DIRITTI NEGATI ALLE “VITTIME DEL DOVERE”: QUANDO LAVORO È SINONIMO DI MALATTIA

Il calvario di un ex sottufficiale e di sua moglie, colpiti da molteplici patologie dopo l’esposizione a metalli pesanti, nell’indifferenza delle istituzioni

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Oltre a quella da Covid-19, un’altra allarmante epidemia sta colpendo l’Italia. Si tratta di un fenomeno sommerso, fatto di negligenze, violazioni, inottemperanze vissute sul posto di lavoro, luogo che paradossalmente più di ogni altro dovrebbe vederci tutelati dalle istituzioni. I dati Inail restituiscono un quadro drammatico della situazione nel nostro Paese: le denunce di malattia professionale nel periodo compreso tra gennaio e agosto 2021 sono aumentate del 31,5% rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente. Ma i numeri non rendono giustizia alla complessità delle vicende che si celano dietro ogni cartella clinica, lì dove il confine tra ciò che “nobilita l’uomo” e ciò che lo priva del bene più prezioso, la vita, è fin troppo labile.

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Una di queste storie ha come protagonista L.M., 57 anni, ex sottufficiale della Marina Militare che ora vede pesantemente compromessa non solo la sua salute ma anche quella della consorte, P.S., la quale da anni si batte per i diritti dei militari e delle loro famiglie insieme all’Osservatorio Nazionale sull’Amianto (ONA). Imbarcatosi quando era ancora adolescente, l’uomo ha prestato servizio come elettricista a bordo dell’incrociatore Vittorio Veneto, partecipando a diverse missioni all’estero.

Nel 2004, di ritorno da una spedizione di un anno nei Balcani, il militare scoprì di essere affetto da un tumore delle ghiandole salivari, la prima di una lunga serie di diagnosi susseguitesi più tardi: insufficienza respiratoria, OSAS (Sindrome delle Apnee Ostruttive del Sonno) di grado severo, fibrosi polmonare, ispessimento scissurale anteriore destro diffuso, asbestosi, steatosi epatica, alveorite macrofagica, discopatie multiple, poliartrosi, cardiopatia ipertensiva, sindrome depressiva severa e melanoma.Tutte conseguenze dell’esposizione a metalli pesanti, sprigionati dai fumi di saldatura e dalle polveri delle armi adoperate nelle zone di guerra in cui si conducevano le missioni.

Come accennato poc’anzi, nel 2007 anche sua moglie si ritrovò a dover combattere la battaglia contro il tumore, nel suo caso un carcinoma al seno (oggi fortunatamente sconfitto). Solo nel 2016, dopo la diagnosi di melanoma maligno ricevuta da L.M., i coniugi hanno deciso di sottoporsi ad analisi approfondite, svolte in particolare dal perito chimico Vincenzo Cagnazzo, giungendo alla scoperta di una sconvolgente verità. Esaminando i campioni di sangue, capelli, urine e tessuti tumorali non solo della coppia ma anche di colleghi ed ex colleghi del militare, l’esperto ha riscontrato la presenza di metalli pesanti in alta concentrazione, imbattendosi talvolta persino in sostanze estremamente pericolose quali manganese, uranio e tungsteno. Ulteriori analisi su un campione ematico della signora P.S., effettuate dallo Studio per le Analisi Chimiche e Ambientali con sede a Tinchi di Pisticci (MT), hanno confermato la presenza di alluminio, antimonio, bario, cobalto, cromo, rame, uranio e tungsteno oltre i limiti del normale. Avendo preventivamente accertato l’incompatibilità tra un bioaccumulo di tale portata e le condizioni ambientali che caratterizzano il contesto di vita della donna (pur risiedendo a Taranto, le sostanze rinvenute nei suoi tessuti non hanno nulla a che fare con le polveri emesse dall’ex Ilva), Cagnazzo ha suggerito che P.S. abbia potuto ammalarsi essendo venuta a contatto con le uniformi indossate dal marito durante le missioni, sviluppando quella che si definisce “contaminazione secondaria”. Un fenomeno che coinvolge anche altre mogli di militari, come affermato dalla stessa P.S., e che necessita di ulteriori approfondimenti clinici, tossicologici ed epidemiologici.

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Finora, tuttavia, le istituzioni si sono mostrate pressoché indifferenti dinanzi all’urgenza di vederci chiaro e di tutelare la salute di cittadini che si dedicano alla difesa del nostro Paese, come nel caso dei membri delle Forze Armate e delle loro famiglie. L.M. si è battuto a lungo per il riconoscimento dello status di “vittima del dovere”, ma non gli è stato ancora corrisposto alcun risarcimento del danno biologico subito, sebbene previsto dal DPR 181/2009. Per di più, l’ex sottufficiale sarà classificato come invalido al 100% solo dopo il decesso.

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Lo scorso 23 marzo la questione è stata oggetto di un’interrogazione dell’eurodeputato Piernicola Pedicini al Parlamento di Bruxelles: “Se un tuo familiare si è ammalato a causa dell’esposizione a materiali nocivi sul luogo di lavoro e, per via della frequentazione costante, anche tu sei stato affetto da una patologia o potresti esserlo in futuro, dovresti essere riconosciuto come «vittima del dovere». - queste le sue parole - Lo prevede la direttiva europea 2012/29/UE che, però, nel nostro ordinamento ancora non è stata applicata. Infatti l’Italia, proprio per il mancato recepimento, risulta in procedura di infrazione”. A tal proposito, l’ONA si è già attivata affinché il Ministero della Difesa venga citato in giudizio per il riconoscimento dello status di “vittima del dovere” anche nei confronti di P.S. Si attende inoltre la sentenza del Tar di Lecce per la causa di servizio del militare.

Federica Marocchino

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