Etiopia: quando un governo cambia (davvero) un Paese

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2016, è il giorno di Tutti i Santi in Etiopia, eppure nelle strade c’è ben poco da festeggiare. Le rivolte da parte degli Oromo, un antico popolo di pastori, si fanno sempre più incessanti e le repressioni del governo continuano a divenire sempre più sanguinose. All’interno del Paese, è ormai chiaro che si sta creando una frattura insanabile tra l’esecutivo e la gente comune, frattura che rischia di tradursi da un momento all’altro in un’autentica guerra civile. In quel momento, Hailemariam Desalegn, primo ministro d’Etiopia dal 2012, decide di compiere un gesto simbolico estremamente forte per punire i manifestanti: chiede le dimissioni del ministro della scienza e della tecnologia, Abiy Ahmed, la cui principale colpa era quella di essere un Oromo.

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Non che il giovane ministro avesse mai fatto molto per nascondere le sue simpatie politiche nei confronti dei manifestanti. Al contrario, Ahmed aveva sempre rivendicato con fierezza la sua appartenenza etnica, e con essa non aveva mai mancato di esprimere la necessità che gli Oromo vedessero riconosciuti i propri diritti essenziali. Già, perché sebbene in Etiopia questi ultimi rappresentino la stragrande maggioranza della popolazione, fin dall’inizio del XX secolo non hanno potuto, di fatto, avere alcuna influenza sulle scelte del governo, finendo con l’essere marginalizzati non soltanto sul piano politico, ma anche su quello sociale.

Ahmed diventa ben presto uno dei portavoce delle loro battaglie. È giovane (classe ‘76) e sicuramente l’allontanamento dall’esecutivo rappresenta un duro colpo per le sue ambizioni personali; eppure, non si lascia abbattere. Come potrebbe essere diversamente? È il sedicesimo figlio di una famiglia in cui la madre cristiana condivide il marito musulmano con quattro donne differenti. Prima d’intraprendere la carriera politica, ha trascorso quasi vent’anni nelle forze armate del suo Paese… vent’anni in cui ha passato il giorno in compagnia dei kalashnikov e la sera in compagnia di Hegel. Già, perché nonostante le fatiche dell’esercito lo assorbissero profondamente, è riuscito ugualmente a conseguire una laurea in filosofia ad Addis Abeba. Uno così non si arrende facilmente.

Abiy Ahmed sa che prima o poi il suo momento arriverà, è solo questione di tempo: bisogna solamente aspettare l’occasione giusta. Un’occasione che arriva nel febbraio 2018, quando Desalegn, proprio a causa delle rivolte in atto nelle città etiopi, è costretto alle dimissioni.

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Per alcune settimane, il Paese sembra piombare nel caos: il governo è caduto e le opposizioni sono state dichiarate fuori legge; la guerriglia è sempre più selvaggia e, più in generale, non si riesce a comprendere cosa stia succedendo. In quel momento, i vertici del FDR (o quel che ne rimane) comprendono che se vogliono davvero fermare le rivolte hanno una sola possibilità: reintegrare Abiy Ahmed nell’esecutivo, questa volta non come ministro, ma come capo del governo. Certo, il ragazzo è imprevedibile e molte delle sue idee sono pericolose, ma sono convinti che con la loro esperienza potranno facilmente metterlo in riga. Ahmed potrebbe essere il passacarte che fa gli interessi del regime in privato, e che in pubblico col suo sorriso bonario rassicura il popolo: una situazione perfetta! Peccato soltanto che il diretto interessato avesse altri programmi…

Alcune volte abbiamo la sensazione che il nostro destino sia stato scritto prima ancora della nostra nascita, o, perlomeno, abbiamo la sensazione che esistano uomini nati con uno scopo ben preciso nella prima vita. Ora, non occorre credere nel fato o nelle congiunzioni astrali per rendersi conto che Ahmed era esattamente una di queste persone. Quando, durante un arido giorno di una calda estate etiope, Abiy Ahmed venne messo al mondo, suo padre Alì, un uomo di simpatie marxiste e molto vicino all’allora leader comunista Tafari Bante, scelse per lui un nome dall’indicibile valore simbolico, un nome che non aveva riservato a nessun altro dei suoi figli: Abiy, che in amarico vuol dire “rivoluzione”.

cms_9754/4v.jpgBene, Abiy Ahmed la rivoluzione ha deciso di compierla davvero. Pur essendo al governo da poco più di tre mesi, ha già rottamato gran parte dell’élite che per decenni aveva affamato il suo popolo. Ha denunciato pubblicamente la corruzione all’interno del suo partito, ha allontanato dall’esercito i generali più facinorosi, accusandoli di compiere “atti di terrorismo” contro gli etiopi, ed ha avviato un processo di privatizzazione di tutte quelle aziende pubbliche che negli ultimi tempi hanno subito l’influenza della politica.

Ma non è tutto, perché Ahmed ha anche deciso di firmare un’amnistia attraverso la quale sono stati rilasciati migliaia di prigionieri politici. L’amnistia è stata accompagnata da una profonda modifica della costituzione: da oggi, in Etiopia i partiti d’opposizione non saranno più fuori legge. In campo internazionale, inoltre, il primo ministro ha firmato una serie di accordi commerciali con l’Europa volti a rilanciare l’export nazionale; ma, soprattutto, ha tentato di stabilire una pace solida e duratura con l’Eritrea. Malgrado ufficialmente la guerra fra i due Paesi sia cessata nel 2000 la mozione Onu attraverso la quale veniva esortata l’Etiopia a ritirare i propri soldati dal confine eritreo, di fatto, non è mai stata messa in pratica.

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Naturalmente, il cammino del premier è solo all’inizio. Le inevitabili ostilità della vecchia classe dirigente potrebbero rappresentare un pericolo non solo per il suo governo, ma perfino per la sua vita. Inoltre, la situazione economica in Etiopia, malgrado gli sforzi di Ahmed, rimane disperata: il Paese ha accumulato un consistente debito pubblico e milioni di abitanti vivono tutt’ora in condizioni di estrema povertà. Eppure, bisogna apprezzare non solo il coraggio e la determinazione di quest’uomo, ma anche la sua rapidità. Spesso, infatti, le classi dirigenti di ogni parte del mondo sfruttano la mancanza di tempo come una scusa per disattendere le varie promesse elettorali. Bene, Ahmed ci dimostra che, se un politico ha la volontà di farlo, può riuscire a cambiare radicalmente un Paese nel giro di pochi mesi. In un mondo di parolai, è bello vedere che esistono ancora persone in grado di parlare con i fatti.

Gianmatteo Ercolino

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