggiatrice e pioniera dell’emancipazione femminile” che si è svolto a Caronia il 27 marzo 2022, con l’ottimo coordinamento di Melinda Calandra Checco, nell’ambito della lodevole rassegna “La Sicilia delle Donne - festival del genio femminile”, curata da Fulvia Toscano e Marinella Fiume, col Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali. Qualche anno fa, Marinella Fiume, già sindaco di Fiumefreddo di Sicilia dal 1993 al 2002, ha curato il volume “Siciliane” pubblicato da Emanuele Romeo Editore, 2006, con il Patrocinio e Sostegno del Ministero per le Pari Opportunità, Ministro la siracusana Stefania Prestigiacomo. Nel volume, sono ricordate 333 siciliane, di cui ben 221 vissute nei secoli XIX e XX. Tra loro non la nostra Francesca Mirabile Mancusio ma una donna che gli somiglia per il cognome che porta. Solo una “ì” di differenza. È la nissena Elvira Mancuso. Interessante anche la sua storia. Nacque da Giuseppe penalista eminente, il 15 dicembre 1867, autentico patriota…capitano garibaldino che si battè al Volturno nell’ottobre del 1860. All’epoca, nel curriculum si usava indicare solo la paternità. Sic. Elvira, insegnante dal 1905 al 1935, nel 1906 pubblicò a sue spese “Annuzza la maestrina”, un libro autobiografico, nel quale la protagonista, donna che vuole emanciparsi e si emancipa, si contrappone alla donna serva, schiava e massaia, santa e martire rappresentata nel Marchese di Roccaverdina, il capolavoro di Capuana, pubblicato nel 1901. Elvira scrisse, nel 1907, il saggio “Sulla condizione della donna borghese in Sicilia” e poi tanto altro ancora.Il primo giorno di quiete per lei arriverà nel 1958, presso il convento delle suore clarisse di Caltanissetta, dopo aver vissuto con forza e consapevolezza la propria battaglia per l’emancipazione femminile, cummatemu, nun ni facemu azzìttiri. La vita di Elvira è ben cuntata, nel volume “Siciliane” da Salvatore Silvano Nigro, a cui si rinvia per un approfondimento.

Nella manifestazione in onore di Francesca, voluta anche dalla Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari), sono intervenuti, tra gli altri, Giulio Persico, nipote di Francesca, e Ilaria Pani, del Museo nazionale dell’automobile “Avv. Giovanni Agnelli”, la quale ha ricordato e letto alcune frasi dell’ironica e commovente lettera, datata 27 dicembre 1951, che Francesca scrisse al fondatore – anzi “al creatore”, come specificato da Ilaria Pani – del Museo di Torino, Carlo Biscaretti di Ruffia. Francesca offrì a lui, “al miglior partito possibile”, la sua cara e vecchia Isotta Fraschini del 1909, modello AN20/30HP, …è triste la sua vecchia automobile… L’auto è così triste mentre guarda dall’alto della sua mole massiccia la 1100 E che le sta vicina, e pur disprezzandola come un giocattolo la invidia.”. Isotta, al Museo dell’auto di Torino, per la felicità di Francesca, avrebbe ritrovato le sue coetanee e un posto d’onore accanto all’automobile della Regina Margherita. Non sfigurando minimamente e venendo ammirata da visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Proprio il massimo a cui poteva aspirare Francesca per la sua Isotta.

Marinella Fiume ha evidenziato la grande cultura di Francesca, acquisita anche frequentando l’Educandato “Maria Adelaide” di Palermo. I suoi viaggi, preparati meticolosamente, non sono quelli di una scioperata o di una futurista ma sono viaggi diversi; quelli lunghi li faceva con lo chauffeur. Erano viaggi dietro i suoi libri con l’obiettivo di vedere paesi più civili del suo, come sempre diceva. Andava dove la portava il cuore, amava vedere i posti studiati a scuola e i luoghi dove vissero personaggi famosi come Napoleone, Federico II, Maria Stuarda. Lunghi viaggi culturali che pochissime donne della sua epoca facevano e di cui abbiamo, purtroppo, ancor meno testimonianze lasciate per i posteri.

Francesca, fortunatamente per noi, scrisse nel 1965 un diario del suo viaggio al Circolo Polare Artico: “Due anziane signore e un gatto con un’Appia al Circolo Polare Artico”. Una copia del libro è stata donata qualche anno fa dal nipote Giulio alla dirigente scolastica, Angela Randazzo, dell’Educandato “Maria Adelaide”, in occasione di un evento organizzato dall’Istituto per ricordare la prima patentata d’Italia.

cms_25673/3.jpgFrancesca è stata una donna piena d’amore. Nel viaggio si portava la mamma anziana e sempre affetta da emicrania, nonché la figlia Maria Giovanna, malata di meningite sin dall’età di 9 anni. Francesca nei suoi viaggi si sentiva felice come un prigioniero temporaneamente evaso. Per moltissimi anni, ha accudito con affetto il marito allettato, non muovendosi dal suo capezzale e confortandolo in ogni modo. Non trascurava neanche il gatto, portandolo sempre con sé. Un amore per gli animali che all’epoca di Francesca non era così diffuso come lo è adesso. Il nipote Giulio ha raccontato che quando il gatto stava male, tanta era la sua premura da recarsi con il felino a Roma, in aereo, per farlo visitare da un veterinario di sua fiducia. Sembra che il gatto abbia goduto di una vita lunghissima, ben 27 anni per quanto detto dallo stesso Giulio. Un aristogatto fortunato e longevo, indubbiamente.

Nel ricordo del nipote, Francesca era una donna dalle mille sfaccettature, colta, raffinata, intraprendente e un po’ snob, ma anche austera, fredda e severa. Con la figlia Luigia – la mamma di Giulio – esprimeva diversità di vedute. I rapporti di incrinarono per circa 30 anni perché non accettava che sua figlia, di nobili origini, dopo la laurea in lettere potesse dedicarsi all’insegnamento pur non avendone minimamente bisogno sul piano economico. C’è da dire come all’epoca, per i nobili – uomini o donne –, lavorare fosse considerato poco onorevole. Anzi, disdicevole. Quindi la contrarietà era probabilmente motivata da percepito status, non dunque dall’impedimento del lavoro femminile. Ma Luigia era come la descritta Elvira Mancuso. Si, proprio come Annuzza, la Maestrina, di cui sopra. Come lei aveva la caparbietà. Anche Luigia ha visto nel lavoro uno step fondamentale per l’emancipazione. Più “dura” di sua madre – così ha raccontato sempre Giulio – scappò di casa e per circa 30 anni, appunto, non si frequentarono. Alla fine, una zia organizzò l’incontro. E Francesca fu felice di vedere che anche Giulio amava i motori e usava andare in motocicletta.

cms_25673/4.jpgMa Nella – si, arrivati a questo punto chiamiamola fluentemente “Nella” anche noi – a chi dedica il suo bellissimo libro? “…Offro questo libro impregnato di te”. Lo offre a un ex fidanzato che non ha mai avuto, che l’ha sedotta e abbandonata, poco prima delle nozze già programmate. È ormai settantina, ha l’età per farlo senza disturbare nessuno, senza suscitare eccessivi scandali; il mondo è cambiato, c’è il vento della rivoluzione dei costumi sessuali che spira da nord. Siamo nel 1965, bellezza! Questa dedica rivela pienamente il carattere di Francesca, il suo essere “oltre”. È un amore che fa pensare a quello di Dante per Beatrice; a quello della figlia di Victor Hugo per il tenente Pinson, raccontato nel film Adele H; a quello di Florentino Ariza per Fermina Daza descritto nel romanzo L’amore ai tempi del colera (El amor en los tiempos del cólera) di Gabriel García Márquez. Ma non somiglia a nessuno dei tre. È un amore siciliano. A te che sei stato il compagno invisibile della mia vita…l’unico che ho desiderato mio…il solo che ha parlato ai miei sensi e al mio spirito...come ti ho sempre cercato...ancora ti cercherò nell’al di là... e ancora ti chiederò vuoi finalmente essere mio?

Il viaggio al Circolo Polare Artico sarebbe stato il suo ultimo lungo viaggio in macchina. I vasti orizzonti si restringono ora per me al piccolo spazio di mondo che va dalle isole eolie, che come custodi mi sorvegliano, alla montagna d’argento degli ulivi dove io e mia figlia avremo al fine la nostra pace. Dopo una vita molto intensa, dopo aver attraversato epoche storiche molto diverse – la “belle epoque siciliana, le due guerre mondiali, i due dopoguerra, il ’68 e la rivoluzione dei costumi culturali, gioie e dolori famigliari di vario tipola pace per Nella arrivò il 22 gennaio 1974.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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