DONNE DI SICILIA (II)

Le madri della Costituente Maria Nicotra Fiorini e Ottavia Penna

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L’altra metà del cielo; anzi, buona parte del cielo, se non tutto.

Ottavia Penna, l’intransigenza femminile.

cms_21618/1.jpgNon sono laureata, non ho titoli accademici, né onorificenze, sono profondamente italiana e mi trovo alla Costituente (come un pesce fuor d’acqua) unicamente per amor di Patria”.

Sono le parole di Ottavia Penna, in occasione di uno dei momenti più caratterizzanti della propria esistenza, cioè la rappresentanza della Nazione nella rinascita post-bellica e, quindi, la partecipazione all’edificazione della Carta fondamentale nonché del nuovo Stato repubblicano.

Per lei, monarchica convinta e di origini nobiliari, la Repubblica era forse gradita come lo è accarezzare l’ortica. E pensiamo alla sua (perlomeno) perplessità allorquando, nel definitivo testo, l’art. 139 della Costituzione sancì l’immodificabilità della “forma repubblicana”.

La grandezza di una persona si misura anche – e soprattutto – nel sapere agire al meglio in contesti non vissuti intimamente come agevoli. Nella specie, Ottavia Penna sapeva di rappresentare una collettività defascistizzata; e ciò contava più delle diversità di vedute, all’epoca. In quanto rappresentante, aveva il compito di esserci e operare accanto agli altri, costruttivamente, pur senza rinnegare le proprie idee di fondo, ma conscia della natura convenzionale della Costituzione, sì da doversi ammettere cristallizzazioni distanti dal proprio credo.

In tal senso, agì correttamente seguendo propri canoni, talora considerabili eccentrici. Ad esempio, sembra che non gradisse “far gruppo” con altri, neanche con le colleghe chiamate a medesimo incarico. Non era una persona “facile” o che cercasse “facilità” e “facilitazioni”. Lo stesso suo volgere lo sguardo e tendere le mani ai più disagiati, lungi dall’essere fine a sé o pietismo altolocato, è emerso quale frutto di nobiltà di cuore, più che di casato. Non propriamente qualcosa di usuale, a ben ritenere. Per cogliere le esigenze popolari, necessita semplicità senza scadere nel semplicismo e nel cerebrale populismo.

Se Ottavia Penna ebbe unanime rispetto e se di lei ancora trattano i siti delle fondazioni intitolate a personalità politiche di opposta ideologia (è il caso della Fondazione Nilde Jotti, non certamente una appassionata di “stella e corona”, semmai di “falce e martello”), non è di sicuro conseguenza di morbidezza, accondiscendenza, amichevolezza, ostentazione di simpatie, strumentalizzazione delle situazioni, furbizia, machiavellismo. Del resto, di una donna che è pur stata leonessa e volpe, mai si potrebbe dire che abbia incarnato l’archetipo dell’esser “golpe et lione”, tipico in chi pensa di fare politica, entra nella politica e rischia di divenire politicante.

In occasione di un comizio, ebbe a sostenere:“È una donna italiana e qualunque che oggi ha la gioia di poter far giungere la sua parola a tutte le sue sorelle, la sua parola di fede, di fratellanza, di pace, d’amore cristiano. Donne, da voi non poco la Patria aspetta … . Alla già grande responsabilità della famiglia e dei figli, si aggiunge oggi quella del voto per la costituente, responsabilità tanto più grande perché si tratta di rifare le leggi che dovranno governarci per anni e forse per secoli ... leggi giuste, lealtà di principi, onestà di azione, ecco ciò che ognuno di noi deve fortemente desiderare per sé e per gli altri. Sono parole dirette, senza fronzoli. “Onestà di azione”, in anni e territori martoriati, può significare più di quanto di immagini. Incommensurabile è il valore della divulgazione di un similare concetto, se la fonte è una gentildonna appartenente a una élite, cioè una persona che avrebbe potuto crogiolarsi nella egemonia di status e, se del caso, evitare dissapori con altri oligarchi più o meno amanti della legalità, tra gattopardi, viverne e protei.

Non solo parole. Ottavia Penna mostrò una coerenza tra quanto affermato e quanto concretizzato. È ricordata dalla sua Caltagirone non solo con la dedica di una via ma anche con una targa apposta sulla facciata della sua casa, in pieno centro.

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Le ragioni per le quali i calatini la rammentano sono così scolpite: “… Nella sua vita fu intransigente e fermamente convinta che la politica non poteva prescindere dalla ‘buona amministrazione’. Contrastò i poteri forti e le gerarchie, e difese sempre le classi più deboli. Consapevole che le donne avessero gli stessi diritti degli uomini, invitava le medesime a difendersi e lottare per il riconoscimento dei propri diritti”. Insomma, molti dei valori portanti della Costituzioni sono riconosciuti nel suo pensiero e nella sua opera.

Nata a Caltagirone il 12 aprile 1907, Ottavia Penna, terza di cinque sorelle, respirò una esistenza fortunata. Famiglia altolocata: il padre, Francesco, barone di Portosalvo e originario di Scicli; la madre, Ignazia o Ines Crescimanno Maggiore, duchessa di Albafiorita. Suo nonno paterno fu Guglielmo Penna, esponente liberale, deputato del Regno d’Italia negli anni tra il 1895 e il 1900.

Le tappe della sua vita furono scandite dal classico procedere di una giovane godente lucentezza.

Come d’uso nella top class, Ottavia fruì inizialmente degli insegnamenti delle istitutrici a domicilio, per poi proseguire gli studi nel collegio toscano di Poggio Imperiale e in quello romano di Trinità dei Monti. È del 1933 il matrimonio con Filippo Buscemi Galasso, medico originario di Niscemi, che, anteriormente al divenire primario di ostetricia e ginecologia presso l’ospedale di Caltagirone, fu direttore sanitario della struttura, di creazione fascista, rivolta all’assistenza a seguito degli infortuni sul lavoro (c.d. “convalescenzario”), sita in una frazione del centro calatino, cioè quella Santo Pietro in cui si consumò, negli anni Venti, la “beffa di Mussolinia”.

Cattolica, colta, benestante, raffinata, nobile, intelligente, innovativa, protesa verso gli altri. Non una persona qualunque. Avrebbe potuto compiere le scelte tipiche di una donna nella sua condizione privilegiata, risplendere nella dimensione familiare, prestare attenzione esclusivamente a circoli e proficue amicizie, rendere lieti i propri giorni, al limite abbracciare la politica in maniera convenzionale, magari facendosi paladina del partito calatino egemone di don Sturzo, ribattezzato Democrazia Cristiana. Lei, donna non qualunque, avrebbe avuto il passo della vincente. E invece ecco l’anticonformismo, lo spirito di libertà, il fuoriuscire dagli schemi, pur senza andare oltre i confini del proprio modo di intendere la vita, dell’essere credente, madre, moglie. Lei, speciale e non qualunque, venne eletta nel 1946 – unica donna – nelle liste del “Fronte dell’Uomo Qualunque” (come dire che, tra tanti “uomini qualunque”, vi fu una “donna qualunquista eccezionale”), diventando, come la siracusana Maria Nicotra, una delle ventuno donne che parteciparono alla cruciale Assemblea Costituente, per di più nella Commissione dei Settantacinque cui era rimessa l’attività di predisposizione del testo della nuova Carta.

Grande storia, per lei. Gli uomini passano, certe donne restano.

Per capire il consenso avente Ottavia Buscemi, basti osservare che, nel Collegio elettorale di riferimento, quello di Catania-Messina-Siracusa-Ragusa-Enna, ottenne – lei, unitamente al partito – 11.765 voti. E tanto per comprendere come il suo ruolo di outsider debba avere fatto dannare chi credeva in granitici equilibri, non si può sottacere come non tantissime preferenze in più, in totale 14.773, andarono al concittadino Caristia, fortissimo esponente della Democrazia Cristiana. Anni Quaranta, una donna, non propriamente a Stoccolma, bensì in Italia, in Sicilia, nella patria del cattolicesimo sturziano in politica, popolarpartitico o democristiano che fosse.

V’è da aggiungere che Ottavia Buscemi, il 28 giugno del 1946, fu candidata come Capo Provvisorio dello Stato, prima donna a essere indicata nella carica istituzionale più alta. Certo, qualcosa di curioso: una convinta monarchica all’apice della neonata Repubblica. Ebbe, Buscemi 32 voti, contro i 396 di De Nicola, che venne eletto. Ma bisogna notare che Ottavia Buscemi fu terza, preceduta appunto da De Nicola nonché da Facchinetti, quest’ultimo con 42 voti. Dietro di lei, tra gli altri, Alcide De Gasperi con un solo voto.

In quella vicenda elettorale così basilare per l’Italia rinascente, Guglielmo Giannini, leader del Fronte dell’Uomo Qualunque, la presentò come “una donna colta, intelligente, una sposa, una madre”. In effetti lei, quasi quarantenne, aveva tre figlie. Nel tempo, qualche rivista la accostò a “Giovanna d’Arco” e, in qualche vignetta, fu raffigurata in pose che ne esaltavano le peculiarità. Più tardi, è da immaginare che il monocolo di Giannini possa essere caduto, nel suo sgranar d’occhi, allorquando la sposa-madre mostrò, assieme a cultura e intelligenza, quell’autonomia di pensiero e quella capacità critica che la portarono al dissenso rispetto alle posizioni dello stesso suo mentore. Lei rimase fermamente monarchica, con esperienze politiche locali; il Fronte durò sostanzialmente poco, sul proscenio della politica nazionale.

Ottavia Buscemi considerò la politica come una parentesi, o per meglio dire come una esperienza derivativa della sua ordinaria vita. Ma la sua vita era altro.

Continuò le sue opere di bene, costituì enti assistenziali, fu dove gli ultimi chiedevano conforto. Si batté affinché le istituzioni, più che elargizioni, concepissero programmi di sviluppo e crescita.

Decisamente tanto altro, la sua vita. Così densa da far persino apparire secondaria la luminosità a livello nazionale. Così bella da non terminare neanche con la morte, avvenuta il 2 dicembre del 1986. Un pensiero alto e netto mai perisce.

Conclusioni

cms_21618/3.jpgOttavia Penna e Maria Nicotra Fiorini, entrambe ferventi cattoliche, non hanno avuto paura di battere il calcio di rigore. Semmai, il loro rigorismo ha preso a calci i timori di becere discriminazioni. Non hanno avuto paura, proprio come Papillon, detenuto innocente, che nell’ultima scena del film, al contrario del suo compagno di detenzione, ha avuto il coraggio di buttarsi dallo strapiombo, nel mare in burrasca, per trovare la libertà. Ottavia e Maria sono state due donne parecchio diverse, unite dall’esperienza nella Costituente e dall’essere ricche aristocratiche che, invece di cullarsi tra gli agi, hanno sentito il dovere e il bisogno di donarsi agli altri.

Giova sempre rammentare il contesto storico e la enorme distanza dall’attuale, proprio per evidenziare l’ardimento nell’affrontare tutte le difficoltà. “Che il Signore ci dia il coraggio delle donne, di andare sempre avanti”: così Papa Francesco, lo scorso anno, nel Regina Caeli del lunedì dell’Angelo. Due donne che hanno lottato per le donne, così dicono in molti, ma in realtà non è vero. Dirlo è sminuirle. Hanno lottato per tutti noi e, per associazione di idee, viene subito in mente il romanzo di Hemingway, “Per chi suona la campana” e la citazione di John Donne, poeta e religioso inglese vissuto tra il 1500 e il 1600, che apre il romanzo “…La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”. Allo stesso modo, la discriminazione delle donne “suona” per tutti noi.

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La figura di Maria Nicotra Fiorini viene descritta nella prima parte articolo pubblicato il 17 aprile https://www.internationalwebpost.org/contents/DONNE_DI_SICILIA_(I%5E)_21602.html#.YHp_9ugzaUk

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Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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