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Battaglia delle fake news

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cms_21532/01.jpgCatalogata ormai come una forma di atteggiamento tipico legato al postmoderno o se vogliamo a quel fenomeno noto come post verità, le fake news sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Le nuove forme di comunicazione online, oltre alle tante opportunità comunicative, hanno portato con sé anche la svalutazione di ogni verità, ovvero all’impennata delle cosiddette “bufale” nello spazio social. Se la rete amplifica le sempre più presenti distorsioni dell’informazione, se agli operatori della stessa rete sfugge ogni tentativo di adottare regole ad hoc, basta basarsi allora sul nostro ordinamento giuridico per verificare come la verità sia tutelata sia nelle more delle regole dei giornalisti, sia in particolare nell’articolo 21 del testo costituzionale. Vi è però un punto che bisogna chiarire, ovvero che la sola diffusione di notizie false non può essere considerata illecita, sempre che non leda diritti rilevanti dalla Costituzione. La libertà di informazione del citato art. 21 rimane allora limitata solo alla tutela di altri valori di rilevanza costituzionale che con essa possono entrare in conflitto. Nel nostro ordinamento diffondere notizie false non è vietata di per sé, ma solo quando comporti un turbamento dell’ordine pubblico, così come enunciato dall’art. 656 del c.p. Nonostante le salvaguardie costituzionali, dunque, la tematica delle fake news rimane una problematica evidente nel mondo del diritto e nella sfera pubblica; parimenti si assiste a una trasformazione del contesto ambientale all’interno del quale il rapporto tra notizia e la sua credibilità nel pubblico si sta trasformando e si evidenzia come il falso abbia acquisito un ruolo di protagonista nel processo di acquisizione della verità nell’informazione.

cms_21532/1509371363_Bufale-1050x590.jpgSollecitate da più parti, sembra che ora le piattaforme social si siano finalmente accorte del loro ruolo preponderante nel discorso pubblico e abbiano deciso di fermare la deriva delle bufale, deriva che in Italia ha assunto la forma di un Disegno di Legge (n°. 2688). Facebook, notizia di poco tempo fa, ha infatti smosso le acque sulla proliferazione di notizie false sulla sua piattaforma e ha deciso di cancellare i post, gli annunci a pagamento e tutti i contenuti considerati da un insindacabile giudizio di un comitato scientifico ad hoc, “non affidabili”. Il provvedimento del social di Zuckerberg verrà esteso anche al resto della famiglia di Facebook, come per esempio Instagram. Non solo verranno chiusi gli account di chi veicola notizie false, ma stessa sorte sarà riservata anche a chi si impegna a diffondere in modo virale i contenuti di disinformazione. La battaglia cominciata già qualche anno fa dallo stesso Zuckerberg, adesso diviene più cruenta, in particolar modo dopo le pericolose teorie complottiste avutesi in ragione dell’efficacia dei vaccini anti Covid. Sulla scia di Facebook anche altri social si stanno impegnando per porre un argine al pericoloso dilagare delle fake news, grazie a link e banner che citano le fonti e la cancellazione di post infondati. Provvedimenti utili anche se spesso tardivi sia nei confronti di un’opinione pubblica giovanile che sempre più spesso si lascia facilmente ingannare da notizie false, sia verso un flusso di disinformazione generale e generalizzata ancora ben salda e presente sulle principali bacheche e pagine web.

cms_21532/3.jpgLa portata del giro di notizie false che quotidianamente circola in rete, si può solo lontanamente comprendere citando i dati che lo stesso Facebook ha pubblicato sulle fake news all’interno del social di Menlo Park a proposito di pandemia: circa 170 milioni di post etichettati come potenziale disinformazione. Nonostante i nobili sforzi delle stesse piattaforme web, le bufale sembrano continuare a proliferare a causa di semplici e spesso nostre errate convinzioni, come il fidarsi di altre persone a prescindere che stiano dicendo o meno la verità (truth bias), l’inclinazione a credere che solo la nostra visione sia quella giusta (naive realism), l’accettare solo le informazioni che trovano corrispondenza con le nostre convinzioni senza alcuna verifica (confirmation bias).

cms_21532/4.jpgOltre le motivazioni appena elencate, vi è poi da aggiungere anche un clima informativo nel quale ognuno di noi è immerso, dove un generale abbassamento della guardia quando si naviga nel web e una consequenziale pervasività degli stessi social con un flusso di notizie e aggiornamenti difficile da reggere da parte di ogni singolo utente, portano a una difficile gestione della qualità sulla immensa quantità dell’informazione. In una società ad alta densità di informazione, dipendere dagli altri affinché facciano da filtro al sapere può non essere la giusta contromisura al dilagare delle false informazioni. Sarebbe allora auspicabile auscultare la realtà (malata), imparare a leggere i segni e i segnali provenienti dal mondo e dare legittima autorità e cura solo alla veridicità dei fatti passati preventivamente al setaccio del confronto delle fonti.

Andrea Alessandrino

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