DISTRUTTA GROTTA ABORIGENA

Si dimettono il CEO e altri due dirigenti di Rio Tinto Group

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A metà tra il passato e il presente, tra il mito e la realtà. La distruzione della grotta aborigena Juukan Gorge, avvenuta lo scorso 24 maggio nella remota regione di Pilbara, nell’Australia Occidentale, da parte del Rio Tinto Group ha innescato un “effetto domino” dalle proporzioni difficilmente prevedibili. I piani alti del colosso minerario anglo-australiano sono crollati su se stessi: il primo a dissociarsi è stato il Chief Executive Officer Jean-Sebastien Jacques, seguito da Chris Salisbury e Simon Niven. A comunicare l’abbandono del CEO, del capo della divisione Iron Ore e del responsabile delle relazioni corporate è stato Simon Thompson, presidente della società colpevole di un atto che è costato agli aborigeni una grotta di ben quarantaseimila anni. Atto ovviamente denunciato dagli aborigeni stessi. I tre dimissionari hanno incontrato il disaccordo della società che lasciano, in quanto molti altri azionisti hanno contestato la decisone.

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Rio Tinto, tra l’altro, è una società con la sua storia e importanza: nasce nel 1873 a Londra con il nome Rio Tinto Company Limited per sfruttare le risorse minerarie di Huelva. Dal 1905 inizia a diventare pian piano quella che è ora, venendo ancora quotata nella borsa australiana. Anche la carriera di Jean-Sebastien Dominique Francois Jacques, classe 1971, è di tutto rispetto: è entrato in Rio Tinto nel 2011, diventandone in breve tempo amministratore delegato. Inoltre è membro del Business Council of Australia e negli Stati Uniti, rispettivamente dal 2019 o dal 2020. Nel sito archeologico che ora non c’è più, nel 2014 furono ritrovati degli strumenti in osso risalenti a ventottomila anni orsono e una treccia di capelli antica di ben quattromila calendari. E la bellezza di quarantasei millenni fa, come già detto, fu abitata dagli aborigeni. Dietro il “via libera” alla distruzione si cela la volontà di ingrandire una miniera di ferro di proprietà di Rio Tinto.

Jacques, dunque, rimarrà ufficialmente in carica fino alla nomina del suo successore oppure, al più tardi, fino al 31 marzo. Gli altri due ormai ex dirigenti lasceranno il gruppo a fine 2020. Sono le conseguenze per la perdita di un sito la cui importanza culturale è stata conclamata da più fonti. Puutu Kunti Kurrama e Pinikura, comunità aborigene autoctone considerate tradizionalmente proprietarie della grotta, non hanno potuto opporsi alla sua distruzione in quanto non ne erano state neanche informate. “Il nostro popolo è profondamente turbato e rattristato dalla distruzione di questi rifugi rocciosi e sta soffrendo per la perdita di connessione con i nostri antenati e con la nostra terra”. Quando sono venuti a conoscenza della fine del sito, il 15 maggio, era già tardi. “Riconosciamo che Rio Tinto abbia rispettato gli obblighi legali, ma siamo gravemente preoccupati dall’inflessibilità del sistema regolatorio, perché la società mineraria è al lavoro per salvaguardare i restanti rifugi rocciosi e assicurare una comunicazione aperta tra le parti in causa”.

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Il Consiglio di Amministrazione del colosso si è concluso con le tre dimissioni di cui sopra. “Quanto accaduto a Juukan è stato un errore e siamo determinati a fare in modo che la distruzione di un patrimonio così eccezionalmente importante dal punto di vista archeologico e culturale non possa mai più avvenire durante un’operazione di Rio Tinto – asserisce il presidente Thompson in un comunicato ufficiale – abbiamo voluto ascoltare le preoccupazioni dei nostri azionisti secondo cui la mancanza di responsabilità individuale compromette la capacità della società di ricostruire la fiducia persa e di andare avanti”.

Francesco Bulzis

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