EDUCAZIONE AFFETTIVA E SESSUALITA’ NELLA PERSONA CON DISABILITA’

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cms_27040/01.jpgLa sessualità è parte integrante delle relazioni umane ed è strettamente collegata alla sfera affettiva di ogni persona. Di educazione all’affettività e alla sessualità, se ne parla molto poco e peraltro in modo non adeguato. Diversi anni fa si è tentato di introdurre l’argomento a scuola, ma subito sono partite le crociate bigotte di chi non è riuscito a comprendere il valore pedagogico di questo tema e il progetto è naufragato, salvo sparute e autonome iniziative in qualche istituto superiore promosse dagli studenti.

Se poi ci addentriamo nella riflessione sul binomio disabilità e sessualità, aumentano le resistenze caratterizzate da preconcetti stereotipati di una cultura arcaica e proibizionista che fa fatica a riconoscere i diritti delle persone fragili.

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C’è da chiedersi: i disabili, hanno diritto ad un legame affettivo che comprenda anche la sfera sessuale? Quando ci si addentra su questo terreno, sembra di tornare indietro di secoli; i disabili sono considerati come delle “entità asessuate” e “free filings”, come se l’avere una limitazione fisica, psichica, sensoriale, precluda anche il bisogno primario di ogni essere umano di amare ed essere amato. Approccio da Medioevo? No peggio, elucubrazioni, rigidi schemi mentali e tanta disinformazione, in una società del terzo millennio!

Nel legittimo desiderio di appagare la propria sessualità, si celano i bisogni di tutti noi: affettivi, di relazione e socializzazione, di sviluppo ed emancipazione, di autorealizzazione, ma come già detto, in Italia l’educazione sessuale è ancora un problema, mentre nel resto d’Europa le scuole si sono adattate ai tempi, riuscendo ad approvare una legge che rende la materia una disciplina di insegnamento obbligatorio. In Italia non esiste la figura dell’Educatore sessuale; gli insegnanti non sono adeguatamente formati per affrontare tali tematiche e, quindi, la questione è destinata a rimanere in un limbo, una sorta di terra di nessuno.

cms_27040/00000.jpgIn diversi stati europei, ad esempio, il concetto di “assistenza sessuale”, di origine anglosassone, ha prodotto una normativa che riconosce il professionista dell’accompagnamento alla sessualità per le persone con disabilità. In Germania, Olanda, Danimarca, Austria e Svizzera tedesca, ci sono percorsi formativi per la formazione di operatori ad hoc per supportare le persone con disabilità psicomotoria e/o psico/cognitiva e/o sensoriale, che manifestano la richiesta di sperimentare un’esperienza emotiva.

Per i moralisti e benpensanti, attenzione ai preconcetti: l’assistente sessuale non ha nulla a che fare con la prostituzione. Sono due aspetti molto diversi perché è un percorso educativo che punta alla crescita evolutiva della persona con disabilità.

Anche l’Italia ha tentato di legiferare in tal senso, ma il disegno di legge presentato nel 2014 e assegnato alla Commissione igiene e sanità del Senato, ad oggi è fermo. Tra i primi firmatari c’è il parlamentare Pd Sergio Lo Giudice e la senatrice Monica Cirinnà. Il progetto di legge prevede l’istituzione di una professionalità complessa e delicata, dotata di una buona empatia e preparazione; gli aspiranti “love giver” dovranno seguire un corso di formazione professionale, poi superare un esame ed essere iscritti in un albo pensato per i disabili e le loro famiglie, con un costo contenuto e a loro carico.

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La figura dell’assistente sessuale o “love giver”, è un operatore del benessere per l’educazione all’affettività, all’emotività che aiuta ad accogliere e non reprimere le diverse istanze del proprio corpo, dei sensi e delle emozioni. In sostanza è un training educativo riabilitativo che accompagna la persona verso la conoscenza e l’accettazione del proprio corpo intesa come pedagogia del piacere autoerotico.

Il bisogno di affettività e di contatto fisico, l’intimità vissuta e sperimentata con l’altro/a è un bisogno primario per tutte le persone, quindi anche di chi ha una disabilità. Sviluppare l’affettività e la sessualità, significa intraprendere un percorso culturale in cui è necessario sia coinvolto anche il nucleo familiare in un lavoro psicoeducativo e relazionale. Continuare ad ignorare questo bisogno, significa continuare ad ignorare il soddisfacimento di un sacrosanto diritto della persona.

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Dobbiamo essere capaci di superare i tabù che impediscono anche di pensare all’organizzazione di servizi per il benessere sessuale delle persone con disabilità, così come invece succede in altre nazioni. La disabilità è una costruzione sociale, ovvero una categoria all’interno della quale si è voluto confinare chi affetto da una menomazione psichica, fisica o sensoriale, che non può avere una piena partecipazione alla vita sociale e lavorativa della comunità e in queste limitazioni è stata ricondotta anche la sfera dell’effettività e della sessualità.

Indubbiamente la questione è molto delicata e dibattuta. Le famiglie sono il primo front office che deve gestire questo naturale bisogno psicofisico del figlio/a; nella stragrande maggioranza dei casi la famiglia non è preparata, non ha gli strumenti per gestire tale situazione e preferisce non affrontarla, ma questo non significa che il problema non esista. Il senso di frustrazione pervade tutti: disabile e familiari. Si tratta di lavorare su un percorso di acquisizione dell’autonomia a tutto tondo che tenga dentro i bisogni primari della persona.

cms_27040/2_1659664018.jpgNella mia esperienza di madre e pedagogista mi è capitato di conoscere ragazze e ragazzi che hanno avuto la forza straordinaria di emanciparsi da quei tabù che etichettano il disabile come soggetto asessuato. Hanno lottato contro il pregiudizio sociale e della famiglia, per affermare il loro diritto all’amore, alla sessualità, alla vita. Si sono emancipati da una condizione familiare e da un atteggiamento iperprotettivo dei genitori che gli ha impedito di vivere esperienze emotive così importanti. Altri, anche con disabilità gravi, hanno avuto la forza di lasciare il porto sicuro del vivere in famiglia e hanno salpato nel mare tempestoso della vita, alla ricerca della loro felicità. Ma quanti sono ad avere la forza e gli strumenti per affermare i propri diritti, nella consapevolezza delle diversità di ognuno?

L’assioma della pedagogia è che ogni Persona è unica, originale, irripetibile; quindi, significa che tutte le persone sono diverse. E se tutte le persone sono diverse, allora la normalità è la diversità, perciò la disabilità è normalità. È normale, è legittima, è giusta, l’aspirazione di ogni persona, anche di chi ha una disabilità, poter vivere anche la propria affettività e sessualità.

Annatonia Margiotta

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