FRAGILI

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Ogni volta che si entra in un ospedale, il pensiero va naturalmente al mistero della malattia e del dolore, alla speranza della guarigione e al valore inestimabile della salute, di cui ci si rende conto spesso soltanto allorché essa viene a mancare.

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Negli ospedali si tocca con mano la preziosità della nostra esistenza, ma anche la sua fragilità. E c’è un tipo del tutto particolare di coraggio nonché di ottimismo, che si sviluppa soltanto attraverso un’esperienza come quella della malattia.

I medici vedono gli uomini nell’ora della verità, quando hanno gettato la maschera delle convenzioni e messo da parte l’orgoglio.

Ci sono alcuni che un tempo sembravano tanto spavaldi e coraggiosi, alla prova si sciolgono di lacrime e di paura, gridano e maledicono, diventano egoisti fino alla crudeltà. Altri che parevano così fragili, nei giorni peggiori delle crisi, parlano inaspettatamente dei fiori, della primavera, della luna: altre persone. Quante miserie, quante vigliaccherie di fronte al male e alla morte.

La malattia che si manifesta in tante forme e colpisce in modi diversi suscita inquietanti domande: perché soffriamo? Può ritenersi positiva l’esperienza del dolore? Chi può liberarci dalla sofferenza e dalla morte? Interrogativi esistenziali, che restano umanamente il più delle volte senza risposta, dato che soffrire costituisce un enigma imperscrutabile alla ragione. La sofferenza fa parte del mistero stesso della persona umana.

La capacità di capire e accettare le situazioni che la vita ci presenta può essere veramente difficile, ed è in fondo un percorso che non termina mai. Siamo abituati a correre, ad inseguire gli obiettivi che ci siamo posti, a non fare pause mentre siamo intenti a raggiungerli. C’è poco spazio per riflettere su ciò che accade, con il risultato che possiamo incontrare amarezza e tristezza.

Un’immagine che mi accompagna è quella della natura, in cui, a mio parere, in qualche modo possiamo veder riflessa la nostra esperienza, e davanti alla quale possiamo trovare un po’ di quella pace tanto cercata.

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Perciò nella gioia penso al sole, i bambini mi ricordano i fiori, e così via. Anche il dolore trova posto in questa corrispondenza: quando penso al dolore, penso al vento. Non si può sapere di preciso da dove provenga l’aria che ci colpisce, né sappiamo dove andrà a finire.

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Tutti, da bambini, ce lo siamo chiesto almeno una volta, così come di fronte al dolore ci poniamo tutti le stesse domande: chi ha voluto la morte di una persona cara? Dov’è adesso? Ha un senso la mia sofferenza?

Una cosa è certa: quando il vento è davvero forte, al punto da piegare o sradicare gli alberi delle nostre certezze e dei nostri progetti, non si può riprendere la vita del giorno precedente, si avverte che qualcosa è cambiato in profondità e spesso non sappiamo cosa sia meglio scegliere, affinché il nostro cuore possa risollevarsi.

Non ci sono ricette, non c’è una prassi di sicuro effetto da seguire.

Credo che nella dimensione più profonda il dolore sia un mistero. Non condivido la posizione di chi pensa al male come ad una punizione, o come effetto di una casualità, o solo come prova da superare per una non meglio chiara felicità futura.

Solo due cose possono aiutarci quando il nostro cammino è così in salita da farci pensare di non farcela: la speranza è la prima.

Sperare non è dire: “Chissà che domani succeda qualcosa, e che si possa dimenticare”… Non sarebbe possibile, né umano. Sperare è credere che il dolore, anche il più forte, abbia un senso, che magari non conosciamo, ma che c’è e ci aiuta a pensare che quanto accade non sia frutto del caso. Il dolore di chi cerca di avere questa consapevolezza non è meno intenso, le lacrime scorrono comunque sul viso; diversa è la fiducia che si pone nel domani, che ha un senso nonostante l’oggi.

La seconda è l’amore. Spesso, troppo spesso ci ricordiamo tardi della preziosità delle persone, di quanto siano importanti, e il rimpianto di quanto avremmo voluto fare ci appesantisce il cuore. Chi ama davvero sa guardare alle difficoltà senza perdere di vista la gioia vissuta, è grato per averla sperimentata, non cede alla tentazione di credere che tutto sia al capolinea.

Sorprendentemente, talvolta, avviene quello che nessuno aveva previsto: la timida fanciulla scopre di avere l’energia di un’atomica; nel pericolo il mite pacioccone si stupisce di essere un eroe; la ragazzina viziata accetta come niente sacrifici che farebbero stramazzare al suolo un gigante; la giovane mamma che tremava per il raffreddore del primo bambino combatte per anni il male orrendo del secondo.

Chi può eliminare il potere del male è solo Dio. Proprio per il fatto che Gesù Cristo è venuto nel mondo per rivelarci il disegno divino della nostra salvezza, la fede ci aiuta a penetrare il senso di tutto l’umano e quindi anche del soffrire.

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Esiste, quindi, un’intima relazione fra la Croce di Gesù – simbolo del supremo dolore e prezzo della nostra vera libertà – e il nostro dolore, che si trasforma e si sublima quando è vissuto nella consapevolezza della vicinanza e della solidarietà di Dio.

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Alle persone che soffrono non facciamo mancare la nostra presenza, ma non facciamoci prendere dalla voglia di usare troppe parole: se in noi saranno presenti speranza e amore, se ne accorgeranno; se rimarremo compagni di viaggio e non solo accompagnatori nel dolore, forse, in un momento che non sappiamo prevedere, la speranza, la fiducia nella vita rinasceranno.

(Le foto sono state realizzate da Marina Tarozzi)

Fausto Corsetti

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