DUECENTO ANNI DALLA SCOPERTA DELLA VENERE DI MILO

Un’icona femminile senza tempo - di Francesco Leccese (Specializzando in informazione, editoria e giornalismo)

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Risale a duecento anni fa la scoperta della Venere di Milo, una delle opere più famose al mondo e simbolo di femminilità per eccellenza.

La storia del ritrovamento della statua merita di essere raccontata.

L’8 aprile del 1820, Yorgos Kentrotas, contadino originario dell’isola greca di Milos, stava lavorando la sua terra, quando vide riemergere dal terreno dei grandi blocchi di marmo bianco pario.

Quando si accorse che, una volta ricomposti, i blocchi di marmo formavano una gigantesca statua di una figura femminile, Kentrotas si rese conto dell’importanza della scoperta e tentò di tenerla nascosta. Tuttavia, la notizia del ritrovamento iniziò a circolare in tutta l’isola, giungendo presto alle orecchie dell’ufficiale francese Olivier Voutier, che già da alcuni anni stava conducendo scavi archeologici nelle isole del mar Egeo.

Voutier, intuito il valore della scoperta, pagò Kentrotas per poter portare avanti gli scavi sul terreno di sua proprietà, permettendo il ritrovamento delle gambe velate e del busto della statua.

A quel punto, l’opera venne ricostruita e si mostrò in tutto il suo splendore.

Voutier si offrì di comprare la statua, per portarla in dono al re Luigi XVIII, ma, davanti al prezzo spropositato richiesto dal contadino greco, fu costretto a rifiutare e tornare in patria a mani vuote.

Fu un altro ammiraglio francese, Jules Dumont d’Urville, che riuscì nell’impresa in cui Voutier aveva fallito.

D’Urville, sapendo di non poter acquistare la statua, chiese aiuto al conte di Marcellus, ambasciatore francese a Costantinopoli. Quest’ultimo, vide nell’opera l’opportunità di realizzare un desiderio che aveva da tempo: tornare in patria.

Il conte, infatti, si recò a Milo accompagnato da d’Urville, con l’obiettivo di acquistare la statua da Kentrotas, al fine di offrirla al re Luigi XVIII, in cambio del suo ritorno in Francia.

La Venere, tuttavia, era già stata venduta ad un delegato del dragomanno, il quale la stava imbarcando su una nave russa. Il conte di Marcellus e d’Urville cercarono in tutti i modi di bloccare l’affare, arrivando a minacciare lo schieramento dell’esercito per impedire alla nave russa di lasciare il porto.

Alla fine, i russi preferirono non intromettersi, permettendo ai francesi di appropriarsi della statua, che raggiunse Parigi nel febbraio del 1821.

Tuttavia, alcune fonti sostengono che le fatiche del conte di Marcellus furono vane, dal momento che il re, da tempo malato di gotta, morì poco dopo e non ebbe il tempo di apprezzare il suo regalo.

Venere di Milo, quindi, venne donata immediatamente al Museo del Louvre, dove tuttora rappresenta una delle maggiori attrazioni.

cms_19074/2v.jpgNonostante questa sia la versione ufficiale della storia del ritrovamento della Venere di Milo, alcuni storici ritengono che l’opera fu oggetto di una vera e propria razzia da parte dei francesi, i quali si sarebbero impossessati della statua e l’avrebbero caricata su una nave da guerra per portarla in Francia.

Gli abitanti di Milos sono tra i principali sostenitori di questa tesi, tanto che l’amministrazione dell’isola nel 2017 ha indetto una raccolta firme per il “rimpatrio” della Venere (www.takeaphroditehome.gr). L’obiettivo fallito della petizione era recuperare la statua entro il 2020, in occasione del bicentenario del ritrovamento.

Ad oggi, quindi, la Venere continua ad essere conservata al Louvre, ammaliando turisti e studiosi dell’arte di tutto il mondo.

A rendere così affascinante quest’opera è, oltre alla particolarità rispetto alle altre Veneri dello stesso periodo, l’assenza delle braccia, che non furono mai ritrovate.

Questo ha portato gli studiosi ad interrogarsi per anni su quale fosse l’aspetto originario della Venere.

Dall’esame della postura, alcuni esperti sostengono che la dea potrebbe rappresentare la “venus victix”, che porge una mela d’oro a Paride come ringraziamento per averla eletta la più bella tra le dee.

Secondo altri studiosi, l’espressione severa e assorta del volto della statua sembrerebbe contraddire questa tesi.

In ogni caso, la Venere di Milo resta un’icona di grazia e bellezza femminile senza tempo, nonché fonte di ispirazione per gli artisti di tutto il mondo, da due secoli a questa parte.

Basti pensare al capolavoro di Delacroix, il quale si ispirò proprio alla Venere di Milo per raffigurare la sua “Libertà che guida il popolo”.

In tempi più recenti, a subire il fascino della dea di Milo fu Salvador Dalì, il quale rappresentò la dea crivellata di cassetti, simbolo delle infinite porte dell’Io. Anche il dadaista Man Ray prese ispirazione dall’opera ellenica, dandone una visione più sensuale nella sua “Venere restaurata”.

Non sono rimasti immuni al fascino della statua neppure alcuni registi contemporanei, primo fra tutti il grande Bernardo Bertolucci, il quale in una scena della pellicola “The Dreamers” fece indossare ad Eva Green dei lunghi guanti neri che, confondendosi con lo sfondo scuro, fanno apparire l’attrice priva di braccia, proprio come la Venere di Milo.

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