FINANZIAMENTI EUROPEI CONDIZIONATI AL RISPETTO DELLO STATO DI DIRITTO

Corte Ue boccia il ricorso di Polonia e Ungheria

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cms_24850/0.jpgLa sospensione dell’approvazione dei piani di ripresa polacco e ungherese, già discussa da un anno a questa parte dalla Commissione, sfocia definitivamente nella bocciatura, da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, dei ricorsi presentati dai due paesi Visegrad, contro la condizionalità dei finanziamenti al requisito del rispetto dei principi dello Stato di Diritto. Sancito dall’art.2 del Trattato dell’Ue, infatti, lo Stato di Diritto è uno dei valori fondamentali dell’Unione, sennonché la conditio sine qua non, per la tutela di tutti gli altri valori fondanti al cui rispetto gli stati membri consapevolmente si vincolano, al momento dell’ammissione.

Il rispetto dello Stato di Diritto è tra l’altro importante per favorire il corretto funzionamento dell’Unione: efficace applicazione del diritto UE, corretto funzionamento del mercato interno, mantenimento di un contesto propizio agli investimenti, fiducia reciproca. In ultima istanza, l’essenza dello Stato di diritto coincide con quella di una tutela giurisdizionale effettiva, che presuppone l’autonomia, la qualità e l’efficienza dei sistemi giudiziari nazionali, da cui si può ben comprendere la ragione del contenzioso intorno alla riforma della giustizia polacca, varata dal governo di destra nazionalista Diritto e Giustizia, su cui era già intervenuto il giudizio di non-conformità da parte della Corte dell’UE.

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Per riassumere il controverso contenuto della riforma si evidenzino i punti più critici, tra cui il processo di nomina dei giudici della Corte Suprema compresi i membri della camera disciplinare, che si prevedeva sarebbe stato determinato da un organo, il Consiglio nazionale della magistratura (Krs), già significativamente riorganizzato dall’esecutivo e dal legislatore polacchi e la cui indipendenza può far sorgere ragionevoli dubbi. Secondo i giudici europei, infatti, il regime disciplinare dei giudici in Polonia non è compatibile con il diritto dell’UE perché la sezione disciplinare non fornisce adeguate garanzie di imparzialità e indipendenza e non è protetta dall’influenza diretta o indiretta del potere legislativo ed esecutivo polacchi. Sul fronte ungherese, invece, è sufficiente far riferimento a quello che è solo l’ultimo di una lunga serie di provvedimenti del governo Orban, che hanno fatto discutere della situazione dello Stato di Diritto in Ungheria; parliamo dei “Comuni LGBTQ free”, su cui sarebbe mancata una reale collaborazione da parte della leadership magiara per una delucidazione sulle implicazioni concrete di una legge che sembra palesemente voler equiparare omosessualità e pedofilia.

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Molto dure quanto prevedibili le reazioni dei due paesi alla notizia della bocciatura del proprio ricorso. La ministra della giustizia ungherese Judit Varga parla di «abuso di potere da parte della Ue», mentre il viceministro della giustizia polacco, Sebastian Kaleta ha dichiarato che «oggi è necessaria l’unità contro l’attacco alla nostra sovranità. La Polonia deve difendere la sua democrazia dal ricatto che mira a privarci del nostro diritto all’autodeterminazione»; parole che alla luce della discussa ipotesi “Polexit”, hanno una certa risonanza. Ziobro, ministro della giustizia, da Varsavia ha anche criticato il premier polacco Mateusz Morawiecki per aver raggiunto un accordo con gli altri leader europei nel dicembre 2020, in base al quale la Commissione avrebbe aspettato la sentenza della Corte prima di mettere in funzione il meccanismo di condizionalità. In cambio Varsavia e Budapest avevano revocato la minaccia di porre il veto al bilancio pluriennale dell’Ue.

Federica Scippa

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