DONNA

La tratta della Donna....La Donna della guerra....La Donna bambina

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Le mimose, che illuminano di solito gli occhi dei viandanti, in questo periodo sono spente, opache. Esprimono quasi un senso di impotenza dinanzi alla storia nel suo fieri che sembra essere immemore del passato, annullando i solchi tracciati con sofferenza. La Giornata Internazionale della Donna ricorre quale memoria della lotta affrontata dal genere femminile per consacrare per sé diritti inequivocabili di parità con quello maschile ma oggi tale celebrazione ci fa rimanere sulla soglia, sospesi nella riflessione di quanto sia verosimile il regresso, il calpestamento di ciò che ha portato a delle faticose realizzazioni. Nessuno è un’isola nel bene e nel male, si vive connessi nell’interscambio di tutto, sia materiale che immateriale; pertanto, ciò che accade nella comunità umana si ripercuote all’unisono sui suoi componenti.

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La donna, nella celebrazione dell’8 marzo, focalizza l’attenzione del mondo sul fatto che gli esseri umani non hanno diritti diversi per il genere. Tanta strada si è fatta ma non si è annullato del tutto e in ogni dove il retaggio della reale o pretesa detenzione di maggiori diritti da parte dell’uomo, dovuta all’anacronistico, fuorviante e indotto pensiero di superiorità del vir, dell’homo. La donna è una sfera, luminosa come il boccioletto di mimosa, reso tale dai tanti filamenti che ne fanno un unicum. Abbraccia nel suo essere tanti ruoli, tenuti insieme dal suo essere poliedrico, alimentati dalla fiaccola che illumina il suo sé, per sé ma specie per gli altri. È stata capace di liberarsi dai chiavistelli con cui era tenuta bloccata, come una gemma a cui viene impedito di sbocciare, come una luce a cui viene proibito di illuminare i colori, come un albero a cui viene imposto di non crescere più, come una poesia a cui si vieta di raggiungere i cuori altrui, come un gabbiano a cui si tagliano le ali e non può volare, come il pensiero, l’anima a cui si impone di non nutrirsi per raggiungere con le ali le stelle e il sogno di libertà.

La donna è madre e questo le conferisce una peculiare virtù che la rende unica: dare la vita, curarsi dei messi al mondo, sopportare il dolore, alimentare la fiaccola della tenacia, della speranza, avendo in sé la forza di resistere e lottare. Oggi è la donna della guerra, che si deve celebrare. La guerra annulla tutti i diritti e ci riporta indietro nel tempo, voluta dall’uomo, dal vir, da chi rappresenta la violenza, di chi distrugge, recide la vita che viene messa al mondo dalla donna. Le armi sono proprie dell’uomo, sono imbracciate dalle donne per difendersi, mai per uccidere in senso universale. La donna simbolo oggi è una madre che si preoccupa di proteggere i suoi figli, che si allontana dal proprio habitat, che si erge a difesa della dignità e del diritto alla libertà. Stiamo assistendo ad un esodo, alla fuga per la sopravvivenza, a qualcosa che ci ricorda la tratta. Termine che, al di là degli schiavi di colore, associamo alle donne. Già nel mito, nelle tragedie greche troviamo la tratta. Le Troiane, dopo la presa di Troia, indipendentemente dalla loro classe di appartenenza divengono schiave e deportate nella lontana Grecia al servizio dei capi della distruttrice guerra. Sono costrette a lasciare tutto portando con sé solo i ricordi nei loro cuori. La tratta delle donne è il trofeo di ogni vittoria devastatrice sul popolo vinto, associato allo stupro di massa. La tratta è siglata dalla miseria, dall’ignoranza, attuata da chi mercifica il corpo e l’anima femminili attraverso un vero e proprio mercato di prostituzione. Ancora oggi abbiamo il velo che copre il volto ma non solo, nasconde lo squallore che segna le ferite, seppellisce la dignità, maschera l’ipocrisia, getta luce su sporchi luccichii, mistifica raggiranti imbrogli, che “abusa” della naturalità delle fasi della vita delle donne, ricordando nello specifico le spose bambine. Queste sono costrette ad indossare abiti da sposa in miniatura per la loro età che infrangono i loro sogni, i loro desideri, negano per sempre la libertà di essere sé stesse, vivere e amare. La tratta avviene anche nel genere, nel far diventare una bambina maschio, anche se solo esteticamente attraverso l’abbigliamento. Usanza della zona montana afghana, al confine col Pakistan in cui per sconfiggere la malasorte di non avere in famiglia un figlio maschio, se ne fa diventare tale una bambina, costringendola a vivere, sentirsi maschio innaturalmente, e avendo riconosciuta autorità grazie soltanto a degli abiti maschili. La forza delle donne emerge sempre! Grazie a tale esperienza vissuta sulla sua pelle Ukmina Manoori, coadiuvata da Stephanie Lebrun ha fatto conoscere tale nefasta abitudine ma portandovi nella realtà la bellezza del suo essere donna. Non ha dismesso alla pubertà i suoi abiti maschili per indossare il velo e sposarsi. Ha sacrificato la sua femminilità, pezzi del suo cuore e della sua anima accarezzando la libertà degli uomini, per lottare e fare in modo che nessuna bambina sia costretta e diventare maschio, ma essere libera come gli uomini, ed avere diritto di parola e diritto di vivere come vuole, cancellando l’assunto “le bambine non esistono”, come recita il Titolo del suo libro. Ecco che la tratta è purtroppo un termine ancora vivo nella realtà odierna, le donne continuano ad essere trascinate in cammini non voluti, in passaggi di mano spaventosi, nella soggezione, nella solitudine del cuore, nei deserti dell’anima, nella tristezza dell’abbandono, nella segregazione, nella sofferenza data dalle ferite sui loro corpi ma ancor di più dalle piaghe sanguinanti della loro anima, nella mancata valorizzazione del loro essere. Donne tratte attraverso il mondo ma sentendosi fuori del mondo. Non tutte e non da parte di tutti gli uomini, ma per la forza d’animo, il coraggio, l’apertura di slancio nella lotta da parte delle donne. Da sempre considerate strumenti parlanti, da usare, da punire, per trastullarsi, obsoleti da buttare, a volte da zittire per sempre.

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Dice la protagonista Anna Luna, ne “La nave delle spose” di Anna Sardo, “l’uomo che guarda fuori dorme, l’uomo che guarda dentro di sé si sveglia” Sta proprio qua il problema...bisognerebbe guardarsi dentro, un dentro scevro da falsità, pregiudizi, gallismi, brama di status symbol, arrivismi, debolezze maschili e anaffettività emotiva. Oggi non c’è nulla di scontato e conquistato... sarebbe necessario educare al riconoscimento e rispetto dei sentimenti, al rispetto dell’"Uomo", tutto ciò può salvare il mondo... come avvenne per il feroce Innominato, la cui rivoluzione di totale cambiamento partì dall’interno, ce lo auguriamo in generale e nel particolare di Innominati attuali. Alla fine della riflessione, rileviamo che dobbiamo risorgere dalle ceneri, come l’araba fenice, e celebrare ancora con maggiore forza la Giornata Internazionale della Donna, con tante mimose che per incanto per l’occasione diventano luminose perché la donna, di cui sono il simbolo, sfavilla della luce del coraggio, della dignità, della tenacia, della responsabilità, della solidarietà.

Cettina Bongiovanni

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