EREMO DI SANTA CATERINA DEL SASSO

Lago Maggiore da scoprire

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Ci troviamo in uno dei luoghi più suggestivi ed affascinanti del Lago Maggiore: la bellezza della natura e l’arte dell’uomo ci guidano a conoscerne la storia.

L’origine dell’Eremo di Santa Caterina del Sasso risale al Medioevo, quando il lago non era soltanto un piacevole luogo di villeggiatura, ma una via di comunicazione fondamentale: solcato da mercanti, pellegrini e viaggiatori di ogni sorta.

cms_27436/1.jpgÈ proprio qui che nasce la storia leggendaria di Alberto: appartenente alla facoltosa casa dei Besozzi (di Arolo o Monvalle), ricco e avido commerciante, sposo di una altrettanto ricca fanciulla, conduce una vita spensierata. Rientrando dal mercato del “Vergante”, un temporale improvviso, con pioggia e vento forte, sorprende e capovolge la sua piccola imbarcazione; galleggiando aggrappato ad un pezzo di legno, spaventato dalla morte possibile e vicina, Alberto invoca la Santa martire Caterina di Alessandria d’Egitto, facendo voto di cambiare stile di vita e dedicarsi unicamente alla penitenza e alla preghiera.

Riuscito fortunatamente ad arenarsi proprio sotto il Sasso Bàllaro o Rupe Bàllara, si ritira in una grotta naturale, cibandosi di erbe e radici.

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Quando, molti anni dopo, una terribile pestilenza colpisce il territorio lungo le sponde del Lago, gli abitanti dei paesi vicini chiedono preghiere all’eremita e lui, in cambio, fa costruire una piccola cappella in onore di Santa Caterina, simile al sepolcro della martire sul Monte Sinai: è da questo antico cuore, ora nascosto nel fondo della chiesa, che nasce tutto ciò che oggi possiamo ammirare: gli edifici, gli affreschi, la meraviglia della natura vista da questo balcone di roccia domato dall’uomo.

Il luogo diviene meta di pellegrinaggi, sebbene costruito in un luogo faticosamente raggiungibile e nonostante il fatto curioso che, non solo non ci sia mai giunta notizia della beatificazione di Alberto ma che, anzi, non ci sia nemmeno la conferma della sua effettiva esistenza.

Di lui abbiamo notizia in un racconto molto successivo, del XVI secolo, compilato da un Besozzi probabilmente desideroso di includere nella famiglia il fondatore dell’amato Eremo e che raccolse le tradizioni e i racconti legati all’origine del luogo; l’eremita si chiamava Alberto? Chissà e perché no, certamente per noi oggi non può che essere così e da questo momento la leggenda si intreccia con la storia: la devozione e le fonti giungono ad illuminare con chiarezza le notizie successive.

Siamo alla fine del XIII secolo, persino i nobili della zona si interessano del sacello di Santa Caterina del Sasso Ballaro. Per debellare un’invasione di lupi nei boschi vicini, una famiglia di Ispra fa costruire una cappella, è Santa Maria Nova, oggi appena riconoscibile nei suoi volumi, perché inglobata nella chiesa più grande.

Certamente fin dall’inizio del XIV secolo alcuni uomini scelgono di seguire l’esempio dell’eremita, ritirandosi nelle grotte a strapiombo sul lago, dapprima senza una regola precisa e poi via via in modo sempre più strutturato, fino a darsi la regola di Sant’Ambrogio ad Nemus e formare così una prima comunità di monaci.

È in questo periodo che nascono i principali edifici che ancora oggi possiamo ammirare, la cappella di Santa Maria Nova, la chiesa dedicata a San Nicolao, entrambe ora inserite nel volume più grande della chiesa, il campanile, il conventino e il convento meridionale: gli affreschi e la struttura costruttiva ci raccontano dell’antichità di questi luoghi.

Il convento si arricchisce con donazioni, vendite, ed eredità, che svelano la prospera ripresa economica del territorio circostante. Trovandosi, infatti, al centro di una delle grandi vie di comunicazione tra nord e sud (in particolare quella dal passo del Lucomagno e del Sempione), tutta questa zona rifiorisce grazie al commercio, all’artigianato e all’agricoltura. I monaci affittano con cospicui guadagni vigne, campi, prati, boschi e case: terreni che andavano dall’antico Monastero fino a Vergiate, a Somma, a Masnago e persino a Pallanza.

Grazie alla vicinanza della famiglia Besozzi, da sempre legata all’Eremo come capiamo dai numerosi stemmi familiari impressi su altari e affreschi, con la famiglia degli Sforza, il XVI secolo è un periodo di grande prosperità per l’Eremo: le piccole chiese sorte nel tempo accanto al sacello di Santa Caterina vengono trasformate in un unico grande volume, che oggi costituisce la chiesa e vengono eseguiti molti degli affreschi che possiamo ammirare e che popolano di santi e personaggi le stanze in cui ci troviamo.

Un periodo felice che tuttavia sfocia, tra la fine del XVI sec. e l’inizio del XVII sec., in uno di decadenza e miseria: è il ‘600 delle guerre, delle carestie e della peste per tutta la Lombardia, l’Ordine di S. Ambrogio ad Nemus viene soppresso e solo intorno al 1650 l’Eremo viene affidato, momentaneamente, all’amministrazione dell’Abazia di S. Maria in Pertica a Pavia per poi passare ai Carmelitani di Mantova, di cui riconosciamo lo stemma nei camini e negli altari marmorei.

cms_27436/3v.jpgIn questi anni le frane e i cedimenti rocciosi portano alla caduta di 5 massi che sfondano il tetto della chiesa, ma rimangono incastrati uno con l’altro, senza rovinare a terra. Si parla di miracolo, viene inserita una targa ricordo in chiesa, accanto al sepolcro del Beato, alle visite dei pellegrini si aggiungono quelle dei turisti curiosi. Il tetto della chiesa non è l’unica “vittima” dei crolli: una targa di pietra in fondo al primo portico ci ricorda che anche questa struttura, prima in legno, è stata ricostruita in pietra nel 1624 dal priore Giulio Cesare Martignoni.

L’editto firmato dal Ministro Austriaco nel 1770, porta alla soppressione del convento dei Carmelitani: la maggior parte delle proprietà terriere passano sotto le parrocchie di Cerro, Arolo e Laveno; la stessa chiesa, rilevata dalla Curia di Milano, viene unita alla Parrocchia Leggiunese.

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Nonostante i pellegrinaggi e le processioni, divenute numerosissime come ci raccontano gli elenchi delle parrocchie scolpiti su lastre di pietra all’ingresso della chiesa, la continua erosione della roccia crea problemi di manutenzione e gestione del sito: si interviene come si può, anche affittando o addirittura vendendo i terreni di proprietà. Si arriva ad un accordo tra il Prevosto Biancardi e la società Navigazione Lago Maggiore per la creazione di un ancoraggio del battello turistico, per favorire l’arrivo delle persone e sperare in nuovi guadagni.

L’ingresso all’Eremo, anche prima dell’attracco del battello, avveniva tradizionalmente via lago. L’accesso via terra ha dovuto sottostare ai capricci della natura e anche dell’uomo. Nel periodo del Concilio tridentino se ne vieta l’ingresso dalla porta sud, che ancora oggi utilizziamo: era inconcepibile il passaggio attraverso i locali della clausura monacale. Si costruisce quindi una strada che, dal paese di Reno, dia accesso diretto alla chiesa. È la natura questa volta a ribellarsi, una frana nel XIX secolo distrugge questa via: l’accesso deve di nuovo avvenire dalla porta a sud e la brava gente di Leggiuno costruisce un passaggio che scende dove sorge ora la scala. Quest’ultima oggi è stata restaurata.

Lasciato per 150 anni senza la cura giornaliera e costante di una comunità risiedente, nonostante il riconoscimento sin dal 1914 come Monumento Nazionale e le varie riparazioni e i restauri, il luogo non riesce a tornare allo splendore di un tempo.

È del 1915 l’ampliamento della grotta naturale nel cortile della chiesa per la creazione di una “Grotta di Lourdes”, come spesso era avvenuto in quel periodo di guerra nei paesi e nelle parrocchie della zona.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Eremo vive un periodo felice: la prima sala del convento superiore viene trasformata in un “ristorante” e viene ricostruito in cemento l’attracco per il battello: i turisti tornano a scoprire la bellezza dell’Eremo e della vita del Beato Alberto.

Al sicuro nelle reti di sicurezza, il Sasso Bàllaro aspetta i pellegrini e visitatori all’Eremo di S. Caterina del Sasso, affinché la ricchezza spirituale di questo luogo, insieme agli spettacolari colori della natura e alla meraviglia dell’arte creata dalla mano dell’uomo, possano catturarne l’anima e il cuore.

Diana Filippi

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