E SE UN GIORNO LEGGESSI...BEL-AMI

“L’avvenire è dei furbi!”

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cms_22846/1.jpgAd oggi, nonostante l’immensa quantità di libroidi da gadgettistica che inonda il fragile mercato editoriale, resistono più che mai i classici, opere senza tempo e dall’inesauribile capacità espressiva.

Alle volte però questi modelli di genere, di maniera artistica, nonché pietre miliari della letteratura mondiale non riescono ad attirare su di sé la giusta attenzione che meriterebbero. Non è raro infatti che essi vengano esclusi dalla scelta del lettore perché ritenuti da qualche timoroso di difficile fruizione, mancanti di intrattenimento, o, ancor più grave, antiquati.

La scelta del libro, che quest’invito alla lettura vuole mettere in risalto, nasce anche dalla voglia di sfatare tali luoghi comuni, permettendo, anche al lettore più pavido, di pregustare un’opera in totale contraddizione con essi.

Ad ogni modo, nonostante il trattamento riservatogli qualche volta, i classici non terminano e non termineranno le loro funzioni guida per scrittori, lettori o semplici appassionati del genere umano, di cui sono capaci di scandagliare i più reconditi meandri.

cms_22846/2_1629084093.jpg E’ il caso, si direbbe, dell’opera più celebre di Guy De Maupassant, Bel Ami, pubblicata nel lontano, seppure umanamente così vicino, 1885.

Ci è così permessa la conoscenza di Georges Duroy, ex militare stanziato in Algeria, in congedo, ritrovatosi ai margini di un’anelata e fatua mondanità parigina. Il mondo che ci viene aperto dinnanzi è quello di una Belle Epoque nascente, di cui gli europei godono appieno, mentre il mito della Grandeur francese si avvia ad un lento declino.

Il nostro Georges si ritrova a dovere affrontare una condizione popolare a cui non sembra essere nuovo.

Figlio di contadini Normanni, si trasferisce, all’indomani del congedo, proprio nel cuore dell’Ile de la Citè in cerca di un avvenire differente rispetto a quello dei propri genitori.

Affamato e sconosciuto, con un misero stipendio da ferroviere dell’Ottocento, che gli permette solo due pasti al giorno, pare però sin da subito non farsi inghiottire dalla folla gigliata, svettando tra di essa con “l’eleganza da bel soldato piombato nella vita civile” (sic).

E’ proprio in questa che per la prima volta la fortuna lo bacia, permettendogli di incontrare un suo vecchio commilitone. Quest’ultimo, riposte le armi, si trova ora a dirigere una piccola ala di un giornaletto di dubbio prestigio, “La Vie Française”, e che, memore dell’amicizia che li legava, offre una discreta possibilità al protagonista.

cms_22846/3.jpgDa tale incipit prende forma il personaggio di Maupassant, scevro di qualsiasi rigurgito romantico o spasmodica attenzione naturalista.

Grazie ad un distaccato e realistico occhio narrativo, che ne descrive le impudenti ingegnosità e le sguaiate fortune, l’autore propone un’”epica del desiderio”, smacchiandola d’ogni forma d’eroismo.

In tal senso l’incontro a cui il lettore perviene pare prendere corpo nel nostro aitante e speranzoso Bel Ami, soprannome che guadagnerà grazie ad una veste di Don Giovanni, unica vera qualità posseduta.

L’ingenuità e la triste condizione che inizialmente lo caratterizzano portano ad una fittizia conoscenza con chi si ritrova, una volta entrato nella narrazione, a seguire ansiosamente le vicende che lo sfiorano, fino ad inglobarlo.

E’ in tal modo che Duroy prende vita, divenendoci sempre più vicino nella prima metà dell’opera, per poi allontanarcisi. La capacità dell’autore di sottolineare i punti salienti di quella giovane e spiritualmente miserabile esistenza, conducendoci nella sua completa evoluzione, rende così verosimile questa conoscenza letteraria, da permetterci di fraternizzare con Georges.

Tale è l’attaccamento che, alla conclusione d’ogni capitolo, forte è la tentazione di guardarci indietro e ricordare i suoi trascorsi, facoltà che egli sembra smarrire a poco a poco nel fruscio delle pagine.

A stagliarsi alle sue spalle è la capitale francese, indiscussa coprotagonista, dove le figure popolari trovano spazio solamente sulla scenografia, mentre il proscenio viene occupato da un’élite plutocratica, moralmente corrotta e mondana.

Nell’affastellarsi di nobili decaduti e borghesi arricchiti, vogliosi di fregiarsi la marsina con riconoscimenti nobiliari e che l’autore sa abilmente mettere in mostra, spicca la figura del nostro protagonista: arrivista scaltro, cinico e ossessionato dalla propria scalata sociale. A ostacolarlo non v’è etica, né religione, ma una ferrea legge sociale di stampo darwiniano che sembra l’unico concreto limite alla buona sorte di Duroy.

cms_22846/4.jpg Difatti nel mentre che la sua esteriorità lo precede, attraendo l’attenzione di facoltose donne d’alto rango, egli architetta il modo di sottrarre ricchezze, di solleticare l’orgoglio di mariti “cornuti”(sic), ritagliandosi in maniera spregiudicata un posto d’onore nell’alta società.

E’ così che Bel Ami subisce, specularmente al cambiamento di stato civile, un profondo e continuo stravolgimento del proprio essere, cambiando pelle, ma senza avere nulla da nascondervi dentro.

E al pari di un’amicizia di vecchia data, in cui ci si imbatte casualmente a denti stretti, diviene naturale guardare al proprio passato, cogliendo l’ammaliante, lenta e infine burrascosa metamorfosi di colui che s’era guadagnato dapprima la nostra commiserazione, poi un’affettuosa stima e infine una sana e degna ripugnanza.

Pierferdinando Buttaro

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