Egitto: condannati a morte 75 manifestanti anti al-Sisi

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14 agosto 2013, in Egitto è un giorno afoso. Non un solo filo di vento muove le soleggiate strade del Cairo, come spesso accade durante le torride estati nordafricane. Eppure, quel giorno lungo le vie della capitale c’è qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che non si vedeva da tempo. Se metà della popolazione è chiusa in casa piena di paura e di angoscia, l’altra metà è in subbuglio. Già, perché appena un mese prima il governo democraticamente eletto di Mohamed Morsi è stato rovesciato attraverso un colpo di stato, ed ora alla guida del Paese vi è il comandante in capo delle Forze Armate, al-Fattah al-Sisi.

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Le misure di repressione instaurate dal nuovo governo per proteggere la propria dittatura non potrebbero essere più aspre: gli esponenti del ministero dell’interno sono ossessionati dall’idea d’assicurarsi che nessun dissidente si sottragga alle morse della giustizia egiziana. Ma questo non priva centinaia di manifestanti del desiderio di manifestare. Sono principalmente islamici, persone intenzionate a difendere quei valori religiosi che sembravano essersi definitivamente radicati in Egitto con la vittoria di Morsi e dei fratelli musulmani di appena due anni prima, e che adesso invece rischiano di essere completamente dimenticati. Eppure, tra loro ci sono anche personalità completamente differenti, ragazzi che non hanno nulla a che fare con la politica e che hanno come unico desiderio quello di raccontare gli eventi. È il caso di Mahmoud Abu Zeid, un fotografo freelance di appena ventisei anni. Ha viaggiato molto in vita sua, ha vinto diversi premi e, malgrado la giovane età, ha già collaborato con alcuni dei mass media più conosciuti in Europa: il Time, la BBC, la Bild … si è occupato spesso di questioni legate ai diritti umani o alle violenze perpetuate dai governi africani, ed è il motivo per cui il suo lavoro, inevitabilmente, ha ottenuto le attenzioni e gli apprezzamenti di Amnesty International e di Open Democracy. Con il suo talento e con la reputazione che si è guadagnato, Mahmoud quel 14 agosto potrebbe essere davvero ovunque: potrebbe trovarsi in una grande capitale del mondo occidentale a svolgere un lavoro prestigioso e ben retribuito, potrebbe essere in spiaggia a rilassarsi, invece ha scelto di essere proprio lì, a casa sua. Ha scelto di essere al Cairo perché vuole raccontare attraverso le immagini quello che sta succedendo, ma, soprattutto, perché è consapevole che il suo lavoro, in fondo, consiste proprio in questo.

Da sei settimane i manifestanti hanno occupato piazza Rabi’a al-’Adawiyya. Non è una scelta casuale, se si considera che quel luogo è stato così nominato proprio in onore dell’omonima mistica araba del VIII secolo, una donna che aveva sempre predicato l’amore verso Allah e la compassione verso il prossimo. È proprio spinti dall’amore e dalla compassione che i manifestanti, salvo ovviamente un contenuto numero di facinorosi, decidono di dar vita alla propria protesta nella maniera più pacifica possibile: sono disarmati, non hanno nulla se non la propria ferrea volontà. In poco tempo, la loro battaglia ha affascinato l’intero paese: a loro si sono unite sempre più persone, sono stati allestiti degli accampamenti e, più in generale, la piazza è diventata l’epicentro di qualunque lotta contro il governo. I manifestanti chiedono solamente che Morsi venga riabilitato: una semplice richiesta, dalla quale tuttavia non sembrano disposti a smuoversi neppure quando, attraverso i suoi portavoce, Al-Sisi intima loro di sgombrare la piazza.

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Dopo l’ennesimo rifiuto dei manifestanti, le forze di polizia decidono di usare la forza. Contro i civili, vengono lanciati gas lacrimogeni, proiettili di gomma e munizioni. Ma la cosa peggiore è che quando i “ribelli” tentarono di rifugiarsi nella moschea più vicina, questa venne data alle fiamme dalle forze di sicurezza egiziane. Contrariamente a quanto potremmo credere, la sequenza degli eventi si svolse con assoluta lentezza: occorsero quasi ventiquattr’ore per rendere effettivo lo sgombero della piazza, ventiquattr’ore durante le quali le barricate vennero distrutte mediante ruspe governative protette da una serie di veicoli blindati e di cecchini stanziati sui tetti. Le vittime furono 834, mentre i feriti quasi 4.000. L’episodio ottenne un grande risalto dai media internazionali, mentre venne pressoché oscurato in patria.

Eppure, quel rovente 14 agosto non ha messo fine all’odissea e al travaglio di molti dei fratelli musulmani presenti quel giorno in piazza. Si, perché gran parte dei manifestanti, dopo essere stati arrestati, non hanno più rivisto le proprie famiglie. Sono stati portati a Tora, nel penitenziario dove vengono condotte le persone che rappresentano “una minaccia per il Paese”. Bisogna subito premettere che Tora non è una prigione normale… o almeno, lo è stata fino al 1973, ma quando l’allora presidente Mubarack, in seguito all’omicidio del suo fedele braccio destro Anwar al-Sadat, decise di trasformarlo in un luogo dove infliggere punizioni esemplari a chiunque fosse inviso al regime, Tora smise di essere un penitenziario e divenne un inferno.

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Da allora, tutti i più importanti prigionieri vengono condotti nello Scorpion, un’ala di massima sicurezza dove le minuscole celle ospitano almeno quattro detenuti ciascuna, dove le condizioni igieniche sono del tutto precarie e le guardie, i mukhabarat, sembrano non avere altro desiderio che infliggere il maggior dolore possibile ai detenuti… anche torturandoli, quando trovano un pretesto adatto. Nell’ala Scorpion, nessuno ha il diritto a mangiare nulla che non sia cibo avariato; ai parenti dei detenuti è vietato di far visita ai propri cari, così com’è vietato ai medici visitare i prigionieri. In passato, sono giunte numerose notizie di malati di cancro e di diabete costretti a morire in cella per la mancanza di qualunque cura.

Ebbene, è in questo ambiente in cui sono costretti a vivere 739 uomini che in un lontano giorno d’agosto ebbero l’unica colpa di aver protestato in maniera pacifica contro il governo di al-Sisi. Tra questi, purtroppo, vi è anche Mahmoud Abu Zeid. Le poche informazioni che abbiamo ottenuto sul suo conto negli ultimi anni ci descrivono un uomo depresso, malnutrito e malato d’epatite C. E, in attesa di una sentenza per i suoi presunti reati, una sentenza che possa finalmente liberarlo o condannarlo definitivamente a morte, verrebbe da dire che a questo punto, forse, entrambe le eventualità sarebbero di gran lunga preferibili al supplizio del carcere egiziano. In molti si aspettavano che il verdetto giungesse negli ultimi giorni, ma così non è stato. Già, perché il tribunale del Cairo, dopo un estenuante processo, ha finalmente emesso una sentenza contro alcuni dei manifestanti (ben 75 di loro sono stati condannati a morte, nella più grande condanna sommaria della storia del Paese), ma tra questi non figura Mahmoud, che dovrà viceversa attendere ancora prima di conoscere il proprio destino.

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Oltre alla brutalità delle condanne, è preoccupante il modo con cui vengono svolti i processi nella nazione nordafricana. Ciascun giudice, infatti, prima di emettere una sentenza è tenuto a consultarsi con il Gran Muftì di Al-Azhar, un’autorità religiosa che ha spesso il potere di condizionare pesantemente le decisioni della magistratura. Contrariamente a quanto accade in Europa, inoltre, i condannati non possono ricorrere a un terzo grado di giudizio, ma devono limitarsi a chiedere la grazia al Presidente in carica, il quale, ovviamente, difficilmente potrà elargirla agli oppositori del suo esecutivo.

Naturalmente, è impossibile proporre soluzioni immediate per una realtà complessa e frammentata come quella egiziana. Tuttavia, le notizie che sempre più insistentemente giungono dalla nazione delle Piramidi ci costringono a maturare una profonda riflessione sulla crudeltà di quello che inizialmente doveva essere un governo in grado di tutelare gl’interessi degli egiziani, e che viceversa si sta pericolosamente trasformando in una feroce dittatura.

Gianmatteo Ercolino

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